"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

32 | aprile 2004

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Il ritorno di Rutilio Namaziano: un testo in ribalta

Recensione al film: De Reditu. Il ritorno, regia di Claudio Bondì, Italia 2004

Giacomo Dalla Pietà

La scelta del De reditu suo di Rutilio Namaziano come soggetto per un film può considerarsi il segno di una nuova concezione della classicità che va diffondendosi in questi ultimi anni: l'interesse sempre crescente per il mondo tardo antico e per la sua letteratura come qualcosa di esotico e decadente (concezione che forse oggi si può applicare tout court anche all'Antichità in generale) porta a rivalutare un vero capolavoro qual è il poemetto di Namaziano, e a sottolinearne la modernità come frutto di un'epoca di decadenza e precarietà alla quale è facile accostare la nostra. Effettivamente ciò che in questo film colpisce più favorevolmente è l'atmosfera crepuscolare e dimessa, ma non priva di evocativa solennità, che sembra regnare dall'inizio alla fine, diversamente da quanto accade negli pseudo storici peplum degli anni Cinquanta e Sessanta.

La magnifica fotografia di Marco Onorato trova la sua migliore espressione nelle riprese delle città costiere disertate a seguito delle invasioni barbariche, della natura incantata di ulivi, della macchia mediterranea e dei boschi, e proprio in questo senso forse il film riesce a comunicare il senso di elegiaca malinconia che emerge dalla lettura dei distici di Rutilio, che si possono compendiare così: "Non indignemur mortalia corpora solvi / cernimus exemplis oppida posse mori" (vv. 413-414). 

Il regista, dotto e scrupoloso ha prestato attenzione a particolari non banali, quali la ricostruzione della cymba, la piccola barca sulla quale Rutilio e i suoi pochi compagni compirono il viaggio per mare; ha ricostruito i riti pagani superstiti all’epoca di Rutilio che il poeta ricorda ai vv. 370 ss; anche se forse, talvolta, ha inserito passaggi del tutto assenti nel testo antico, che potevano tranquillamente omettersi, quali l'incontro amoroso (o meglio la previsione di esso) tra Rutilio e la sacerdotessa di Iside che presentandosi al suo talamo si autodefinisce con involontaria comicità l'impudicizia. Basandosi anche su opere letterarie recenti sulla figura del poeta, quali il racconto L'altra metà del demone di Maria Clelia Cardona (Marsilio, Venezia 1997), il regista fa di Rutilio un nostalgico del paganesimo che, durante il suo viaggio verso la natia Gallia, capeggia una congiura aristocratica tendente alla restaurazione del sistema pre-costantiniano. Egli fa terminare il film con il fallimento del piano e la morte di Rutilio, inseguito dai cataphracti dell'imperatore.

È chiaro che in questo caso il testo di Rutilio diventa parzialmente un pretesto. Ciononostante il merito di questo film è quello di incrementare l'interesse per un'opera letteraria intramontabile quanto poco conosciuta.

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