"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

15 | marzo/aprile 2002

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NEWS | marzo 2001

Martin Navigator. Recensione a: Ernst Jünger, Eumeswil, traduzione italiana di Maria Teresa Mandalari, Ugo Guanda Editore, Parma 2001

I grandi romanzi-parabola di Ernst Jünger oltre ad una natura politica, utopica e filosofica, tendono a mostrare, nel nuovo millennio, un lato inedito, che avvicina il controverso scrittore tedesco ad autori come Philip K. Dick, annoverandolo di diritto fra gli inventori di mondi paralleli. L'edizione USA de Le api di vetro del 1957, in cui Jünger immagina insetti meccanici usati come sistemi esperti, porta un'introduzione di Bruce Sterling (noto scrittore di Science Fiction) e viene individuato come uno dei pochi romanzi del medesimo genere non anglofoni. Lo stesso vale per Eumeswil, 1977, tradotto in Italia nel 1981 da Rusconi e ripubblicato dopo vent'anni. Solo ora alcune intuizioni tecnologiche che Jünger colloca nel mondo futuro di Eumeswil (dominato da un tiranno, il Condor, e raccontato dallo storico e anarca Martin Venator) risultano comprensibili e piene di significati per il nostro presente. Ad Eumeswil, la città delle 'Eumenidi', della pace tirannica e perenne, sono diffusi vari tipi di fonofori, telefoni mobili connessi allo status dei cittadini; si usa un penna luminescente che registra e trascrive la realtà oltre i limiti percettibili, e soprattutto è in funzione il Luminar. Si tratta di uno strumento per l'interrogazione della storia, terminale di un thesaurus immane di dati conservati in non meglio descritte catacombe, una specie di cablatura sotterranea del pianeta in cui permangono tutte le combinazioni possibili del passato. Tramite tastiera, Venator richiama per parole-chiave serie di accadimenti che arrivano in forma di documenti aprendo la casella postale, oppure possono essere rivissuti in 3D. Dalla storia romana ai moti del '48, dalle utopie ai manoscritti dispersi, tutto può essere richiamato e connesso attraverso Luminar, aleph interattivo in tempo reale, potentissima versione di un Internet futuro. I luoghi plasmati da Jünger sono fortemente immersivi, capaci di risucchiare in un mondo parallelo come paesaggi di fantasy. In essi però non accadono saghe, né si dipanano intrecci. Persone ed eventi fluttuano nelle pagine senza preoccupazioni di incastro narrativo. Com'è possibile che il carattere non romanzesco di Jünger abbia come effetto anche la creazione di uno spazio così finzionale? Nel territorio di Eumeswil, delimitato a nord dal mare, sono comprese isole e un'inquietante foresta, una città, la collina - detta Pagos - coronata dalla casbah, sul cui tetto si innalza lo studio del Condor con una cupola di vetro rotonda e girevole (un ricordo della avveniristica architettura della Domus aurea di Nerone?). Leggendo, più che seguire una trama che non c'è, passiamo da un ambiente a un altro, dal bar della casbah dove il narratore Venator lavora di notte, all'istituto di storia, dalla spiaggia al Luminar con i documenti che riporta alla luce. Sprofondiamo nelle digressioni, torniamo indietro in punti già visitati, vi scopriamo particolari prima non visti: se non fosse un libro, Eumeswil sarebbe un videogioco statico, il genere inaugurato nel 1993 da Myst, l'avventura nell'isola delle nebbie e dei libri. L'autore non solo immagina dispositivi tecnologici a venire, ma un tipo di narrazione che è un'esplorazione oltre la bidimensionalità della pagina, come in attesa di una nuova virtualità in cui sia consentita l'interazione. E costruisce per noi un avatar: l'anarca Venator, l'individuo libero e solitario davanti al Luminar. Questo Martin cacciatore è forse anche il primo Navigator virtuale della storia. (Antonella Sbrilli)

L’immagine è tratta dal videogioco MYST di Rand e Robin Miller, Brø Software Inc. e Cyan Inc.,1993.
La musica che di notte si sente a Eumeswil: The Clash- Rock The Kasba Dissidenten - Fata Morgana

Miti smitizzati! Recensione a: Terry Deari, Hit Parade dei Miti Greci, Salani, Milano 1999

