"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

12 | novembre 2001

9788894840100

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NEWS | novembre 2001

Aby Warburg tra figura e parole. Recensione al convegno: "Le forme del pensiero attraverso le immagini. Aby Warburg 1866-2001", Roma, Università degli Studi "La Sapienza", 8/10 novembre 2001

L'8, il 9 e il 10 novembre scorsi si sono incontrati a Roma studiosi di diversa provenienza e formazione per affrontare da prospettive convergenti la questione del rapporto pensiero-immagine nella lezione warburghiana. Nelle tre giornate dense di relazioni e discussioni, si sono alternati interventi mirati a rintracciare origini e parentele del pensiero filosofico di Aby Warburg (Giuseppe Di Giacomo, Daniéle Cohn, Silvia Ferretti, Manuela Pallotto), ibridazioni antropologiche delle sue ricerche (Carlo Severini), simboli e immagini ricorrenti nel suo lavoro (Gioachino Chiarini, Giovanni Careri), rapporti con la cultura e le correnti artistiche degli anni a cavallo tra Otto e Novecento (Roberto Venuti, Micol Forti), aspetti ancora inediti della sua poliedrica carriera e delle sue opere (Dorothea McEwan, Claudia Cieri Via, Benedetta Castelli Guidi, Elena Tavani). Superando il serpeggiante luogo comune di un Warburg paranoico che, senza mezzi termini, condanna gli strumenti della tecnologia moderna, il convegno ha offerto anche un parallelo tra l'opera dello studioso amburghese e il linguauggio fotografico e cinematografico (con l'intervento di Philippe-Alain Michaud e il breve filmato di Italo Spinelli). Da segnalare, per la ricerca di un inquadramento rigoroso del metodo di ricerca di Warburg, il contributo di Andrea Pinotti, autore del bel saggio Memorie del neutro. Partendo dalla definizione della "memoria come funzione della materia organizzata", Pinotti ha ricondotto la teoria warburghiana dei meccanismi mnestici alle sue matrici 'naturalistiche' e specificatamente neurologiche, indicando l'analogia delle modalità di tradizione delle Pathosformeln (ma non solo) con il "traffico nervoso e linfatico" e sottolineando il ruolo fondante dell'engramma quale impressione mnestica che può scaricarsi o "ecforizzarsi" anche a distanza di generazioni. Maurizio Ghelardi – impegnato nella nuova traduzione italiana dei saggi di Warburg – nel definirlo, con le parole di Ernst Cassirer, uno "psicostorico oscillante tra la polarità dell'entusiasmo e quella della depressione" (e in ciò sismografo perfetto dell'oscillazione dell'homo occidentalis stesso), ha focalizzato la situazione dei rapporti intellettuali, delle letture incrociate, delle reciproche influenze tra i due studiosi. Marco Bertozzi ha fatto il punto sulla posizione di Ernst Gombrich, finora mai pubblicamente – se escludiamo la tempestività di Wind – messa in discussione: lo studioso tedesco è stato, nel corso di questo intervento, puntualmente criticato, proprio all'indomani della sua scomparsa. In particolare è stato analizzato il finale del discusso e troppo noto Il rituale del Serpente, ancora sul tema di tecnica e modernità. Didi-Huberman ha considerato la schizofrenia produttiva di Warburg, di contro alla lettura di Gombrich (già attaccata duramente da Wind). Lo studioso francese ha quindi rintracciato suggestioni warburghiane negli scritti teorici dello psichiatra di Kreuzlingen Ludwig Binswanger, in particolare riferimento alla teoria della relazione, aisthesis, mneme, phantasia. (Monica Centanni, Katia Mazzucco)

10101010101010100000101101111101101101000001010010101010101010101010101: un nuovo linguaggio per la storia dell'arte. Recensione a: Antonella Sbrilli, Storia dell'arte in codice binario, Guerini e Associati, Milano 2001

