"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

8 | maggio 2001

9788894840063

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NEWS

2001 Italia in Giappone. Fantasmi al museo: riproduzioni invece di originali. Nota sulla mostra "Il Rinascimento in Italia. La civiltà delle Corti" (Tokyo, 2001)

La mostra è a Tokyo, ma la cosa interessante resta qui in Italia. Fantasmi si aggirano nei musei italiani: immagini residue, éidola, per la Grecia classica, vane persistenze formali di prototipi ormai perduti o assenti. Infatti, in occasione della mostra "Il Rinascimento in Italia. La civiltà delle Corti", prestigiose opere d’arte sono state spedite in Giappone, e i musei italiani concessionari hanno voluto sostituire i quadri assenti esponendo fedelissime riproduzioni fotografiche digitali (affidate a Epson, nota casa produttrice di stampanti). Così, mentre l’aura benjaminiana dell’originale viene imballata e spedita per poi risplendere e incantare migliaia di occhi orientali, si sfrutta la sua riproducibilità tecnica per non deludere le altrettante migliaia di occhi (anche questi prevalentemente orientali) in visita in Italia. Che dire? Poniamo dei quesiti. Ad ognuno la scelta. Secondo la concezione bizantina il numero delle copie testimonia la grandezza di un’opera: tanto più viene riprodotta tanto più risulta essere importante. È vero. Botticelli sarebbe lo stesso se non venisse richiamato in causa ogni volta che è necessario rappresentare una Primavera? La diffusione e la conoscenza di un’immagine ne aumenta il valore? Commercialmente sì. Didatticamente sì. Engrammaticamente sì. Dato auditel in arte. Secondo la prospettiva iperuranica di Platone, d’altro canto, un’opera d’arte figurativa è già copia di copia, quindi senza valore, figuriamoci la sua riproduzione. Anche questo è vero. E anche lasciando da parte Platone per scivolare verso la pericolosa ma affascinante crina del romanticismo idealista, per quanto possa essere fedele una fotografia, può riprodurre l’emozione che l’originale trasmette? Affettivamente no. Contestualmente no. Perfettamente no. Dato share in arte. Cos’è quindi un’opera d’arte, e come si deve guardare? Come materia più o meno classificabile secondo parametri di mercato (auditel e share) o "misura della divinità dell’uomo"? L’aura conta davvero o no? La concezione dell’unicum, della somma creazione, esiste ancora o il culto dell’originale non è altro che una forma di feticismo culturale coltivato con cura dai mercanti d’arte, dai collezionisti e dal gusto attribuzionista dei critici? L’arte concettuale ha raggiunto il suo traguardo nel distruggere provocatoriamente l’idea dell’"Arte" o è stata ormai conglobata nei meccanismi museali divenendo il contrario di se stessa? L’opera d’arte nell’epoca della sua clonazione digitale. (Maria Bergamo)

L'iconoclastia dei Taliban. Commento alla cronaca della distruzione delle sculture dei Buddha afghani

