"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

7 | aprile 2001

9788894840056

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NEWS | aprile 2001

Il volto di Cristo. Presentazione alla mostra, Palazzo delle Esposizioni - Roma, 9 dicembre 2000/16 aprile 2001 (catalogo a cura di Giovanni Morello e Gerhard Wolf, Electa 2000)

Verbum caro factum est, e l’aniconismo imposto dalla legge veterotestamentaria cade davanti al mistero dell’Incarnazione di Cristo: il Divino assume un corpo e un volto umani, quelli di Gesù di Nazareth, diventando così visibile e raffigurabile. È fortemente intuibile in questo caso la potenza delle immagini, delle rappresentazioni figurative come veicoli linguistici, la loro ricezione, la loro funzione e le contraddizioni che inevitabilmente portano. La tipologia iconografica del Volto di Cristo si diffonde e si moltiplica nella storia della religione cristiana come simbolo della vicinanza tra uomo e Dio: dapprima si imprime miracolosamente su teli di lino (come nel caso della Veronica, della Sindone e del Mandylion), poi ne compaiono riproduzioni acheropitai "non eseguite da mano umana" (come il Santo Volto di Lucca e quella conservata al Laterano). Da queste reliquie, ritenute da sempre attraverso la storia, la tradizione e il culto, fonti iconografiche dirette e ‘sicure’ per la realistica raffigurazione di Cristo, la tipologia figurativa si irradia in innumerevoli opere: dipinti su tavola, codici miniati, monete, sculture ed arazzi. Così, attraverso la tradizione, le verae icones si fanno modello per le opere di Beato Angelico, Mantegna, van Eyck, Dürer, Memling, Benozzo Gozzoli, Filippino Lippi, El Greco, Guido Reni e altri. La fortuna – iconografica e devozionale – dell’immagine del volto di Gesù di Nazareth è testimoniata dalle centotrenta opere riunite in questa mostra che presenta un excursus dalle immagini acheropite fino alle celebri fotografie della Sacra Sindone del 1898. Visitando la mostra, tuttavia, si percepisce la forte sensazione di essere davanti ad una rassegna di "copie di copie": gli "originali" non sono presenti. La Veronica resta in Vaticano, il Volto Santo a Lucca, l’Acheropita Lateranense rimane in cima alla Scala Santa e come è noto, il mitico mandylion originale è disperso o non più identificabile; numerose le repliche e le "misure" della Sindone che, però, non si sposta da Torino. Le immagini originali insomma, in virtù della loro natura di "copia" diretta del Volto di Cristo, si rivestono di un valore "miracoloso", sacrale e cultuale che nega loro la possibilità di adempiere il loro compito: conservate in inaccessibili sancta sanctorum non sono più in grado di rendere visibile l’invisibile. Ma grande è il potere delle immagini. Così le irradiazioni generano altre irradiazioni, e di riflesso in riflesso, attraverso copie e derivazioni, i tratti del viso di un uomo vissuto duemila anni fa continuano a rappresentare per la cristianità il Volto visibile del Divino. (Lorenzo Bonoldi)

Recensione a: Chocolat, regia di Lasse Hallström, Gran Bretagna/USA 2000

In una fredda giornata invernale, giunge nel piccolo villaggio francese di Lansquenet la giovane Vianne Rocher accompagnata dalla figlia. La presenza della donna non si inserisce però nell’ordinato sistema della tranquillité cittadina, imposto e garantito dal sindaco, il conte di Reynaud: la bella signora arriva con una figlia che non ha un padre (o meglio non sa chi sia), non indossa scarpe scure come le altre donne del paese, non partecipa alla Messa e apre un negozio di cioccolata proprio durante il digiuno quaresimale. Nel microcosmo del villaggio Vianne è una barbara a tutti gli effetti: non solo per costumi, ma anche per nascita. Nelle sue vene infatti, scorre il sangue Maya della madre; proprio da lei Vianne ha appreso i segreti di un’antica bevanda che i suoi antenati d’oltre Oceano credevano capace di mettere in comunicazione gli uomini con gli dei: il cioccolato. Sciolto in tazza, forgiato in mille forme (dalle conchiglie ai capezzoli di Venere), glassato, speziato, aromatizzato e arricchito di rare qualità di peperoncino, il cioccolato diventa un vero e proprio pharmakon dalle molteplici virtù. Sotto i suoi effetti si risvegliano le passioni, si liberano i desideri, si ritrovano coraggio e fiducia in se stessi. Così attorno a questa donna, barbara ed esperta di filtri come Medea, si crea un circolo di donne e uomini, un vero e proprio thìasos, che apprende e custodisce i segreti del potente pharmakòs. Alla fine anche lo stesso sindaco Reynaud, rigido tutore dell’ordine politico, religioso e morale del paesino, cadrà vittima del potere del cioccolato quando, nel pieno della furia iconoclasta che lo spinge a devastare la vetrina del negozio, ne assaggerà accidentalmente un minuscolo frammento. E così, ancora una volta, l’enthousiasmòs vincerà sulla tranquillité. (Claudia Daniotti)

Recensione a: Vincenzo Cerami e Silvia Ziche, Olimpo S.P.A., Einaudi, Torino 2000

Immaginate che gli dei, invece che godere della propria condizione di beati in un Olimpo "sempre avvolto da una serenità senza nubi", si annoino a morte perché gli uomini, avendo altri pensieri per la testa (calvizie, cellulite, tv, etc...), si sono dimenticati di loro... Immaginate che Giove, il padre degli dei, inficiato ogni suo tentativo di rivestire il proprio ruolo di "fecondatore dell’universo" dalla gelosissima moglie Giunone, donnona mediterranea che porta con sé quale scettro del potere un battipanni, si rivolga ad un satiro (e non avrebbe potuto essere diversamente!) psicologo un po’ freudiano... Immaginate che il satiro gli diagnostichi, alla base della sua irresistibile attrazione per le donne, uno stato depressivo provocato dalla sua condizione di prepensionato e che gli riveli come cura della sua malattia la riconquista del suo ruolo di divinità suprema... Immaginate inoltre che gli dei tornino sulla terra, guidati da Giove, per conquistare nuovi discepoli tra gli uomini e cercando di risolverne i problemi, dando vita a divertenti situazioni... Avrete allora tutti i presupposti di una satira geniale che gioca con la tradizione classica, manipolandola con fantasia, consapevolezza e ironia, mettendo in ridicolo la superficialità e l’assenza di valori di un’umanità anestetizzata dalle telenovelas e cieca di fronte ai propri problemi. (Sara Agnoletto)

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