"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

112 | dicembre 2013

9788898260577

titolo

La medaglia di Sperandio de’ Savelli per Tito Vespasiano Strozzi e la tomba di Protesilao

Antonello Fabio Caterino

English abstract

Sperandio de' Savelli, Medaglia per Tito Vespasiano Strozzi, verso, 1473-1476, Oxford, Ashmolean Museum.

L’Ashmolean Museum di Oxford conserva una medaglia di Sperandio de’ Savelli (1425 ca. – 1504) (Pollard 1984-5, 778) per Tito Vespasiano Strozzi (1424-1505), celebre umanista ferrarese (per una bibliografia aggiornata sullo Strozzi si vedano Caterino 2012; Caterino 2013).

L’opera, risalente agli anni Settanta del Quattrocento circa (la datazione precisa della medaglia è sconosciuta, ma sulla base di un confronto con altri ritratti dello Strozzi è possibile supporre che sia del 1473-76 ca., cfr. Lloyd 1987, 99-113), presenta sul recto l’effige dell’umanista, e sul verso una figura maschile in evidente posa malinconica, seduta su di una roccia, sotto un albero, in quello che parrebbe un tipico locus amoenus boschivo, che lascia intravedere – in lontananza – un borgo abitato. L’immagine farebbe pensare a un generico topos elegiaco o bucolico, ma un dettaglio consente forse di riconoscere nella scena un episodio mitologico: l’albero è per metà privo di foglie. E più precisamente la parte rigogliosa è rivolta verso i boschi, la metà spoglia guarda verso la città abitata.

Tra i vari studi e descrizioni della medaglia, si preoccupano di interpretare la scena G.B. Ladner e, più recentemente M. Ruvoldt: il primo ricollega l'albero per metà spoglio ad una non precisata allusione alla leggenda della Croce (Ladner 1983, 753n), la seconda interpreta il protagonista come malinconico e dormiente, metafora dell'ispirazione poetica, ipotizzando che l'albero per metà rinverdito alludesse a un ritorno dello Strozzi alla composizione poetica della sua Borsias (Ruvoldt 2004, 8-14).

Nessuno, però, ha mai tentato di mettere in relazione la raffigurazione sulla medaglia con episodi interni all'opera strozziana. La mia ipotesi, che andrò qui ad illustrare, è che la scena alluda al mito del sepolcro di Protesilao, in relazione alla morte dell'amata del poeta, Filliroe, vittima della peste di Ferrara. La versione più nota del mito è tramandata da Filostrato, all'interno dell'Heroicon (Philostr. Her. 2.1, ed. Boissonade 1806):

Κεῖται μὲν οὐκ ἐν Τροίᾳ ὁ Πρωτεσίλεως ἀλλ'ἐν Χερρονήσῳ ταύτῃ. Κολονὸς δέ που ὁ ἐν ἀριστερᾷ. Πτελέας δέ ταὺτας αἱ νὺνφαι παρὰ τῷ κολωνῷ εφύτευσαν, καὶ τοιόνδε ἐμὶ τοῖς δένδρεσι τούτοις ἔγραψάν που αὖται νόμον· τοὺς πρὸς τὸ Ἵλιον τετραμμίνους τῶν ὄζων ἀνθεῖν μὲν πρωῒ, φυλλορροεῖν δὲ αὐτίκα καὶ προαπόλλυσθαι τῆς ὥρας· τοῦτο δὴ τὸ τοῦ Πρωτεσίλεω πάθος· τῷ δὲ ἑτέρῳ μέρει, ζῇν τὸ δένδρον καὶ εὖ πράττειν. Καὶ ὁπόσα δὲ τῶν δένδρον μὴ περὶ τὸ σῆμα ἕστηκεν, ὥσπερ καὶ ταυτὶ τὰ ἐν τῷ κήπῳ, πᾶσιν ἔρρωται τοῖς ὄζοις, καὶ θαρσεῖ τὸ ἴδιον.

Giace Protesilao, non già nella Troade, ma in questa Chersoneso. Grande è il suo sepolcro, quello che vedi alla sinistra. Codesti olmi intorno al sepolcro piantarono le Ninfe, prescrivendo a essi la legge che volgendosi verso Ilio i loro rami fioriscono prima del tempo, perdono tosto le foglie, e prima del tempo periscono: perché questo fu ciò che accadde a Protesilao. Volgendosi invece dall'altra parte, vive la pianta e sta bene. E quanti fra gli alberi non stanno vicino al sepolcro, come questi che sono nel giardino, quelli fioriscono in tutti i rami, e sono vigorosi com'è loro proprio.

