"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

110 | ottobre 2013

9788898260553

Sul metodo: per una archeologia della visione

Monica Centanni

English abstract

Continuità, distanza, conoscenza: in un suo saggio divenuto un testo di riferimento importante per lo studio della tradizione classica e, più in generale, per lo studio dei meccanismi che governano la trasmissione e la ricezione delle tracce storiche, Salvatore Settis individua in queste tre definizioni, tre diversi atteggiamenti – non sempre cronologicamente distinti ma a volte contemporaneamente attivi – tre fasi della cultura occidentale. Continuità, distanza, conoscenza sono dunque nomi delle diverse posture ermeneutiche con cui, di epoca in epoca, di autore in autore, di momento in momento, la cultura del tempo si rivolge verso il proprio passato. Rispetto a questi tre comportamenti l’archeologia è, anagraficamente, una scienza giovane che nasce nel segno della 'conoscenza'.

Nella 'continuità' possiamo riconoscere l’atteggiamento medievale verso il passato – considerato come un “magazzino sotto casa” di pezzi disponibili da riutilizzare senza peso di scrupoli, per famigliarità e per senso indiscusso di proprietà ereditaria: con affetto ma senza rispetto; un passato infectum, continuato fino all’oggi in un’epoca unica e continuata, senza strappi e senza discontinuità. E nel tempo unico non storicizzato si crede di fare ordinaria manutenzione del patrimonio.

La 'distanza' segna la riscoperta del discontinuo andamento che scandisce il senso storico del tempo: lo sguardo del Rinascimento che avverte il passato – e in particolare il passato greco-romano – come un tempo perfectum, separato dall’oggi da secoli di decadenza e di oblio: un patrimonio di segni, parole, simboli da recuperare e far rinascere. È amore della distanza che non si traduce però in romantica nostalgia della rovina ma in un gioco di risemantizzazione attualizzante del frammento.

L’archeologia è invece una disciplina figlia dell’età della conoscenza: il passato inteso come passato remoto che riaffiora per pezzi che segnalano la presenza di un monumentale repertorio da studiare filologicamente, inventariare, ordinare, catalogare in modo sempre più preciso ed esauriente, e quindi musealizzare – con l’obiettivo ultimo di restituire tendenzialmente, di quanto è stato, una sempre più completa integrità. Pur passata attraverso più di due secoli di vita – due secoli importantissimi per la quantità e la qualità di studi e di ricerche – possiamo dire che l’archeologia è tuttora ancorata al suo registro di nascita, è ancora iscritta entro le sue coordinate anagrafiche. Ma l’attitudine positivistica e tassonomica appare oggi insufficiente per le stesse scienze umanistiche – filologia e archeologia – che sono i frutti migliori di questa stagione ermeneutica della 'conoscenza'. Paradossalmente, ma non tanto, proprio le sempre più sofisticate istanze di rigore tecnico e metodologico negli scavi, nei restauri, nella conservazione e valorizzazione dei reperti, chiedono all’archeologia di riprendere una posizione centrale negli studi storici, e in particolare di riacquistare (o forse acquistare) la posizione di prestigio che le spetta, da protagonista non ancillare delle scienze umanistiche. E proprio la relazione, sempre più stretta e necessaria, che l’archeologia – e in generale gli studia humanitatis intrecciano con le scienze dell’architettura (scienza prometeica della progettazione del proprio tempo), inducono le stesse discipline del passato a mettere in crisi il proprio statuto di origine: a rivedere il proprio, sostanzialmente continuato, atteggiamento settecentesco.

Troppo spesso la deferenza per il reperto tende a una astratta indiscrezione nella valutazione critica dei dati, che nell’osservanza della norma conservativa – burocraticamente corretta ma intellettualmente e politicamente irresponsabile – fa naufragare l’applicazione discreta della valutazione storica: rispetto e insieme valutazione e scelta, ovvero atto di responsabilità. E l’indiscrezione porta al fallimento anche del primo obiettivo, banalmente protezionistico, del manufatto antico.