Digitalizzazione delle immagini, ipertesti, Internet e il patrimonio artistico: rapporto difficile e nuovo che Antonella Sbrilli distende in modo semplice ma efficace a beneficio di un pubblico di studiosi dell'arte più che di esperti di Information Technology. Storia dell'arte in codice binario si sofferma su alcuni snodi cruciali del cambiamento in corso, con uno sguardo alla ricerca e alla diffusione di nuove professioni per gli storici dell'arte nel campo della regia e della sceneggiatura ipermediale di conoscenze relative al patrimonio artistico, perché nell'attuale fase di evoluzione delle professioni e delle competenze, "in cui si aprono zone inedite di confine, la storia dell'arte e gli storici dell'arte sono anch'essi sottoposti a processi di adattamento e di mutazione". Stimolanti, per chi vuole sfruttare le nuove tecnologie e trasformare il computer da "strumento tecnologico in fatto umanistico", le osservazioni riguardanti l'ipertesto che spesso viene paragonato all'intelletto umano e alla cultura proprio per gli stessi processi di associazione che creano una rete di connessioni attraverso percorsi sempre possibili di modificazione. Bello, ovviamente interessante per noi, il riferimento all'Atlante della Memoria di Warburg che "può essere considerato un vero e proprio incunabolo della comunicazione ipermediale di contenuti storico-artistici". Un libro utile, anche per la selezione di siti riguardanti i più importanti OPAC, siti e portali per la ricerca di fonti, immagini, informazioni e commenti. Nuovi strumenti utili allo studioso che se non si lascia prendere da uno stupido conservatorismo, può trovare in questi un arricchimento alla ricerca tradizionale, che "gli permettono di avere a disposizione in un unico medium, su un unico supporto e in modalità accessibili anche da lontano (via Internet), una quantità di informazioni conoscitive riguardo alle opere d'arte che di solito si danno come disiectae, disperse, lasciando all'interessato il lavoro di raccolta e avvicinamento". (Giovanna Pasini)

Le macchine e gli dèi, una mostra a Roma. Presentazione della mostra: "Le macchine e gli dèi. Sculture di Roma antica, Collezioni dei Musei Capitolini alla Centrale Montemartini", Roma, Ex Centrale Montemartini, luglio/dicembre 2001 (catalogo a cura della casa editrice Electa, Milano 1997)

Ex Centrale elettrica Montemartini. Dieci minuti a piedi sulla Ostiense, direzione San Paolo Fuori dalle Mura. Cosa andarvi a cercare? Un pezzo dell'identità del nostro Paese. Questa centrale illuminava nel 1912 i luoghi più belli del centro storico di Roma, dalle rampe di Piazza del Popolo, a via Cicerone e via Cola di Rienzo, fino a Piazza Risorgimento. Un luogo scampato per puro miracolo alle distruzioni del secondo conflitto mondiale. Ora in questa centrale dimora una piccola parte delle statue dei Musei Capitolini, che, anche se note o già viste, acquistano in questo contesto un respiro e una comodità rari: comode nello spazio, come da vedere; così a portata di mano che anche il visitatore più accorto ha la tentazione di toccarle, tanto sono avvicinabili. Un allestimento disteso nei tre grandi locali della Sala Macchine, Sala Colonne e Sala Caldaie: tre spazi accoglienti ma non dispersivi, all'interno dei quali si snoda un percorso essenziale che guida ma non lega, che indica attraverso didascalie concise ma esaurienti, e tuttavia che non costringe i pensieri. Un percorso che nel silenzio denso della centrale aiuta a recuperare il senso del tempo. Un tempo compatto che scorre nello sguardo, armonico tra l'evidente antichità delle statue, l'antico presente dei macchinari e la moderna tecnologia del restauro. Le Macchine e gli dèi. Questo il tema dell’esposizione. Il silenzio cioè. Che non è però assenza di contenuto. Il silenzio degli ingranaggi dei macchinari e la loro imponenza fa da contrappunto alla tèchne silenziosa delle statue. Non più la serenità che spesso abbiamo rincorso nei musei, perché non vi è traccia di alcun distacco atarassico in queste figure in gran parte monche o evidentemente logore per il tempo. Il tempo passa e qui lo si percepisce nettamente: la tecnologia della centrale è passata e il sofisticato impianto attuale lo manifesta; l'arte che qui vediamo è antica, e non solo per una questione cronologica, ma soprattutto perché altro è il mondo che all'arte oggi si chiede di rappresentare. Eppure il nostro Paese è stato questa centrale e prima ancora questa cultura e civiltà romana nella sua politica, nella sua religiosità, nella civicità, e persino nella sua morte. Di rara bellezza è la Fanciulla Seduta di poco lontana dalla Venere Esquilina: culto pubblico e privato di una stessa bellezza che dovremo ancora "inventare" per le nostre città. Lo stesso si dica per la statua in basanite di Agrippina Minore, ricomposta come un infinito mosaico davanti a noi accanto ad un grande macchinario, dopo essere stata ritrovata all'interno di un muro. Dunque il tempo passa, certo. Ma guardando queste statue si crede con certezza che il tempo dura. (Carlo Corsato)