Anche Plinio descrive la tomba di Protesilao circondata di alberi sempre rigogliosi, i cui rami, non appena fossero arrivati ad essere alti abbastanza da guardare verso Troia, si sarebbero seccati per poi di nuovo ricrescere (Plin. Nat. Hist. VI 238, ed. Desfontaines 1829):

Sunt hodie ex adverso Iliensium urbis iuxta Hellespontum in Protesilai sepulchro arbores, quae omnibus ex eo aevis, cum in tantum adcrevere ut Ilium aspiciant, inarescunt rursusque adolescunt.

Ci sono oggi, di fronte alla città di Troia, vicino all'Ellesponto, sul sepolcro di Protesilao alberi, i quali, da allora e per tutti i tempi, dopo che sono cresciuti abbastanza da intravedere Troia, si seccano e di nuovo ringiovaniscono.

A differenza di Filostrato, Plinio sembra supporre che sia l'intero albero, cresciuto al punto da guardare la città, ad appassire per poi rigenerarsi. E questa versione del mito è nota anche a Antifilo di Bisanzio, nel VII libro dell'Antologia Palatina (Anth. Pal., VII 141, ed. Paton 1919):

Θεσσαλὲ Πρωτεσίλαε, σὲ μὲν πολὺς ᾄσεται αἰών,
Tρoίᾳ ὀφειλoμένoυ πτώματος ἀρξάμενoν·
σᾶμα δὲ τοι πτελέῃσι συνηρεφὲς ἀμφικoμεῦση
Nύμφαι, ἀπεχθoμένης Ἰλίoυ ἀντιπέρας.
Δένδρα δὲ δυσμήνιτα, καὶ ἤν ποτε τεῖχoς ἴδωσι
Tρώϊον, αὐαλέην φυλλοχoεῦντι κόμην.
ὅσσoς ἐν ἡρώεσσι τότ᾽ ἦν χόλoς, oὗ μέρoς ἀκμὴν
ἐχθρὸν ἐν ἀψύχoις σώζεται ἀκρέμoσιν.

O tessalo Protesilao, lunghe ere canteranno di te,
di come fosti il primo caduto a Troia.
Prestano cura con olmi ombrosi alla tua tomba

le Ninfe, di fronte all'odiata Troia.
Gli alberi sono pieni di collera, e se vedono le mura
di Troia, perdono le loro foglie appassite.
Quanto è forte l'ira degli eroi se una parte
del loro odio vive ancora nei rami senza vita.

Alla versione di Filostrato sembra rifarsi invece un testo di Filippo di Tessalonica, sempre tra gli epigrammi dell'Antologia Palatina (Anth. Pal., VII 385, Filippo):

Ἣρως Πρωτεσίλαε, σὺ γάρ πρώτην ἐμυησας
Ἴλιον Ἡελλαδικοῦ θυμὸν ἰδεῖν δόρατος,
καὶ περὶ σοῖς τύμβοις ὅσα δένδρεα μακρὰ τέθελε,
πάντα τὸν εἰς Τροίην ἐγκεκύεκε χόλον·
Ἴλιον ἢν ἐσίδῃ γὰρ ἀπ'ἀκρεμόνων κορυφαίνων,
καρφοῦται, πετάλων κόσμον ἀναινόμενα.
θυμὸν ἐπὶ Τροίη πὸσον ἔζεσας, ἡνίκα τὴν σὴν
σώζει καὶ στελέχη μῆνιν ἐπ'ἀυτιπάλους.

Eroe Protesilao, tu insegnasti per primo a Troia
a vedere il furore delle lance greche;
le piante intorno alla tua tomba crescono grandi
tutte piene di odio per Troia.
Se dai loro rami più alti guardano Troia,
si seccano e rifiutano la bellezza del fogliame.
Quanto ribolliva la rabbia contro Troia, se i tronchi

serbano l'ira contro i tuoi nemici.

Esistono poi anche altre descrizioni differenti del sepolcro di Protesilao, che comunque vedono per protagonisti gli alberi. Curzio Rufo, ad esempio, racconta che (Curt. Ruf. II 3, 24, ed. Weise 1840)

Circa tumulum crebrae ulmi sunt, ex quarum ramis folia, matutino tempore enata, statim defluere videtur: ita acerbum fatum Protesilai exprimere dicuntur, qui prima Troiani belli victima fuit.

Intorno alla tomba ci sono grandi olmi, dai rami dei quali le foglie, nate di mattina, subito sembrano cadere. Si dice che esprimano l'amaro destino di Protesilao, che fu la prima vittima della guerra di Troia.

