"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

109 | settembre 2013

9788898260546

titolo

Kociss. Passione e morte dell'ultimo bandito veneziano

di Roberto Bianchin (con testi di Gianfranco Bettin e Giovanni Dell'Olivo)

Presentazione di Gianfranco Bettin e di Giovanni Dell'Olivo

Kociss, nato a Venezia nel 1948, morto a Venezia nel 1978: un mito contemporaneo e la sua rappresentazione letteraria e poetica, prima che storica, nel bel volume di Roberto Bianchin, edito da Milieu Edizioni 2013. Per cortese concessione dell'editore pubblichiamo l'introduzione al volume di Gianfranco Bettin e la presentazione dello spettacolo teatrale di Giovanni Dell'Olivo; i disegni che accompagnano i testi sono di Mauro Moretti e sono tratti dalle illustrazioni del volume.

Kociss tra vita e leggenda

Gianfranco Bettin

Mama, put my guns in the ground
I can't shoot them anymore.
That long black cloud is comin' down.
I feel like I'm knockin' on heaven's door.
knockin' on heaven's door

Seppellisci le pistole, mamma,
non le userò mai più.
C’è una lunga nuvola nera che arriva,
sento che sto per bussare alle porte del cielo.


Bob Dylan, Knockin' on heaven's door, in Pat Garrett e Billy the Kid (1973)

Vite come quella di Kociss, per quanto raramente, finiscono più facilmente nella leggenda che nella storia. In genere se ne occupa la cronaca, quella nera o quella sociale, per imprimervi stigmi patetici, grotteschi o criminali. Quanto alla storia, di solito le macina indifferente, vite di scarto, numeri vuoti. La leggenda, per queste vite, è di per sé una via di fuga, di riscatto dall’oblio e dalla desolazione della marginalità, uno strumento per restituire alla vita una consistenza, una verità. È forse l’ultima leggenda prodotta da Venezia nel Novecento, quella di Silvano Maistrello detto Kociss, che questo libro di Roberto Bianchin – come le canzoni e i testi di Gianni Dell’Olivo per lo spettacolo teatrale con la regia di Gianni De Luigi – racconta benissimo, in modo struggente e avvincente, con materiali di prima mano. In effetti, si tratta forse dell’ultima leggenda prodotta in assoluto da una città che nella sua storia ne ha create moltissime e che infatti è stata definita “la Shakespeare delle città” per la sua capacità (che corrisponde al suo destino) di vivere costantemente, con arte e naturalezza, al confine tra dramma, tragedia e commedia (e quanto a quest’ultima, Goldoni sta da par suo a fianco del grande bardo inglese). Ovviamente, sarebbe l’ultima delle leggende se non si considerasse Venezia stessa come leggenda massima prodotta dalla città, da sé medesima, quella che resterà comunque e si rinnoverà anche se dovesse inabissarsi e, con ciò, inverare il grido d’allarme levatosi fin dal fatale 1797 e poi rinnovatosi, per altre cause, all’alba del Novecento e quindi, oltre la metà del secolo, nel 1966. Un grido riecheggiato fino a oggi nella fantastica camera sonora che la città è, come ricordava Gigi Nono. Anche se scomparisse, insomma, Venezia resterebbe leggenda e anzi lo diventerebbe al grado estremo e perciò ogni altra che abbia prodotto o produrrà sarà sempre penultima al suo cospetto.

Tale è finora la vicenda di Kociss, trasfigurato ancora in vita oltre la cronaca, in una dimensione che ha la forza, la vitalità irriducibile della narrazione orizzontale, di bàcaro, calle e strada, anche fuori della Venezia storica. La sua leggenda è custodita dall’immaginario popolare locale, dalla sua memoria tramandata, esattamente come nel suo popolo e nei suoi luoghi poveri e labirintici Silvano trovava il riparo preferito e più sicuro. Fino a quando, almeno, non è stato proprio qualcuno che gli era vicinissimo a tradirlo, come suggerisce questo libro sulla scorta di una convinzione della fedele, appassionata sorella Annamaria (la cui voce intensa e sincera ricorre in queste pagine):

Ti ho voluto bene Silvano, molto bene. Anche se sei stato un ladro e un bandito. Ma non ti ho mai assolto per quello che hai fatto. E non ti assolvo neanche adesso. Quello che hai fatto era sbagliato, tutto sbagliato. Anche se non hai mai ucciso nessuno.