La storia dimostra infatti che si conserva soltanto ciò che o è totalmente muto, o ciò che in qualche modo parla alla cultura del tempo. Nutrire il proprio tempo di memoria, dunque, senza mai deporre e anzi affinando i ferri di un mestiere – la scienza del passato – che si è perfezionato in secoli di pratiche tecniche e di raffinate elaborazioni teoriche – senza rinunciare ai mezzi ermeneutici messi a punto in secoli di storia disciplinare. Ma guadagnando dagli studia antiquitatis una dimensione ulteriore e più ambiziosa rispetto all’ambito specialistico: lo statuto di scienza non di erudizione, di scienza suo marte storica – che mette in funzione la acribìa disciplinare, il rigore del metodo al fine della costruzione di un racconto che sia seriamente, scientificamente, fondato. E che sia, soprattutto, passione del proprio tempo, progetto del presente.

Tornando alle categorie proposte da Settis, l’archeologia non può più limitarsi a essere una tecnica dell’età della conoscenza – magari al servizio di tardo romantiche estetizzazioni delle rovine, o peggio consegnata all’illusione della restituzione filologica di un passato – ma è chiamata a farsi scienza della continuità e della distanza, e insieme passione della continuità e della distanza. I resti del passato non si lasciano studiare, e men che meno si lasciano raccontare e riabilitare, se non a patto di metterli in gioco, dinamicamente in una prospettiva di stratigrafia estetica. Recuperare, raccogliere, studiare – con amorosa e appassionata cura – i relitti del passato, significa considerarli come residui vitali di una storia culturale e archeologica non solo unica nel suo esito specifico, ma paradigmatica perché complessa e stratificata: l’obiettivo è costruire la trama di un racconto, un montaggio in cui gli spezzoni fotogrammatici acquistino, l’uno per l’altro, luce di significato.

L’archeologia come metodo di analisi non più tomografica ma stereoscopica dell’ossatura del passato che sostiene il presente. Il sottosuolo – la consapevolezza che il nostro passo insiste su pietre segnate, in modo più o meno visibile, dalla storia – come una presenza radioattiva, da trattare certo con cura e attenzione, nella consapevolezza che i reperti del passato emettono radiazioni positive e potenzialmente fruttifere. Invertendo di segno la percezione di una radioattività dell’archeologia connotata di segno negativo, che procura fastidi quando addirittura non è dannosa e nociva agli interessi del singolo cittadino.

Il sottosuolo come risorsa; l’evidenza archeologica come bellezza che dà lustro al presente; la memoria come fondale che dà profondità e valore alle imprese attuali; la provocazione rivolta alle istituzioni a garantire la cura necessaria e preziosa del bene comune, perché in quanto patrimonio pubblico è redditizio, è risorsa con un ritorno materiale economico, oltre che politico – che dà valore aggiunto, 'frutta interessi' anche diretti al patrimonio privato del cittadino. Una progettazione architettonica e urbanistica non superficialmente immemore può e deve fare felice connubio con una archeologia non grettamente conservatrice costruendo un raccordo di sguardi che dia vita alla memoria del passato e anima al progetto attuale.

Per una archeologia della visione: la riconquista di questo orizzonte – la dimensione storica dello studio archeologico e filologico che incrocia e mette in gioco il proprio sapere nel progetto di costruzione architettonica del paesaggio contemporaneo, degli scenari dell’attualità – consente di creare, rispetto agli oggetti del passato, la necessaria distanza cancellando ogni ingenua pretesa di obiettività del dato e di neutralità del punto di prospettiva. Non esistono dati oggettivi, non esistono sguardi neutrali: esistono frammenti del passato che ci chiedono di riacquistare vita, colore e smalto di senso. Di ritrovare eloquenza con le parole, sempre parziali e arbitrarie, del nostro tempo.