Hit Parade dei Miti Greci, titolo originale inglese Greek Legends, è la personalissima classifica sui miti di Terry Deary. È stata pensata per i ragazzi, ma è piacevole e interessante anche per gli adulti, che possono apprezzarne la ricchezza delle raffinate citazioni dall'antico, ben note all'autore e, in un certo qual modo, 'alleggerite' per dare vita ad una narrazione vivace e varia. Argomenti tabù, quali la morte, l'adulterio, il parricidio, il matricidio e l'incesto non sono censurati, come è comune nei libri per ragazzi, ma assumono toni macabri, delittuosi e da romanzetto rosa, assecondando il gusto per l'orrido e il proibito. Solo l'assassinio dei due figli commesso da Medea è taciuto: i più piccoli certo l'avrebbero apprezzato meno. Nel mito di Teseo e il Minotauro, Egeo moribondo è messo alla luce di due verità, una fausta e una nefasta: la fausta è che il figlio è vivo e si è semplicemente dimenticato di issare le vele bianche in segno di vittoria; mentre la nefasta è che sta morendo: "(...)avete il collo spezzato e quando arriverà [Teseo] sarete già morto vostra maestà". "Bella seccatura" ha sospirato il re Egeo. Sono state le sue ultime parole.". Scene cruente sono stemperate nel ridicolo. Il mito di Eracle è raccontato come un compito in classe e l'insegnante commenta così l'omicidio di Ippolita: "Insufficiente, 2. Un vero pasticcio. Sangue dovunque solo per avere una cintura. Impara ad essere un po' più ordinato o, almeno, dai una pulitina quando hai finito un lavoro.". Neppure gli eroi del mito sono risparmiati. Perseo soffre il mal d’aria e il mal di mare e non è particolarmente intelligente. Quando raggiunge la caverna della Gorgone rimane sbalordito dal numero di statue che ornano il giardino: "Accidenti" ho pensato "ci deve essere uno scultore proprio infaticabile da queste parti!". Teseo è smemorato, la sbadataggine è la vera causa dell’abbandono di Arianna a Naxos. Scrive di lui il periodico L'eco di Atene: "Si dice che il neo-re Teseo abbia appreso con estremo rammarico la morte del padre. "Ho sempre avuto una memoria infallibile" ha commentato tristemente. Quando gli è stato chiesto se voleva recarsi nel luogo in cui il re Egeo era dipartito, Teseo ha replicato: "Re chi?". Spietata è la parodia del pensiero mitico. Gli oracoli non auspicano mai nulla di buono e quindi è valido il consiglio: "perché non accontentarsi di un oroscopo?". Deianira accetta consigli d'amore da un quadrupede. Che ingenua! "Mai prendere troppo sul serio le parole sussurrate all'orecchio da un cavallo morente.". Il racconto è sempre eccessivamente 'tragico': "Un eroe nei miti greci, farà di sicuro una fine orrenda (se ci fosse una festa di compleanno gli ospiti morirebbero bruciati al momento del soffio delle candeline, la torta cadrebbe a terra e le mutande della festeggiata prenderebbero fuoco).". Non mancano infine le occasioni per scoprire, divertendosi, le origini greche di alcuni termini. Tragedia, come tutti sanno, "deriva da due parole greche che significano " capro" e " canto". Se vi è capitato di sentire cantare un caprone allora capirete; (è difficile infatti trovare qualcosa di più tragico di una capra canterina)". "Panico" deriva: dalla storia di Pandora che, quando apri il famoso vaso, si accorse del guaio che aveva combinato. Da qui la paura, o appunto il panico, che vi assale quando la mamma apre la scatola dei biscotti e si accorge che li avete mangiati tutti; dal dio Panicus, un dio talmente insicuro da non riuscire a far nulla senza venir colto da furiosi attacchi di paura o, da qui la parola, di "panico"; dal dio Pan. I pastori greci. Quando vedevano le loro pecore correre di qua e di là come impazzite, davano la colpa al dio Pan. (Sara Agnoletto, Alessandro Tonin)

Trying Walking in a Hero's Shoes. Recensione a: Elizabeth Cook, Achilles, Methuen Publishing 2001