All’interno del poema più noto e importante di Tito Vespasiano Strozzi – l’Eroticon – è possibile isolare un ciclo elegiaco dedicato a Filliroe (Caterino 2011), pseudonimo di tale Costanza del Canale, morta di peste nel 1463 e – stando allo struggente epigramma funebre dello Strozzi – sepolta vicino alle sue terre (Strozzi, Erot. V 13, 177-8):

Ipse tuum nostro signavi carmine bustum,
Qua Padus illabens rura paterna videt;
At quicumque leget miseri monimenta doloris,
Verba sibyllino tradita ab ore putet.
Qua nihil in terris tulit haec pretiosius aetas,
Quae potuit credi, dum fuit, esse Dea,
Philiroe iacet hic, teneris extincta sub annis,
proxima Ferrariae dum tenet arva suae,
tempore quo misera pestis bacchatur in urbe,
nec fors vicinis parcit iniqua locis.
crudeles nimium divi, crudelia fata,
perdere quae tantum sustinere decus!

Io stesso ho segnato con un mio carme il tuo sepolcro
per dove il Po, scorrendo, guarda le tue terre.
Ma chiunque leggerà le memorie del misero dolore,
mediti sulle parole trasmesse dalla bocca sibillina.
Nulla di più prezioso di lei ha prodotto quest'epoca,
tanto che si poté credere che fosse una dea.
Qui giace Filliroe, morta in tenera età
mentre abitava luoghi vicini alla sua Ferrara,
nel tempo in cui la peste infuriava nella misera città,
nè la sorte crudele risparmiava i luoghi vicini.
O dei troppo crudeli, o crudeli sorti,
che tollerarono di mandare in rovina un tale splendore!

Il poeta segna con un carmen il suo sepolcro, in prossimità delle rive del Po, affinché il ricordo della fanciulla possa sopravvivere a quelle sventure. È emblematico l'incontro tra il motivo petrarchesco della morte dell'amata, lontana – in vita – dai capricci delle dominae della classicità, e alcuni topoi eminentemente elegiaci, uno per tutti i frequenti parallelismi mitologici disseminati nei testi (per un'ampia descrizione del ciclo e della sua fortuna si veda Caterino 2011; per un'analisi delle peculiarità di tali innovazioni strozziane si veda Pantani 2002). 

All’interno della prima elegia che lo Strozzi dedica a Filliroe viene descritta la villa della puella, nonché le sue quotidiane abitudini, secondo una rappresentazione vicina alla classica imagerie bucolica (Strozzi, Erot. IV 5, 137-138, 160-170):

Ecce, diu latitans aperitur villa remotis
arboribus, carae villa beata deae!
[…]
Felices agri, fortunatique coloni
quaeque simul colitis rura benigna Deae.
Namque ubi vere novo genialia tendit in arva
vobiscum dulces protrahit illa moras.
Vobiscum loquitur, vobiscum carmina cantat,
vobiscum faciles exhilaratque choros.
Et modo pomosis pariter spatiatur in hortis
et modo plena vago retia pisce trahit.
Nunc manibus doctis imitatur Palladis artes,
nunc molles elegos, et mea verba legit.

Ecco, nascosta a lungo dagli alberi lontani, si vede la villa,
villa fortunata della mia cara dea.
[…]
O fortunate terre, o beati contadini che
coltivate insieme i campi benigni della mia dea!
Quando infatti, tornata la primavera, cammina verso i campi fecondi,
con voi passa molto tempo delizioso.
Con voi parla, con voi recita versi,
con voi rende liete danze fluenti.
Ora cammina per i campi pieni di frutti,
ora trascina reti piene di pesci rari.
Ora imita, con le dotte mani, le arti della dea Pallade,
ora legge delicate elegie e le mie parole.

Questo primo testo, il cui tema è un viaggio che Tito deve affrontare per raggiungere la sua amata, lega indissolubilmente Filliroe a un mondo campestre e ameno. È quindi naturale che Strozzi associ la memoria dei momenti trascorsi con la fanciulla – ormai finiti –  ad ambientazioni silvestri. Anche per questo sceglie i boschi per piangere la morte dell'amata e per ricordarla, come se anche essi sentissero il dolore del distacco (Strozzi, Erot. V 13, 11-20):

Quae si forte times hominum vulgare per ora,
silva locum lacrimis praebet opaca tuis.
Silva locum praebet lacrimis, ubi semita nulla
cernitur, humani signa nec ulla pedis
Hic querulas tantum volucres habitare ferasque
credibile est, procul hinc arbiter omnis abest.
Sol, cuius radios umbrosa cacumina silvae,
huc vix oppisitis frondibus ire sinunt,
qui nunc Haemonij non immemor ignis et undae
forsitan hic mecum condoliturus ades.

E se forse hai paura di diffonderle tra le bocche degli uomini,
la foresta oscura offre un posto alle tue lacrime.
La foresta offre un posto alle lacrime, dove non
si vedono sentieri o orme di piedi umani.
Lamentati qui, dove è molto probabile che abitino solo
uccelli canori e belve; da qui è lontano qualsiasi spettatore.
O sole, i cui raggi a stento le cime ombrose
lasciano arrivare fin qui, perchè le foglie si frappongono,
che ora, non immemore del fuoco Tessalo e della tempesta
forse sei in procinto di soffrire con me.