Un tradimento che ne ha comportato la morte il 12 maggio del 1978, accidentale che sia stata (come esito di un conflitto a fuoco, comunque provocato dalla soffiata) oppure voluta a freddo (come un’esecuzione immotivata). Bianchin, come la famiglia, propende per la seconda ipotesi, alludendo a diverse possibili motivazioni che potrebbero incrociarsi con una possibile recente vicinanza politica di Silvano alle Brigate rosse, maturata, su un ceppo di originaria simpatia per la sinistra tipica del natio sestiere rosso di Castello, con la conoscenza in carcere di diversi esponenti del brigatismo, oppure con l’astio da frustrazione che potrebbero aver sviluppato certi poliziotti nei confronti del re delle evasioni e delle latitanze o con altre ragioni ancora, più insondabili, più oscure.

In ogni modo, quella rapina finita male, quelle due pallottole letali ricevute nel fianco all’incrocio tra il rio di Santa Marina e il rio del Piombo, troncano a trent’anni esatti una vita incominciata il 29 giugno del 1948 nel più antico cuore proletario della città, a Castello, in Fondamenta Sant’Anna al civico 513. Come scrive Bianchin, in una pagina che è anche, come tante altre del libro, un brano di storia sociale veneziana: “Kociss nacque in un’altra Venezia. Una città completamente diversa da quella di oggi. Una città che non c’è più e di cui si è anche perduta la memoria” ma che “al primo sguardo sembra ancora la stessa. Piazza San Marco è ancora lì, al suo posto di sempre. Anche Palazzo Ducale. E il ponte di Rialto, e le calli, i ponti, i campi e i canali portano ancora gli stessi nomi. Devi fare sempre le stesse strade per raggiungerli. Anche l’Arsenale, con le sue vecchie mura, alte e sbrecciate, non ha cambiato casa. Continua a svettare nel centro del sestiere di Castello, il più antico e popolare, che abbraccia la parte più a sud della città, dove Venezia finisce. La patria di Kociss. Anche lei, a prima vista, sembra uguale. Le stesse case basse, le osterie, i bambini che corrono per le calli, i vecchi che giocano a carte, i banchi del pesce e della frutta, la biancheria stesa ad asciugare sulle corde tirate da un balcone all’altro. Sembra uguale. Ma non è così. Solo le pietre sono rimaste uguali. Le persone intorno, la società, sono profondamente cambiate. La Venezia di Kociss, quella appena uscita dalla guerra, la Venezia della fine degli anni quaranta e degli anni cinquanta, era molto diversa”.

Su questo solido impianto storico e descrittivo, Bianchin evoca, con grande respiro narrativo, episodi e ritratti che non si dimenticano, dalla nascita di Silvano in una delle case fradice e povere della città vecchia (canta Dell’Olivo: La luna era rossa, era grossa / presagio di morte e sventura / La luna era piena e nascevo / in un presepio di spazzatura) alle peripezie dell’infanzia, tra la pantegana ammaestrata e le nuotate interminabili, mirabili per destrezza, dalle umiliazioni scolastiche all’abbandono istituzionale, dal brulichio vitale e disincantato del proletariato e del sottoproletariato de Casteo alle singole figure ben rimarcate, memorabile fra tutte la madre Rosina Maistrello, “una delle donne più note di tutta Venezia” per bellezza e disinibizione, e anche per tempra ribelle, resa madre da uomini sempre diversi e sempre tenuti ignoti agli altri. Madre di figli amatissimi che portano tutti, fieramente, il suo cognome, Rosina, dopo la morte di Silvano, sarà infine travolta dal destino, dalla vita, dalle ingiustizie e dal delirio, in un crescendo sconvolgente di dolore e furore, un epilogo che occupa uno spazio breve nel libro ma che lo marchia profondamente.