Mercurio e Filologia: fabula mitologica e allegoria. Recensione a: Marziano Capella, Le Nozze di Filologia e Mercurio, a cura di Ilaria Ramelli (testo latino a fronte), Bompiani, Milano 2001

La casa editrice Bompiani, che da poco ha preso il posto della Rusconi, ripropone nella collana Il Pensiero Occidentale l'edizione di un'opera importante sotto diversi aspetti, che da tempo non era più disponibile sul variegato mercato editoriale italiano dei classici con testo originale a fronte. Il De Nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella, datato tra il V e il VI sec. d.C., si apre al lettore offrendo un'ampia introduzione relativa all'autore e all'analisi dettagliata dell'opera, corredata di puntuali e precisi riferimenti ai testi sia latini che greci delle cui reminiscenze e citazioni l'opera è intrisa. Oltre a una buona traduzione in lingua italiana, il lettore può servirsi di un ampio commentario redatto dalla curatrice del testo e di un apparato di note assai vasto ed approfondito, ricco di informazioni grammaticali, filosofiche, geografico-astronomiche. Tengono posto poi due appendici in cui vengono descritti gli influssi e al fortuna del De Nuptiis nel Medioevo, con una descrizione dettagliata dei manoscritti, dell'edizione dell’opera e dei commenti redatti da Giovanni Scoto Eriugena e di Remigio d'Auxerre. Corredano infine il testo un apparato bibliografico e due indici dei nomi di cui uno relativo alle parole greche citate nell’opera. Le Nozze di Filologia e Mercurio descrive in un complicato e complesso quadro compositivo la storia del "matrimonio" tra il dio degli scambi e delle comunicazioni (già in età tardo-antica dio della sapienza ermetica) e la ninfa Filologia, qui presentata come figura allegorica della perfetta sapienza. Il genere in cui si inscrive l'opera, ponderosa se si considerano i nove libri in prosa di cui è composta, è quello della satira menippea, e in particolare delle opere didascaliche in versi e in prosa di Varrone (I sec. A .C). Ma il neoplatonico, misticheggiante Marziano trova un modello compositivo anche nella fabula allegorica: in particolare nel mito di Amore e Psyche che costituisce una sezione importante ne L'Asino d’oro di Apuleio. La cornice solenne delle nozze sull'Olimpo è, però, poco più che un pretesto narrativo per presentare le arti del Trivio e del Quadrivio, che compaiono in scena come ancelle di Filologia: a ciascuna delle Sette arti liberali viene dedicato un intero libro, dal III al IX. L'opera è organizzata in una studiata architettura, come una vera e propria enciclopedia del "sapere antico" sulle arti: un vero e proprio manuale di erudizione destinato a trasmettere nozioni e figure allegoriche attraverso tutta l'epoca medioevale, fino al pieno Rinascimento. Tanto vasta fu la fortuna dell'opera che secondo una recente, discussa ipotesi dell'italianista Claudia Villa, il De Nuptiis sarebbe la fonte principale della cosiddetta "Primavera" di Sandro Botticelli, la cui figura centrale sarebbe non già Venere ma appunto la sposa Filologia. E il dettaglio del volto del Mercurio botticelliano compare non casualmente sulla copertina di tale ultima edizione: un segno, forse inesatto ma suggestivo, della duratura fortuna, anche figurativa, del testo. (Monica Centanni)

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