Who are we when we read, listen to anothers story or attend a performance? What does it take to be distinct, to be real? What persists when the body dies? What imprint is left when the soul has gone? Are we what we do, as Coriolanus fears when he declares ŒI will not dot/least I surcease to honour mine own truth/ and by my bodies action teach my minde/a most inherent baseness? In her re-working of the Trojan War, Elizabeth Cook revisits the sites of her predecessors reflections on the ancient world Statius, Dante, Carey, Chapman and Keats all form links between Homer and the author herself, in a symbolic chain of hands conveying what she herself calls a Œchanged and changing thing across water, mountains and time, as she uses the ancient myth, literature and history to pose questions about the nature of man and his soul. Hands, Œwarm and capable, that inevitably are interred and become part of the earth, and are the site of independent life free of controlling consciousness after all nails continue to grow once the body has ceased to be a living thing are at the same time symbols of the continuity between man and man, and between now and the past. The body, once it has ceased to renew itself, becomes the fossil trace of the soul. What persists is what is durable, intractable and incapable of renewal scar tissue, hair and nails. In the final post-modern paragraph of the book, hair, like hands, a symbol of the vitality of a human being, links the ritual that Achilles performs at the funeral pyre of Patroclus, with Keats ode on Seeing a Lock of Miltons Hair. The notion that whatever the size of the hand that cuts the lock of hair, the act is performed in the same way, with the same number of small bones, and it holds and releases its contents in the same way, using similar muscles, and is guided by a like heart, prompted by similar nerves. Although the book is, like the life of Achilles himself, short and intense, and a faithful revival of Homers hero, it is also a journey from the origins of classical culture to our own times and an investigation into the relationship between readers and authors in general. As Cook observes Œ We read fine things but never feel them to the full until we have gone through the same steps as the author. We are what we do, and, as what we do is imagine, it is possible for us to speak from the soul of a character we, albeit temporarily, inhabit. (Elizabeth Thomson)

Sulle tracce delle forme pittoriche della scrittura. Recensione a: Alfabeto in sogno, a cura di Claudio Parmiggiani, Edizioni Mazzotta, Milano 2002

Il volume costituisce il catalogo della bella mostra Alfabeto in sogno. Dal carme figurato alla poesia concreta, appena chiusa a Reggio Emilia dopo uno straordinario successo di critica, ed è composto da una serie di saggi e dal semplice elenco dei pezzi presentati nell'esposizione, anziché il consueto e non sempre utile apparato di schede. Il tema portante è quello della parola che prende forma, supera i limiti del suo lettering e della disposizione "normale" sulla pagina, e si apre a figurazioni significanti conferendo allo scritto l'immediatezza dell'immagine, in un'elevazione che accoppia l'apparente dicotomia forma-contenuto. In un percorso solo parzialmente cronologico, si parte dal manoscritto tardoduecentesco del Liber figurarum di Gioachino da Fiore, probabilmente veneziano, cui spetta il compito di dar conto del problema testo-raffigurazione nel mondo precedente all'invenzione della tecnica tipografica, per passare alle edizioni a stampa della poesia figurata tardoantica e medioevale: i technopaegnia di Simmia, Teocrito, i carmina cruciata, Optaziano, giù fino a Rabano Mauro e a Isidoro da Siviglia. Seguono gli esempi dei secoli dal XV al XIX, in un sempre più fitto interscambio con l'emblematica (si pensi ad Alciato o a Bocchi) e con l'ermetismo alchemico (cui è dedicata un'intera piccola sezione), passando anche per Dürer e Rembrandt, e giungendo ai primi tentativi di una completa autocoscienza di scrittura figurativamente creativa, come le Alice's Adventures in Wonderland di Lewis Carroll. L'estetica tipografica di Mallarmé e degli altri simbolisti francesi, poi di Apollinaire, di Schwitters e infine di Duchamp, ci porta alla grande esperienza futurista di Marinetti, Govoni, Carrà e Depero, in Italia, e di El Lisickij, Polockij, Rodchenko, Malevic e Kandinski in Russia e nella nascente Unione Sovietica. Poi, un'eclatante riunione di pezzi ormai ampiamente storicizzati degli anni '60 e '70: Mario Diacono, Jiri Kolar, Arrigo Lora-Totino e Adriano Spatola che, fra gli altri, dà conto della "poesia concreta" che viene in questa sede ricontestualizzata nelle sue basi fondanti, che appunto partono dall'arte della nostra contemporaneità non più (e forse meno) di quanto non affondino nei meandri di una storia millenaria. E come exemplum quasi prototipico del rapporto tra lettera scritta e immagine da essa formata, brilla la sezione dei manoscritti e stampati ebraici, alcuni di eccellente qualità artistica (tra cui esempi di decorazione a calligrafia micrografica). La coraggiosa esposizione non a caso ideata da un artista - Claudio Parmeggiani appunto - e non da uno storico, dimostra come è ancora possibile organizzare progetti culturalmente raffinati e "a tema", senza rifugiarsi nelle solite parate di capolavori o nelle tediose mostre monografiche, e cercando magari per argomenti solo in apparenza "difficili", come questo, una chiave di lettura accattivante e accessibile per chiunque (intelligente e pedagogicamente stimolante l'idea del Comune di Reggio Emilia, parallela alla mostra, di organizzare una serie di incontri di "scrittura figurata" per i bambini delle scuole elementari). (La redazione di "Engramma")

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