"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

24 | aprile 2003

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NEWS | aprile 2003

Mirabilia Urbis Parmae. Presentazione della mostra: "Parmigianino e il Manierismo Europeo", Parma, Galleria Nazionale, 8 febbraio / 15 maggio 2003; Wien, Kunsthistorisches Museum, 4 giugno / 14 settembre 2003

In una vera e propria 'mostra evento', promossa a Parma dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici, si celebra la nascita di Francesco Mazzola, detto il Parmigianino. Assieme all'intento monografico, ad offrirsi allo sguardo degli osservatori è anche Parma tutta. Dalla Galleria Nazionale, il percorso si snoda lungo Palazzo Ducale e il Palazzotto del Parco conducendo alla chiesa dell'Annunciata, all'Appartamento della Badessa, a San Giovanni e ancora al Duomo, all’Oratorio della Concezione, alla Steccata – nella quale sono visibili in parte i restauri – San Sepolcro e la provincia. Sedi museali e autentici scenari storici, riportati all’efficacia comunicativa che avevano nel passato, registrano il colloquio temporale e spaziale dei Mirabilia urbis Parmae; e la personalità di Parmigianino, con i suoi aspetti più misteriosi e oscuri, bene si accorda all’estetica cinquecentesca che emerge in questo percorso ricco di meraviglie e memorie. Fa tappa a Casalmaggiore una sessione dedicata all'alchimia, passione che già si poteva riconoscere nei tre splendidi autoritratti esposti alla Pilotta – Autoritratto allo specchio, Autoritratto con cappello rosso e Autoritratto con le Vergini della Steccata. Ricca è la sala che espone i disegni e le incisioni, come versante d'eccezione della carriera dell'artista, in cui vengono ad essere puntualmente evocati gli sviluppi pittorici di tale intensa attività. Interessante è poi l'uso dei manufatti accostati ai dipinti più esclusivi, con quello stesso intento scenografico perseguito anche a livello urbanistico. L’intelligente operazione di recupero del contesto storico rende manifesta la dimensione della ricerca anche a livello conservativo, proponendo il trasferimento delle opere d'arte dal museo stesso al 'corpo interno' della mostra temporanea, per mettere in luce anche l'attività dei contemporanei come Correggio, Dosso Dossi, Giulio Romano. Parma moltiplica poi la sua immagine nella dimensione digitale, con il sito www.parmigianino.com in cui è possibile apprezzare tale panoramica, organizzata per sedi, percorsi, storia. (Monica Zanettin) 

Le ali di Afrodite. Presentazione della mostra: "L'Afrodite ritrovata", Brescia, Santa Giulia, Museo della città, 1 marzo / 29 giugno 2003

Nella sala del Museo di Santa Giulia che ospitava la Vittoria di Brescia, appaiono ora soltanto due ali di bronzo lasciate a terra su un piedistallo. L'impressione è che la divinità che le indossava se ne sia appena liberata: in una mostra non ricca di materiali e che ruota tutta intorno a un solo oggetto (e a una sola idea) è questa una scelta espositiva felice. Le ali, come era già stato ipotizzato nel XIX secolo al momento del ritrovamento, furono applicate a un'Afrodite greca all'epoca di Vespasiano, per risemantizzare la dea come Vittoria; ora le ali sono state rimosse, al fine di ripristinare l'identità originale della statua, ma più che i resti declassati di una riscoperta, ricordano una composizione alata di Anselm Kiefer. Intanto il corpo della dea a cui le ali erano state aggiunte come appendice è migrato temporaneamente altrove, ma non si può dire che la traslazione gli abbia giovato. La collocazione in cui oggi, all'interno della mostra bresciana, si può ammirare l'ex Vittoria contribuisce in parte a documentare e ripercorrere la storia del riuso antico della statua; ma anche all'interno di quella logica didascalica, l'apparato di testi e immagini che fa da corteggio alla dea appare più suggestivo che chiaro, comunque insufficiente a ricostruire il senso della manipolazione romana che aveva recuperato l'immagine edificante di una Vittoria che scrive il nome dell'imperatore sullo scudo, dalla figura di un'Afrodite con le armi di Ares, vittoriosa per amore sul dio della guerra. L'Afrodite non più Vittoria abita ora un lussuoso baraccone effimero, collocato ingiustificatamente a ingombrare lo splendido chiostro settentrionale del convento di Santa Giulia: per di più la costruzione, al proprio interno, propone una visione della statua banale e infelice: ingrato è lo spazio che si determina, incomprensibile il percorso per giungervi attraverso le altre sale del museo, discutibili luci e materiali. D'altronde il bronzo, di cui è stata definitivamente confermata l'origine ellenistica (e si tratta di uno dei rarissimi bronzi greci a figura intera esistenti al mondo), non trova pace. Trasferito dalle sale del vecchio lapidario alla nuova collocazione nel Museo della città, si sta progressivamente allontanando dal luogo del ritrovamento e dalla personalità che le ali, se pur impropriamente, gli avevano attribuito. Come Vittoria aveva dato il nome a una piazza e conteso alla leonessa il ruolo di logo cittadino; ricondotta alla sua primitiva identità di Afrodite e nuovamente decontestualizzata, la dea appare spaesata e in crisi di identità. Nel tragitto Afrodite-Vittoria ha dismesso l'attributo posticcio e fantasioso delle ali; ma ha anche perduto l'elmo e lo scudo, i trofei d'amore della dea che ricordano che la grazia può debellare la furia di Ares. (Monica Centanni, Alberto Ferlenga)