Ormai è un’amara conferma, polvere e macerie sono tutto quello che rimane dei due maestosi Buddha di Bamiyam che i Taliban, polizia religiosa al servizio del "Ministero per la promozione della virtù e della lotta contro il vizio", hanno definitivamente distrutto dopo averlo più volte annunciato in sprezzante sfida all’Occidente. Si ripete in modo così eclatante ancora una volta nella storia la più cieca tra le violenze: quella iconoclasta. Una violenza monoteista che, nata da un’estremizzazione interna all’integralismo islamico e alimentata dalle tragiche condizioni politiche ed economiche in cui versa l’Afghanistan, si sfoga come furia distruttiva, al culmine di anni di distruzioni, sulle due creazioni artistiche della civiltà del Ghandara. Una ricca civiltà fiorita tra il II e VIII sec. d.C. lungo quella che fu chiamata Via della Seta grazie al fertile humus dato dalla coesistenza di culture differenti: l’Ellenismo portato da Alessandro Magno, il Buddismo e l’Induismo dell’India, la cultura persiana e quella araba. La peculiarità di tale sintesi culturale è rivelata esplicitamente da quella stilistica: i Buddha, che rientrano tra i primi esempi di immagini antropomorfe di queste divinità precedentemente rappresentate aniconicamente, sono infatti vestiti di lunghi pepli greci che al tempo della creazione erano in parte dipinti e in parte ricoperti d’oro e ornamenti preziosi. La fatwa, l’editto islamico emanato dal mullah dei Taliban, ha ordinato la condanna a morte di tutte le statue preislamiche dell’Afganistan perché contrarie alla sharia, la legge dell’Islam, in quanto idoli pagani. Ma l’atto iconoclasta rivela nella sua essenza la profonda contraddizione che alimenta al suo interno la stessa violenza. L’idolatria di cui sono accusati i pagani preislamici è la stessa latria che guida nascostamente l’ideologia di questa sorta di paladini di una fede oscurantista. L’'uccisione' dei Buddha, il loro materiale annullamento sotto i colpi di mortaio, è l’azione letterale che segue a uno sguardo altrettanto letterale: per quest’ottica l’immagine è consustanziale all’archetipo, immagine e archetipo sono 'sostanzialmente' identici, e tale è però al tempo stesso il presupposto imprescindibile che ne alimenta il culto idolatra. Lo sguardo di cui non sono capaci i Taliban è quello che consente di rivolgersi con doulia alle immagini, riconoscendone quindi il valore qualitativamente analogico e anagogico. Quello che viene negato dalla violenza fondamentalista è la cura animista delle immagini, la capacità di coglierne il valore di eikones, di riflessi sensibili del divino, di guide capaci di far contemplare all’anima l’intelligibile. In nome della supremazia dello spirito contro un presunto materialismo pagano, viene misconosciuta la dimensione intermedia – metax – a spirito e materia che è propria dell’anima e delle immagini; e viene per converso confermato che iconoclastia e idolatria, come modalità di rapportarsi alle immagini, sono le due facce della stessa medaglia. Non è un caso inoltre che le principali vittime del terrorismo dei Taliban siano le donne, identificate simbolicamente alla materia e ree di mostrarsi impudicamente senza veli. Se la violenza sulle immagini, scandalizzando il mondo, è ulteriore prova - seppur per via negativa - del loro potere, quella sulle donne purtroppo aspetta ancora di essere debitamente denunciata. (Daniela Sacco)

Formattazione Omerica. Commento a un "easter egg" in Winword

"=rand(200,99)": è questa la formula magica che, digitata in un documento di Word e seguita dal comando "Invio" o "Enter", dà il via ad una bizzarra quanto innocua formattazione automatica: sullo schermo appare il primo verso dell’Iliade, ripetuto per ben 19.800 volte. "Cantami o Diva del pelide Achille l'ira funesta". Queste parole, le prime della tradizione letteraria occidentale, vengono preferite ad altre frasi altrettanto celebri, a motti popolari, a slogan da stadio e a goliardiche esaltazioni di parti anatomiche, e si fanno strumento per lo scherzo di qualche programmatore informatico (in gergo "uova di pasqua"). Così, fra microchip, megabyte, programmi e applicazioni, la Dea invocata da Omero continua a cantare l’ira di Achille, e il kleos dell’eroe risuona attraverso i secoli, garantendogli il valore più prezioso: l’immortalità che solo Mnemosyne può donare. (Lorenzo Bonoldi)

"Il potere, le arti, la guerra. Lo splendore dei Malatesta". Presentazione della mostra, Rimini, Castel Sismondo, 3 marzo-15 giugno 2001