L'immagine di Sperandio descriverebbe perfettamente la situazione: un Tito piangente, malinconico, seduto sotto un albero, tra i campi, non lontano da Ferrara, presso il sepolcro di Filliroe ("dove il Po bagnava i campi paterni"). L'albero metà spoglio rivolto verso la città a questo punto alluderebbe proprio al fatto storico della peste di Ferrara, che – tra le vittime – avrebbe ucciso anche Costanza del Canale; la metà ancora ricoperta di foglie, rivolta verso i campi (nonostante il triste officium di essere custodi di un così grande dolore), sarebbe una rappresentazione di un ricordo sempre vivo della giovane fanciulla. Sperandio, dunque, avrebbe eternizzato i concetti di morte, pianto e ricordo.

Tra i vari riferimenti mitologici riscontrabili nelle elegie a Filliroe, Tito Strozzi non fa riferimento alcuno a Protesilao, eppure il senhal di Costanza, Filliroe – chiamata anche Filloroe in alcuni manoscritti e stampe – sembra tradire una forte etimologia greca: φυλλορροεῖν ossia “perdere le foglie”, a questo punto non solo nell'accezione generale di morire giovane. Se dunque l'origine di questo nome parlante, da sola, non sarebbe bastata a ricollegare la fanciulla strozziana e la sua triste fine al mitologico sepolcro di Protesilao (nome parlante e comunque richiamante la profezia mortale), tenendo in considerazione l'opera di Sperandio il cerchio inizierebbe a chiudersi.

Sperandio, dunque, nella sua medaglia, raffigurando l'episodio più famoso dell'Eroticon strozziano, espliciterebbe un'allusione già presente nel testo, mettendo altresì bene in risalto – con l'albero per metà secco – la vicenda storica della peste ferrarese. Tema che sarà ripreso dallo Strozzi, con parole molto simili all'epitaffio di Filliroe (nonché dalla forte eco virgiliana) all'interno della sua Borsias, in cui “pestis atrox passim bacchatur” (Strozzi, Borsias IX, 404).

Il Tito piangente del verso della medaglia sarebbe dunque un contraltare di Laodamia disperata per la morte del marito, prima di supplicare Ade di poterlo riabbracciare per qualche ora. Anche all'interno delle elegie si fa riferimento ad una improbabile speranza di ritorno dell'amata, tirando però in ballo il mito di Orfeo ed Euridice (Strozzi, Erot. V 13, 93-102):

Si possent aliqua caelestia numina flecti,
nec vetitum certis legibus esset iter,
quod prius obtinuit stygijs a manibus Orpheus,
sollicito superi nunc mihi forte darent.
Si proprios iterum levis umbra rediret in artus
carpere concessas me duce iussa vias,
forsitan admonitus quo rursum perdita pacto
flentem moesta virum liquerit Eurydice,
cautinus ingrederer nocitura pericula vitans,
et quaecumque solent gaudia magna sequi.

Se in qualche modo i numi celesti potessero essere persuasi,
e il percorso non fosse impedito da leggi indiscutibili,
ciò che prima Orfeo ottenne dalle mani infernali
gli dei superni potrebbero offrire in sorte a me afflitto.
Se l'anima leggera nuovamente tornasse nel suo corpo
invitata, con me come guida, a prendere le strade legittime
forse, saputo in che modo Euridice, persa nuovamente,
triste avesse lasciato in lacrime il suo uomo,
cautamente procederei, evitando i pericoli in grado di nuocere,
e tutti quelli che son soliti seguire grandi gioie.

Invertendo il mito di Protesilao, è Tito che piange la morte dell'amata. Ne' sarebbe l'unica inversione mitologica inerente allo Strozzi: nell'elegia finale del ciclo (Strozzi, Erot., VI 13) dedicata al pappagallo di Filliroe, è proprio quest'ultimo che pare sentire fortemente la mancanza della sua padrona. E questa è un'inversione del topos (di sapore alessandrino) dell'epicedio all'animaletto domestico: si pensi alla tristezza del vuoto lasciato dalla scomparsa del pappagallo in Stazio (Sil. 2,1), al pappagallo ovidiano, che sembrava dire addio a Corinna, poco prima di morire (Amor. 2,6), ma anche – se vogliamo – al celebre passerotto defunto di Lesbia, compianto da Catullo.

In conclusione, alla luce dei molti e concordanti indizi, la medaglia di Sperandio altro non è che una raffigurazione della morte di Filliroe, considerata – a questo punto già forse dallo stesso Strozzi, che certamente avrà avuto voce in capitolo nella realizzazione dell'opera – l'episodio più rappresentativo dell'intero Eroticon. E ciò è ulteriore prova dei vari tributi poetici che altri umanisti offriranno all'amore tra Tito e Filliroe.