Eutanasia di un archivio: pensieri sulla chiusura dell'ASAC

Dopo mesi di serpeggianti voci di corridoio e dispacci ufficiosi, "finalmente" l'ASAC è chiuso: l'Archivio Storico della Biennale ha lasciato Venezia e la sua sede storica di Ca' Corner della Regina, dove si trovava dal 1973, iniziando il trasloco – opera dalla portata ingegneristico-logistica di non poco conto se si pensa alla mole del materiale, che verrà spostato "provvisoriamente" al centro VEGA di Marghera. Una perdita annunciata ormai da anni e a cui nessuno credeva più, avvenuta sottotono e circondata da disinteresse comune e diffuso. La preoccupazione per le sorti dell'ASAC resta dentro le scatole in cui il materiale rimarrà fino a nuova destinazione – ci piacerebbe credere allo spostamento come a un momento di rinventariazione e di risistemazione, purtroppo è più facile collegarlo all'accumularsi di polvere. Dopo la rinuncia, da parte della Biennale, ai locali di Ca' Corner della Regina, l'ipotesi più accreditata per la ricollocazione è all'Arsenale, nei locali delle ex-mense: l'archivio tornerebbe quindi a Venezia, ma, per l'insufficenza degli spazi, perderebbe una delle sue componenti, sicuramente la biblioteca, per la quale nel corso del tempo già IUAV e Ca' Foscari si erano fatte avanti. Di fronte a una situazione tanto grave, non bastano i pur interessanti progetti per l'Archivio del Contemporaneo, ovvero per:

"[...] Un nuovo centro di ricerca e di produzione culturale interdisciplinare e multimediale che si innesta sull'ASAC [...] e che mantiene la sua vocazione a conservare, classificare e produrre chiavi di interpretazione (compito sempre più cruciale in un'epoca di sovrabbondanza informativa). Ma soprattutto vuole proiettare questa attitudine sul presente e sul futuro, con l'ambizione di esplorare i nuovi confini dell'innovazione culturale" (Press della Biennale 19/12/02). 

Parole, queste, che non bastano a camuffare la dismissione di un patrimonio già esistente: certamente costoso e "non redditizio", ma frutto di un progetto culturale, di un'idea di ricerca che nasce da una fruizione libera e autonoma, senza barriere tematiche, che vive nella comunicazione tra piani, discipline e spazi fisici e mentali in un unico luogo, in cui si trovano archivio, biblioteca, fototeca, periodici, manifesti, raccolte video (la cineteca se ne era già tristemente andata, in deposito presso quella di Bologna). Purtroppo in una città sede di una Mostra Internazionale del Cinema in cui le sale cinematografiche in pochi anni sono passate da sette a tre, la scomparsa dell'archivio di una mostra d'arte contemporanea, barlume di possibilità culturale, non farà poi tanto rumore. (Ilaria Tontardini)

Convegno romano su Ernst Gombrich. Recensione al convegno: "L'arte e i linguaggi della percezione, Sir Ernst H. Gombrich", convegno internazionale, Roma, 31 marzo / 1 aprile 2003