La mostra, dedicata alla produzione artistica e culturale delle zone dominate dalla casata malatestiana dalla fine del XIV secolo al tramonto della famiglia nell’ultimo scorcio del ‘400, si struttura in undici sezioni, che si giovano quasi sempre di una parata di pezzi di qualità davvero trascinante. Nella prima, dedicata alla storia della famiglia, sono esposti pochi ma significativi documenti d’archivio; nella seconda, "Sigismondo Malatesta e la guerra", compaiono – accanto ad armi, armature, e ad altri strumenti bellici – numerosi esempi di quella produzione colta legata all’esercizio militare di cui la corte di Rimini fu centro trainante nel ‘400, col De re militari dell’umanista Roberto Valturio. La terza, più specificamente storico-artistica, tratta l’irruzione in zona romagnola e marchigiana dei grandi prototipi del tardogotico, soprattutto veneziano (qui alcune presenze slegate dal contesto territoriale analizzato, come il mirabile Matrimonio mistico di Santa Caterina di Siena di Michelino da Besozzo, ben si motivano a visualizzare gli stilemi formali dominanti all’epoca presso le corti e le committenze elevate in generale). La quarta sezione, denominata – in modo metodologicamente assai impegnativo – "Rinascimento e pseudo-Rinascimento", espone capolavori pertinenti al tratto di tempo 1420-60, in cui la lezione moderna talvolta è assente, talora si miscela invece con persistenze tardogotiche: da Gentile da Fabriano, a Giovan Franceso da Rimini, a Nicola di Mastro Antonio da Ancona. È la quinta sezione quella più devota ai temi della classicità: "Sigismondo novello Augusto" delinea i tratti principali del recupero dell’antichità greca e romana presso la corte riminese, e più in generale nelle corti padane; un repechage di tipo collezionistico-catalogatorio, come nella celeberrima silloge di Marcanova, o di tipo applicativo, come nel progetto architettonico e nella decorazione interna del Tempio (messa a confronto – teste Warburg – con un rilievo con Menadi dagli Uffizi, o con un altro marmo antico con quei Giochi di putti ripresi da Agostino di Duccio nella cappelle dell’edificio malatestiano); figura qui anche il San Gerolamo di Piero, datato al fatidico 1450, da Berlino, ormai quasi del tutto ingiudicabile larva. Due sezioni tipologiche affrontano il problema delle arti applicate: quella dedicata alle medaglie e quella dei codici miniati; mentre le due seguenti si dedicano a temi più strettamente formali, prendendo in esame l’affermazione della scultura toscana tra Romagna e Marche (zone geograficamente e stilisticamente meticcie), e la divulgazione della cosiddetta "ornata prospettiva", cioè la ricerca sulla rappresentazione dello spazio in termini al contempo decorativi e matematico-geometrici (impressionante è il numero e la qualità dei codici esposti, dall’Alberti a Piero). All’imago pietatis è dedicata la penultima sezione che ruota attorno al sublime esempio di Giovanni Bellini per Rimini, mentre l’ultima raccoglie la produzione artistica più tarda, che già scivola verso la fine del secolo, sotto il dominio dei successori di Sigismondo, morto nel 1468. I suggerimenti impliciti ed espliciti di Warburg, nella tavola dedicata al Tempio, sono accennati e – pur se non approfonditi (né d’altra parte questo era tema cardine della mostra) – riaffiorano qua e là nella scelta di alcuni pezzi o in accostamenti visivi. Più deludente appare invece il catalogo, in cui la mancanza di un saggio complessivo sulla produzione pittorica e scultorea (a fronte di alcuni notevoli contributi sull’architettura e, soprattutto, la miniatura) si avverte molto, così come spiazzante è la scelta di dedicare alla cultura umanistica riminese, dopo le aperture di Augusto Campana e di tanti altri studiosi, appena poche pagine, tra l’altro affrettate. Ottimo l’allestimento, pur se con qualche caduta di stile (le finte miniature dipinte) e con un paio di situazioni logisticamente poco risolte (le basi degli espositori delle sculture che pericolosamente sporgono a livello dei piedi, i passaggi obbligati sul pavimento di vetro). La mostra, peraltro, si giova di una sede davero unica: quel Castel Sismondo appena restaurato che fa coppia col Tempio – pur se ispirato a principi del tutto differenti – a dichiarare l’altezza della cultura architettonica riminese a metà ‘400, e che infatti viene raffigurato nell’affresco staccato di Piero dalla Cella delle Reliquie, esposto (si spera senza affronti alla sua già precaria conservazione) ad accogliere il visitatore appena dopo il suo ingresso. (Redazione di Engramma)

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