L’iniziazione di Silvano alla vita fuorilegge, l’apprendistato della leggenda, sono da manuale del disadattamento sociale, sembrano usciti da un testo di Winnicott, tipo “La delinquenza come segno di speranza”, del 1967, in cui il celebre psicoanalista ed educatore descrisse per l’ennesima volta il nesso tra la deprivazione originaria subita dal bambino e la sua ricerca di risarcimento, di pienezza di vita, destinata a passare anche per atti di rottura con il mondo circostante, e tanto più se quel risarcimento si fa attendere e la deprivazione si fa più profonda e duratura.

Quando Kociss morì il gruppo di quartiere al quale partecipavo, nella zona più dura e difficile di Porto Marghera, fece non ricordo più se un volantino o un tazebao, che aveva per titolo una frase di Pasolini che avevo scovato io: “Nella tua incoscienza è la coscienza che in te la storia vuole”. Eravamo giovanissimi, dei ragazzi, e pensavamo, senza ancora conoscere Winnicott (e tanti altri), che nella vita fuorilegge di Kociss ci fosse l’annuncio, la premessa (e la promessa), di una ribellione più alta e consapevole, di là da venire. Molti nostri amici, molti di 'noi', facevano lo stesso. Ribelli (quasi) senza una causa, o forse ribelli con (quasi) una causa, per parafrasare il titolo originale di Gioventù bruciata, film mito delle generazioni come quella di Kociss, precedenti la nostra (come anche Fronte del porto, film mito anche di molti nostri padri, portuali e operai di fabbrica, non senza quello stesso spirito ribelle, in questo caso però spesso sindacalizzato e politicizzato).

Aveva 'una causa' Kociss? C’era davvero, in lui, la 'coscienza' che nella storia urgeva qualcosa d’altro, qualcosa che noi, giovani, arrabbiati e presuntuosi, pensavamo di conoscere meglio di lui: una liberazione, una giustizia, un’eguaglianza che non erano ancora possibile vedere in un mondo, in una città, in un quartiere o sestiere segnati a fuoco dal loro opposto? Il libro vi allude, le testimonianze non sono concordi. La sorella Annamaria propende per una sorta di istintivo ideale comunitario, che faceva sentire Silvano vicino ai suoi simili, al suo popolo, per il quale poteva certo trasformarsi in un Robin Hood per generosità e disponibilità umana, ma certo non in un militante ideologico o politico. Il suo incrociare il brigatismo poteva essere più simile all’incontro tra persone che hanno lo stesso nemico, le istituzioni, lo Stato, ma per ragioni solo in parte simili e che, nel bandito veneziano, nascevano da un vissuto esistenziale e sociale del tutto peculiare, nel quale noi stessi potevamo riconoscerci, benché più giovani e all’altro capo della città, agli antipodi cronologici e sociali della Venezia storica popolare (lontana dalle fucine industriali di Marghera e dalla sua dura periferia urbana). Kociss capitava a volte dalle nostre parti. Al Gin Bar o al bar da Ciccio a Ca’ Emiliani, al bar da Aldo, al bar San Marco di piazza Mercato, dove capitavano anche i giovanissimi nuovi banditi del Brenta e dove incontravano i nostri coetanei, o i banditi adulti o i grandi vecchi della mala di prima. La sua leggenda era già incominciata, a quel tempo. La ballata del ladro Kociss di Dell’Olivo ne coglie benissimo tanti aspetti, le voci e le storie che giravano su di lui:

Dalla finestra sulla veranda / Salta più in alto allunga la gamba / Vola dal tetto sulla terrazza / Corri più forte che il cuore impazza / Dalla grondaia giù sulla riva / Stretta nel sacco la refurtiva / Mille in contanti e un ciondolo d’oro / Sono il compenso del tuo lavoro / Come i fornai le mignotte e i gatti / Dormi di giorno e la notte batti / Prima il viatico in osteria / Poi per le calli a fare razzia / Ti fa da bussola un raggio di luna / E un gatto cieco portafortuna […] Con la bandana da capo indiano / Capelli lunghi ed un nome strano / Questa laguna è una prateria / Venti cavalli per scappare via.

Era questo il Kociss (anzi, el Kòciss, come tanti dicevano, con l’accento sulla o) che colpiva chi era più giovane, più ragazzo di lui, che pure era solo poco più grande, insieme a quello che oggi si chiamerebbe il look, i capelli da apache ma anche da beatnik, e il modo di vestire, tra il guapo e il pop, che ne faceva anche uno spontaneo interprete dei mutamenti di stile, a loro modo altrettanto dirompenti, delle giovani generazioni delle classi popolari. La sua contemporanea predilezione per le canzoni di Claudio Villa, il 'reuccio' della canzone melodica tradizionale, e per Patty Pravo, la diva più trasgressiva di quell’Italia, mestrina e veneziana, con cui forse, lei giovanissima e ancora sconosciuta, Silvano ebbe una storia (come qui si racconta), e di cui amò sempre intensamente le canzoni (e quali di più? Ragazzo triste?), questo amare due cantanti così diversi ne segnala l’appartenenza a una generazione ponte tra due epoche, due esperienze culturali e sociali.

Kociss era tale anche nella specifica, e totalizzante per lui, esperienza della mala. Era un allievo, e divenne ben presto un giovane maestro, di quella vecchia, nella peculiare versione veneziana. Verso la metà degli anni ’70, poco prima di morire, si era trovato di fronte a qualcosa di nuovo: il business, e la tragedia, dell’eroina. La vecchia mala ha esitato di fronte a questo affare moderno. A volte vi si è perfino contrapposta. Sentiva che non era solo una cosa illegale, come le solite: sentiva che era anche una forma di male molto maggiore. Ricordo benissimo quella esitazione. Ci capitò, ancora negli anni ’80, di lottare duramente contro gli spacciatori che infestavano i nostri quartieri a Marghera, noi collettivo politico di base, insieme a esponenti della vecchia mala che odiavano quel mercato così facile, redditizio e pericoloso, vecchi banditi, banditi adulti o anche giovani, che sentivano come minacciasse anche i loro figli o nipoti, i loro fratelli minori, vedevano come avvelenasse la comunità, distruggesse vite e persone e famiglie (e, anche, come rendesse inaffidabili sul 'lavoro'). Anche le più giovani leve della mala esitarono, per un po’. Si può pensare che sentissero una sorta di dilemma morale. Lo sentì anche Kociss? Ne ebbe il tempo? Da come lo si racconta qui, specialmente nelle parole dei familiari, viene da credere di sì, anche se la vera falcidie di morti e la vera pestilenza sociale che l’eroina provocò avvennero più tardi, quando lui era già scomparso. Molti, invece, di quelle nuove generazioni della mala, superarono il dilemma dalla parte sbagliata. A volte si illusero di poter entrare nel più sporco dei business tenendolo comunque lontano dalla propria zona, dai propri ambienti umani e sociali. Ma era, appunto, un’illusione. Nulla poté fermare quel lurido, devastante affare, e infine il richiamo dei soldi si fece irresistibile.