Il 31 marzo e il 1 aprile si è svolto a Roma un incontro internazionale di studi dedicato a Ernst Gombrich, organizzato dal Comune di Roma in collaborazione con l’Istituto Storico Austriaco, la Biblioteca Hertziana, The British School at Rome. Gli interventi si sono articolati su tracce diverse: lo sviluppo di alcune tematiche "a partire da Gombrich"; l'analisi e la critica di alcuni nodi del pensiero dello storico dell'arte; la presentazione della personalità e di alcuni tratti salienti della biografia attraverso la sua opera. Su queste linee sono state offerte interessanti proposte di prosecuzione e correzione di temi gombrichiani dagli scritti più celebri: semiotica ed dell'emblematica (Paolo Fabbri); ripetizione, variazione e invenzione nell'ornamento (Massimo Carboni; un estratto dell’intervento su "Il manifesto", 30 marzo 2003, p.14); meccanismi della tradizione (Claudia Cieri Via); ritratto e fisiognomica (Maria Giuseppina Di Monte Nisini). Particolarmente interessante è emersa in diversi interventi la caratteristica ambiguità del pensiero e dell'opera di Gombrich. Né storico dell'arte – anche se così egli stesso si definiva – né iconologo (queste le "eresie" proposte da Augusto Gentili), Gombrich scivola in alcuni saggi, e particolarmente in quelli dedicati agli studi rinascimentali, nelle stesse falle stigmatizzate come pericoli e insidie delle ricerche iconologiche, rintracciabili ancor oggi, con un accanirsi sul "florentinicentrismo" e su una quanto mai dannosa vaghezza dell'indagine contestuale, in quelle che possiamo leggere solo come "espirazioni" e "traspirazioni" dell'inafferrabile chimera dell'Iconologia. Figura di umanista scettico ovvero scienziato positivista: questa la "schizofrenia" apparente o forse l'ambiguità strutturale (Michele Di Monte) di uno studioso la cui opera ha avuto grandissima fortuna, ma ha lasciato scarsissimi frutti e forse nessun vero erede. In questo senso (sottolinea Luca Bortolotti) non è possibile identificare un vero metodo o una scuola di Gombrich, al quale è però doveroso riconoscere il ruolo di 'garante' e arbiter degli studi che sulla scia delle sue opere si sono inseriti. Da questo prospetto è emersa una spaccatura significativa tra la prima e la seconda giornata dei lavori, o meglio, tra i relatori italiani e quelli anglosassoni: cesura particolarmente interessante perché rivelatrice di una diversa ricezione del pensiero e dell'opera di Gombrich e, più in generale, dell'eredità scientifica dei grandi" storici dell'arte" – il cui statuto disciplinare è stato velatamente discusso in questi due giorni – formatisi prima della seconda guerra mondiale. È possibile infatti riconoscere, da un lato, un taglio interpretativo – e forse anche una consuetudine a volte superficiale – che ripercorre la traccia del 'pensiero iconologico' e della filosofia delle immagini; dall'altro, necessario controaltare, una ricezione influenzata da una diversa tradizione scientifica, sensibile al problema della percezione anche nei termini della fisiologia e meno timorosa di sporcarsi le mani con la divulgazione. In questa seconda linea interpretativa s'inserisce l'identificazione dei punti di tangenza delle ricerche di Ernst Gombrich con lo sviluppo delle neuroscienze (Karl Clausberg), per il tramite – variamente filtrato e assorbito – di Exner, Mach, Hering. Così anche le puntuali precisazioni terminologiche sul "razionalismo" dello studioso viennese e la riflessione sull'eloquenza espressiva gestuale e il filtro linguistico in Gombrich e Diderot (Michael Podro). Importante è emersa, in questi due giorni di studio, anche la presentazione della personalità e di alcuni eventi della biografia di Gombrich: dal debito rintracciabile nei primi articoli e saggi nei confronti della cosiddetta "scuola viennese" e della Kulturwissenschaft (Artur Rosenauer); alla fama discussa di divulgatore e magistrale narratore di storie (Nigel Spivey); al problema della fuga degli intellettuali da Vienna dopo il 1938 (Wolfgang Georg Fisher) e dell'impatto culturale e linguistico con il mondo anglosassone. "In inglese non si possono fare 'hegelate'", rispondeva Gombrich nel 1995 a una domanda in proposito nella lunga e articolata intervista documentario (Wolfgang Georg Fisher) che ha chiuso il convegno. (Katia Mazzucco)

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