Strozii Poetae, particolare del frontespizio, Parigi, 1530

Tito Vespasiano Strozzi, Eroticon. Elegie a Filliroe

I. Strozzi, Erot. IV 5, vv. 1-178 

Testo basato sul ms. Ottob. Lat. 1661, numerazione della princeps (Strozii poetae pater et filius, Venezia, in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri, 1513).

Ad Philiroen properans pedes suos ad iter hortatu
et ne quid sibi in via impedimenti occurrat in primis optat 

Ite citi volucrisque, pedes, praevertite ventos,
et loca delicijs querite nota meis:
nota meis loca delicijs, ubi candida saepe
mecum dignata est ludere Philiroe.
Philiroe, nullis faciem perfusa venenis                                  
cui proprius roseo fulget in ore color;
cuius inauratos cupiat sibi Cynthia crines,
invideat laetis Cypria luminibus;
formosasque manus gratisque laboribus aptas,
iuret persimiles ipsa Minerva suis.                                     
Tum reliquis agiles respondent partibus artus,
ut nihil ex illa nemo probare queat.
Talis erat virgo ceneia, talis et altum
per mare dyctaeo vecta puella bove;
talis erat pro qua pugnans daneius heros                            
impia perdomuit vindice monstra manu.
Talis et illa fuit, quae me sibi iunxerat olim,
nondum iuratam fallere docta fidem.
Cuius ego inmite imperium tot perditus annos,
multaque non sano pectore digna tuli.                                
Quam levitate sua totiens offensus et ipse
deserui, quoniam noluit esse mea.
Sed tua, Philiroe, quamvis collocata deabus,
ambiguum valeat reddere forma Parim;
candida simplicitas tumidoque carentia fastu                        
pectora, sunt ipso grata decore magis.
Adde fidem, quam nec coniunx ithaceia vincat,                  
nec mithrydateas quae comitata vias,
nec quae tartaream properavit adire paludem,
defunctum Evadne sponte secuta virum.                              
Te licet in primis cupiam, formosa, videre,               
vixque brevis patiar tempus inane morae,                         
Triptolemi tamen haud optem coscendere currus,
ire nec in celeri Bellerophontis equo,
aut levibus Persei volitare per aera pennis,                             
aut furibunda tuis currere cholchi rotis;
nec Zoroasteas artes magicive requiram                               
carminis auxilium daedaliamve fugam,
nec, mihi si liceat, pedibus talaria curem
picta galereti sumere Mercurij.                                              
Unus enim nobis poterit satis esse Cupido,
quo duce susceptum, perficiamus iter:                              
qui mihi semper adest levibusque quod excitat alis
nostrum furtivo flamine corpus aget.
Vix iam mihi videor pedibus contingere terram                      
vincit et humanos strenua planta gradus;
sublimisque pari quamvis discrimine Phoebus                     
distet ab Eois occiduisque locis,
et canis exurat sitientes fervidus agros
mutaque sub densa fronde quiescat avis,                             
non tamen, accelerans, immenso laedor ab aestu,
nec mea longinquum membra fatigat iter.                         
Quoque magis propero, tanto magis ipse labori
sufficio et vires impiger auget amor.
Heu quanto afficeret me fors inimica dolore,                          
si qua meum subito causa teneret iter,
et mihi iam senior properanti occurrat amicus,                     
quem fugere oblatum me pudor ipse vetet!
Singula qui, vario cupidus sermone, requirat,
sciteturque viam propositumque meum,                             
multaque contexens, longis ambagibus 
atque importunus multa referre velit:                                
ut Ferdinandus magni post fata parentis
Ausonias terras Parthenopenque regat;
nuper ut urbano Florentia concita motu,                              
tristia det miseris civibus exilia;
ut trepidus Borges romanam liquerit urbem                         
moestaque pontificis funere turba sui;
ut Pius, insignis magna virtute fideque,
Aeterni in terris iura Parentis agat,                                     
Sforciadam, Venetumque probet quod foedera pacis
securus studio servet uterque pari.                                    
Nunc Malatestigenae miretur principis artes
bellorum egregias, eximiumque decus;
nunc meritis comitem Federicum laudibus ornet                
praestantemque manu consilioque ducem;
nec minus Estenses heroas et inclyta facta
a primis orsus dicat originibus,
ingressusque tui titulos genitoris et acta
conferat ad laudes se Leonelle tuas.                                     
Unicus hinc phoenix latio dux Borsius illi
argumenta novae praebeat historiae                                  
et referat quantum nostro sit in Hercule laudis
et Sismundaeo qualis in ore decor.
tum patris et patrui vestigia clara sequentem                         
Estensem bis cupiat iungere Nicoleon.
Addat et immitem Turcum nostraque ferocem                    