Felice Maniero, della generazione successiva a quella di Kociss, mise da parte remore e dilemmi e nel modo più spregiudicato guidò lo sviluppo della nuova mala, poi divenuta mafia e tale riconosciuta anche nei tribunali. Una mala organizzata e cinica, che seminò la morte e il dramma nei nostri quartieri, si arricchì, divenne potente, e fu infine sgominata, oltre che dalle indagini e dalle denunce anche civili, dal tradimento / pentimento del proprio stesso capo, seppellendo così definitivamente il mito dei banditi romantici, nati dalla ribellione, interpreti di un disagio sociale ed esistenziali, Robin Hood o capi indiani che fossero.

Cosa avrebbe fatto Kociss al posto di Maniero e degli altri, poi diventati i temutissimi 'mestrini' e 'margheresi' o i veneziani venuti dopo di lui, del tutto disponibili a buttarsi nel nuovo mercato? Avrebbe accettato di portare la morte silenziosa e straziante nel proprio sestiere, nella propria comunità? Chi legge questo libro bellissimo, chi ascolta queste canzoni coinvolgenti, non può che dire di no. Nel suo modo strano, a modo suo, ci piace immaginare che Kociss si sarebbe salvato da questa infamia e che avrebbe cercato la via per evadere anche da quella tentazione. Sarebbe stata la sua evasione più riuscita, quella che gli avrebbe meritato già in vita l’applauso e l’abbraccio che il suo sestiere gli ha riservato in morte, al suo funerale, il più memorabile ma anche il più rimosso, il più taciuto, che Venezia abbia visto in quei decenni. È questa la risposta alla domanda che Annamaria si fa e che rivolge, oggi, al fratello: “Silvano, no ti ghe crederà, ma lo sai che dopo tanti anni c’è ancora qualcuno che si ricorda di te?”.

Una leggenda della Venezia sommersa

Giovanni Dell'Olivo

L’idea di portare in scena la storia di Silvano Maistrello, il Kociss, è sempre stata un’ossessione per Gianni De Luigi. Lui e Silvano sono pressoché coetanei, hanno abitato la stessa città, frequentato la stessa gente nelle stesse osterie, hanno sognato davanti agli stessi film negli stessi cinematografi. Solo che Gianni era un borghese figlio della Venezia bene, colta e aristocratica, Silvano era un figlio del sottoproletariato urbano, violento e disperato. All’epoca, a Venezia, era normale più di adesso che ricchi e poveri, servi e padroni, delinquenti e timorati di Dio si frequentassero. Il corpo sociale era variegato ma coeso, forse anche per una questione di spazio. C’erano meno turisti, ma tanti, tanti veneziani, tutti stipati come pesci in scatola per le calli della città, tutti costretti a sopportare il tanfo dell’altro. E c’erano anche tantissime osterie, tutte piene a ogni ora del giorno e della notte, dove anche l’ultimo barlume di stratificazione sociale svaniva fra le ombre di vino. Entrambi, Gianni e Silvano, hanno vissuto con intensità inusitata l’infanzia e l’adolescenza nella Venezia degli anni cinquanta e sessanta, solo che Silvano ha fatto il rapinatore ed è morto sotto i colpi di carabina delle forze dell’ordine, e a Gianni, che invece ha fatto del teatro la propria ragione di vita, è toccato celebrarne il mito.

Gianni, cresciuto com’era nel mito dell’antieroe e della ribellione giovanile borghese contro la propria classe sociale, provava un sentimento misto fra meraviglia e sgomento nei confronti di quel giovane puledro recalcitrante. In fondo non era che un bullo senza destino, uno fra i tanti, ma il carisma di quel giovane Prometeo venuto dalle fogne lo affascinava enormemente. Gli ricordava uno dei personaggi di West Side Story, un film cui è sempre rimasto legato, e che piaceva molto anche a Silvano. Gianni ha assistito alla rapida e convulsa ascesa di Kociss, sia come spettatore diretto degli eventi sia come avido lettore dei quotidiani locali dell’epoca, sempre pronti a riempire le prime pagine con le peripezie del bandito. E come tutti fu sconvolto dalla sua tragica fine, avvenuta nel maggio del 1978.