Lo sguardo storico – sempre, e specialmente se si rivolge agli oggetti del passato – deve farsi carico dello scarto che separa lo studioso – e ancor più il visitatore di siti archeologici dei nostri tempi – dalla sensibilità che connotava l’artefice antico, la cultura, i committenti e i fruitori del passato. Uno sguardo etimologicamente ‘archeologico’ non è compiutamente tale se non impegna in un progetto di restituzione architettonica che riconsegni la stratigrafia immateriale delle visioni che su un oggetto, su un edificio, su un’opera, su un paesaggio, si sono posate nei secoli, sovrimpressionandone la forma e il contorno – depositando sull’oggetto antico, come si deposita la patina materiale, film di proiezioni estetiche diverse che fanno filtro a qualsiasi pretesa di restituzione oggettiva; che virano sensibilmente la nostra propria visione.

Una archeologia che non tende più, paranoicamente, alla esaustività, ingenuamente positivista, del dato e della conoscenza, ma che ragiona per frammenti e per impronte, recuperando una prospettiva parziale e orientata, che dia conto del punto di vista, mai neutro, di chi studia il passato non per nostalgica erudizione ma per capire e vivere attivamente il presente.

English abstract

History shows that it retains only what is either totally dumb or that which somehow speaks to the culture of the present time. Feeding our memory means sharpening the tools of a discipline  the science of the past – that has been perfected over centuries of practical techniques and refined by theoretical elaborations – without giving up the means of interpretation developed over centuries of disciplinary history. But the goal is gaining an extra dimension to the humanity studies, more ambitious than the field specializations: the status of a historical science which activates the rigor of the method to the construction of a story that is serious, scientifically founded. And it is, above all, a passion and a project for the present time.

Echoing the categories proposed by Salvatore Settis for the interpretation of the past – continuity , distance, knowledge – archeology can no longer afford to be only a technique of the age of knowledge, perhaps in the service of the late romantic aesthetics of the ruins, or worse delivered to illusion of a philological restitution of the past. On the other hand, archeology is called also to be a science of continuity and distance, and together to cultivate the passion of continuity and of distance. The objective is to build the plot of a story, an assembly in which the frame segments acquire, the one for the other, light of meaning .

We know that in all the historical sciences there are no objective data, there are no neutral looks: there are fragments of the past asking us to regain life, color and glaze of sense. The archeological science has to be a method of analysis of the skeleton of the past that supports our present, an analysis no longer tomographic but stereoscopic. Subsoil – the knowledge that our past insists on stones marked by history, in a more or less visible sense – presents itself like a radioactive presence, which must be treated with some care and attention, knowing that the remains of the past emit positive and potentially fruitful radiations.The aim is inverting the perception of the radioactivity of archeology in a negative sense, that provides only trouble even when it is not harmful and detrimental to the private interests of the citizens. On the contrary, the subsoil has to be perceived as a resource and the archaeological evidence as beauty that gives luster to the present time – the memory as a backdrop that gives depth and value to today’s enterprises. In this sense, archeology represents a challenge to the institutions to provide the necessary care for the common good, because a public asset is profitable, with a economic as well as political return, that gives added value, 'bear fruits' also to the private assets of the citizen. 

“For an archeology of vision” that does not tend anymore, in a paranoid fashion, to be exhaustive, naively positivist, on data and knowledge, but that reasons by fragments and imprints, recovering a partial and oriented perspective, and takes into account the point of view, never neutral, of those who study the past not for nostalgic erudition but to understand and actively live the present time.

 

keywords | Methodology; Vision; Salvatore Settis; Architecture; Tradition of the classic; Continuity distance knowledge; Archeology.

Per citare questo articolo: Sul metodo: per una archeologia della visione, a cura di M. Centanni, “La Rivista di Engramma” n. 110, ottobre 2013, pp. 8-12 | PDF dell’articolo 

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2013.110.0004