segnitie et captis urbibus excidia.
Iam Peloponnessi regnare per oppida nec non
gentibus adriaci nunc inhiare maris;                                    
quod, suadente Pio, Federicus Caesar in hostem
ardeat et vires concitet ipse suas,                                      
quod paret ingentem commota Britannia classem
et repetat forti sequana regna manu.
Parte alia veteres hostes insurgere Gallos                                
tutantes magnis viribus imperium,
nec regem oblitum Italiae carive nepotis                              
maximaque in Lygures mittere subsidia.
Ergo ne similis turbet nova gaudia casus,
neu videar dominae lentus inersque meae.                          
Nunc precor aerio nebulae circunder amictu
qua Venus Aenean induit alma suum;                              
sic demum iussas potero contingere sedes
tutus, et optatam cernere Philiroen.
Dum loquor, et moveo celeri vestigia passu                           
extremae apparet meta propinqua viae
Iam procul aspicio servantem compita quercum,                 
et veteres fagos, populeumque nemus.
Ecce levi flatu teneris de frondibus exit,
et cadit in faciem lenior aura meam.                                     
Huc ego crediderim Zephyrum migrasse tepentem
captum sideribus, cara puella, tuis,                                   
qui mihi non stulte sibi consuluisse videtur,
si pro te nigras deserit Hesperidas
am quid in extremis vidit pretiosus oris?                                
Quid nunc in nostro pulchrius orbe videt?
Laeva Padi ripas, vetus at mihi dextra sacellum                  
monstrat, et amnosae culmina parva casae
quam lentis ederae complexibus undique cingunt,
delet ubi raros alta senecta deos.                                           
Nil ibi vel Zeuxis, vel magnus pinxit Apelles
nil ibi Fidiacae composuere manus.                                  
Lignea crux vero media quae pendet in aede,
nobilis egregia Mentoris arte caret
Pene suis convulsa trahens de sedibus olim                            
fundamenta rapax, substulit Eridanius,
proximaque aggeribus ruptis per culta vagatus                    
mucida sacrilegis tecta replevit aquis.
Muscosus templi paries, humorique situsque,
praeteriti reddunt tristia signa mali.                                       
Pauper in exiguo censu cultuque sacerdos
ipse colit sterilis iugera bina soli                                        
Huc mea simplicibus Nynphis comitata Dione
cincta caput vario flore venire solet.
Cuius in adventu templis augustior aedes                                
omnibus, haec cunctas unica vincit opes.
Ecce diu latitans aperitur villa remotis                                   
arboribus, carae villa beata Deae.
Protinus hac visa celeri praecordia motu,
venturae exultant praescia letitiae.                                         
Quid mihi fiet amor, blandos cum cernere vultus
fas erit et niveam cum dabit illa manum?                         
Tunc ego non dubitem Chroesi contemnere gazas,
et tot Pellaeae clara trophaca domus.
Si quis enim crispos ad frontem ludere crines                         
viderit et quali se ferat alta gradu ,
noverit argutis eadem quid possit ocellis                             
ut mortale nihil dulcia verba sonent,
sentiet Aetnaeis certantes ignibus ignes
et poterit costans aequa et iniqua pati.                                  
Quod si forte alicui dignabitur oscula ferre,
Altera vel proprio sanguine laetus emet.                           
Vulnus et auxilium quod Pelias hasta tulisset
mirabar, fati nescius ipse mei.
Desino nunc, facileque inducor ut omnia credam,                   
si necis et vitae ius habet una meae.
Illa quidem media Phalarim placaret in ira                           
Tardaretque tuas saeve Perille manus;
terribilemque suis oculis mitescere Martem
cogat, et iratum ponere tela Iovem.                                         
Felices agri,fortunatique coloni
quaeque simul colitis rura benigna Deae.                          
Namque ubi vere novo genialia tendit in arva
vobiscum dulces protrahit illa moras.
Vobiscum loquitur, vobiscum carmina cantat,                          
vobiscum faciles exhilaratque choros.
Et modo pomosis pariter spatiatur in ortis                           
et modo plena vago retia pisce trahit.
Nunc manibus doctis imitatur Palladis artes,
nunc molles elegos, et mea verba legit.                                  
Fallor? An haec Ciris dominae carissima nutrix
substitit, ac verso respicit usque gradu?                            
En rapidis iterum fertur cita passibus! Ipsa est,
notaque, ut accedam, dat mihi signa manu.
Progrediar, quaeramque meis fiducia votis                                
quae sit, quidve novi sedula potret anus:
quod tua si praesens aderit solertia amanti                          
talibus officiis aurea Ciris eris!