È stato allora, leggendo la storia a puntate di Kociss, scritta da un giovane giornalista de "Il Diario", Roberto Bianchin, che Gianni ha avuto l’idea di portare in scena la vita del suo antieroe preferito. Inizialmente, proprio in omaggio a West Side Story, voleva fare un musical, poi un film, sognando addirittura di ingaggiare Sylvester Stallone nella parte di Silvano. Poi, fregandolo sul tempo (secondo Gianni “anche fregandogli” il soggetto), ci hanno provato altri, con il cinema, poco meno di dieci anni fa, ma è stato un fiasco: un film mai distribuito, una società di produzione messa in liquidazione e una condanna per diffamazione comminata alla produzione per avere disonorato la memoria della defunta Rosina Maistrello. Del resto l’operazione cinematografica era apparsa a tutti un po’ troppo “calata dall’alto” e poco rispettosa della sensibilità popolare nell’affrontare un argomento che a Castello riporta alla mente antiche ferite mai del tutto rimarginate. Infine sono arrivato io, che all’epoca dei fatti ero un bambino di nove anni. Di Kociss avevo in effetti sentito parlare già da piccolo, ma la sua storia mi è diventata familiare quando mi sono trasferito in via Garibaldi, vicino a Campo Ruga, dove avevo comperato casa nel 2000. Ho conosciuto nei bar i suoi amici di allora e ho ascoltato le storie incredibili che circolavano sul suo conto, condite di particolari degni della Commedia dell’Arte.

Una sera d’estate del 2009, Gianni mi ha raccontato, proprio in un bar di via Garibaldi, del suo progetto di portare in scena Kociss. Mi ha letto d’un fiato – con voce profonda da attore consumato – il soggetto che si era portato dietro per l’occasione. Mentre leggeva, una luna rossa come un’arancia da sugo faceva capolino alle sue spalle e la suggestione coreografica del momento, resa più vivida dal fiume di aperitivi consumati, mi ha fatto capire che, sotto la guida di Gianni, lo spettacolo sarebbe stato interpretato da un cantastorie, che quel cantastorie sarei stato io e che la band Collettivo di Lagunaria, avrebbe messo le ali alla musica e alle parole che già stavo scrivendo. L‘ouverture dello spettacolo, La Luna era rossa, l’ho scritta quella sera stessa, mentre Gianni stava ancora leggendo. Nel giro di un anno circa, ho completato la drammaturgia e gli arrangiamenti musicali, aiutato da Gianni, dai suoi attori, da Leonardo Mello e dai musicisti del Collettivo.

Lo spettacolo è stato rappresentato per la prima volta al Centro Sociale Morion di Venezia nel maggio 2010 (> vedi lo showcase). In quella occasione ho conosciuto Annamaria, la sorella minore di Silvano, venuta con un amico di famiglia per capire che aria tirava. Dopo un iniziale momento di studio reciproco, siamo diventati amici per la pelle. Le sue lacrime alla fine dello spettacolo e il suo abbraccio vigoroso sono per me un ricordo indelebile. Da allora Annamaria non ha perso una rappresentazione dello spettacolo, ha portato a teatro parenti e vecchi amici di Silvano, vincendone con la forza dell’amore e della persuasione l’iniziale diffidenza. Fra il pubblico, qualche volta, c’è stato anche Roberto Bianchin. Per coinvolgerlo in questa splendida avventura, lui che oltre a essere scrittore e giornalista è anche uomo di teatro e musicista, è bastata una telefonata e ci siamo capiti alla perfezione sul da farsi: parlare della Venezia minore, quella che non si vede in cartolina.

Raccontando la storia di Silvano Maistrello abbiamo cercato di riportare alla luce l’essenza meno scontata di una città, la vitalità del suo corpo sociale, oggi sempre più sfilacciato, e di rappresentarne infine il genius loci per come lo vediamo noi, che a Venezia continuiamo a vivere e che Venezia vediamo ogni giorno inesorabilmente morire. 

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