II. Strozzi, Erot. V 7, vv. 1-20  

Testo  basato sul ms. Ottob. Lat. 1661,  numerazione della princeps (Strozii poetae pater et filius, Venezia, in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri, 1513).

Ad Carolum Ariminensem,
quod Philiroen vehementer amet

Si vigiles curae, subitus si pallor in ore,
si crebros gemitus edere, pauca loqui,
si nunc iucundo, nunc tristi incedere vultu,
si sperare aliquid, plura timere simul,
si properare modo, modo lento incedere passu,
si vario mentem flectere proposito,
si fora, si coetus hominum vitare frequentes
inditium praebent, Carole, amori, amo.
Si quid amem quaeres ubi nos male fida reliquit
Anthia successit candida Philiroe.
Philiroe nullis faciem perfusa venenis
cui proprius roseo fulget in ore color.
Illa mihi furtim me surripit, hanc sequor unam:
hanc sine non videor vivere posse diem.
Huius ego insignem non tantum, Carole, formam,
verum etiam mores ingeniumque probo.
Illa meis leges oculis imponere digna est,
illa meos sensus abstulit, illa tenet.
Illa tenebit, erunt donec vaga sidera coelo,
donec erit tellus, aequora donec erunt. 

II. Strozzi, Erot. V 13, vv. 1-188

Testo basato sul ms. Ottob. Lat. 1661, numerazione della princeps (Strozii poetae pater et filius, Venezia, in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri, 1513).

Lamentatio de obitu Philiroes et eiusdem epitaphium

Quo miser usque tuos celabis Tite dolores?
Aegraque mens tacitum quo premet usque malum?
Dissimulare prius licuit, dum sol tibi fulsit
candidus, et placidae spes bona sortis erat.
Nunc fera consilium superat violentia fati,
nunc ars, indomito victa dolore, perit.
Maxima saepe latent sub tristi gaudia vultu,
at sua cor laesum non bene damna tegit.
Infandos luctus et vulnera pectoris ede,
atque ea, quae nulli nota fuere prius!
Quae si forte times hominum vulgare per ora,
silva locum lacrimis praebet opaca tuis.
Silva locum praebet lacrimis, ubi semita nulla
cernitur, humani signa nec ulla pedis
Hic querulas tantum volucres habitare ferasque
credibile est, procul hinc arbiter omnis abest.
Sol, cuius radios umbrosa cacumina silvae,
huc vix oppisitis frondibus ire sinunt,
qui nunc Haemonij non immemor ignis et undae
forsitan hic mecum condoliturus ades.
Testis eris nihil esse mihi, cur vivere curem
aetheria postquam lux mea luce caret.
Nam quid ego hic aliud, nisi durum, ac flebile post haec,
sublata sperem te mihi Philiroe?
Tu meus ardor eras, in te mea maxima cura
haeserat, et voti summa caputque mei.
At nunc, a patria saevi contagia morbi
dum fugis, indigno funere rapta iaces,
et mihi iacturae tantum tantumque doloris,
conditio dirae mortis acerba tulit
ut semper misero iustissima causa querelae
crescat, et aeternis finiar in lacrymis.
Heu rabidae leges, et dura potentia fati,
humanum sinitis quae nihil esse diu.
An fuit omnino vestras infringere vires
si paucos etiam viveret illa dies?
Nunc primum viridis campos ingressa iuventae,
non extremus honor temporis huius erat.
Dedecet immites, et acerbos carpere fructus,
illum, quem culti spes tenet ulla soli.
Vos quoque tam subito decus hoc, talemque puellam
nondum matura morte tulisse nefas.
Serius aut citius vestri mortalia fiunt
iuris, et haec illi fors adeunda fuit.
Heu funesta dies, nigro damnanda lapillo,
tristibus infaustum nomen adepta malis;
qua puri quondam radios imitantia Phoebi,
deseruit solitus lumina moesta nitor;
qua bene compositos artus, faciemque serenam,
flaventesque comas invida texit humus;
qua vigor ingenui deficet corporis, et qua
tabuit egregijs artibus apta manus;
qua vox illa prius morentibus aemula cygnis,
coepit in aeternam muta silere diem,
quaque pios actus mors interrupit et altae
infregit mentis nobile propositum.
Heu nimium miseri, infortunatique parentes,
conficiet verus quos sine fine dolor.
Vos luctu assiduo sensum amisisse malorum
crediderim in vita quos mora longa tenet.
An potuit vestros Niobe superare labores?
Cognitaque adverisis casibus Anthiope?
Plurima namque licet sint utraque tristia passae,
haud minor haec illa clade ruina fuit.
Seu mores, sive ingenium seu gratia formae
quaeritur, aut priscae nobilitatis honos.
Haesit in hac una simul harum gloria rerum,
huius in occasu tot periere bona.
Sic vestra in primis aegre iactura ferenda est,
nec dabit his aetas fletibus ulla modum .
At sacer ex illo tunc, cum discederet ore
spiritus, et vestras quaereret illa manus,
inque oculis vestris cum lumina fixa teneret,
quid vobis animi consiliive fuit?
Si quemquam potuit praesens extinguere moeror
prendere vos etiam debuit illa dies.
Non habitura parem ter quinque peregerat annos
Philiroe vestros inter adulta sinus.
Philiroen vobis tantum ostendisse videntur
et subito vobis eripuisse Dei.
Non generum vobis, non caros illa nepotes
praebuit, aut dotis dona parata tulit.
Divitiisque brevi gavisa et honore parentum,
mox erit exiguus filia vestra cinis.
Sed quid ego infelix vestra infortunia tantum
ipse velut patiar vulnera nulla, queror?
Igne cupidineo quicumque fideliter arsit,
unica cui praestans cura puella fuit,
cui placitum subitis fortuna abrupit amorem
casibus, aerumnas cogitet ille meas,
ille suo exemplo poterit mea tristia fata
discere,et arcani pectoris acre malum.
Si possent aliqua caelestia numina flecti,
nec vetitum certis legibus esset iter,
quod prius obtinuit stygijs a manibus Orpheus,
sollicito superi nunc mihi forte darent.
Si proprios iterum levis umbra rediret in artus
carpere concessas me duce iussa vias,
forsitan admonitus quo rursum perdita pacto
flentem moesta virum liquerit Eurydice,
cautinus ingrederer nocitura pericula vitans,
et quaecumque solent gaudia magna sequi.
Ah miser, atque iterum miser et sine pectore Tite,
quo dolor impellit? Quae tibi verba cadunt?
Tunc deum stabili firmatas ordine leges,
credideris certam deficere ante diem?
Cum semel hinc alium raptae mittuntur in orbem
terrenasque animae deseruere domos,
praemia pro meritis referunt, sedesque paratas
(sic statuit superum provida cura) tenent.
Corpora nec surgunt leto defuncta, priusquam
ultima iudicij venerit hora sui.
Si tamen aeterni veneranda potentia regis,
qui caelo, et terris imperat, atque mari
omnipotens qui solus agit, mirabile quicquid
cernimus, et quicquid lumina nostra latet,
si tibi Philiroen nunc illa potentia reddat,
ne noceas huic, quam diligis ipse, cave.
Nam nisi vera loqui piget: his egressa tenebris,
aetherijis gaudet sedibus illa frui.
Et pudor et nulli pia mens obnoxia culpae,
rectum iter ad superos unde recessit, habet.
Philiroe felix terris colit astra relictis,
magnorum in numero iam nova diva deum.
Pro quibus inducor, ne non ego gratuler illi,
ne videar tantis invidus esse bonis.
At quoniam solitos misero mihi cernere vultus
non datur et placidae gratia frontis abest,
dum moror in terris dum tu colis aethera virgo,
accipiet lacrimas dulcis imago meas.
Haec tibi Philiroe similis vera omnia de te,
si modo desit spiritus, ecce refert.
Haec mihi grata comes seu tendere solis ad ortum,
seu iuvat Hesperium visere littus, erit.
Haec mihi si Geticas rupes calidamve Sienen
transferar, in caro semper habenda sinu,
Huic ego curarum seriem narrabo mearum,
et quoties cupiam te mea vita sequi.
Namque ubi in humanis nulla est costantia rebus,
quid spe fallaci pascere vota iuvat?
Illi vita fuit longissima, quisquis oneste
occidit, et spretis quae videt, alta petit.
Interea dum fila sinunt mea currere Parcae,
nec summi iniussu Regis abire licet,
candida quod relevent afflictum insomnia laetor,
effigiem referunt quae mihi saepe tuam.
Nam quoties nitidi capitis pulcherrimus ordo,
per somnos oculis visus adesse meis?
Attonito quoties gemini se luminis ardor
obtulit? Et miro nota decore manus?
Mutua quid referam, quae tu mihi saepe videris
accipere et solitis reddere verba sonis?
O ego quam tali deceptus imagine felix,
o placidae noctes, o mihi grate sopor.
Atque utinam non tam subito me somnus, et error
linqueret, ac mecum staret uterque diu,
scilicet ut tecum maneam pulcherrima, donec
longa meae veniant taedia laetitie.
Dum mortalis eras neque adhuc te in parte deorum
regia siderei viderat alta poli,
sola tamen mihi numen eras, et criminis expers
candidus impura labe carebat amor.
Te supplex igitur meritis pro talibus oro,
per fratrem, per qui te genuere precor,
ut tua praesentes superos mihi gratia reddat
utque mei numquam non memor esse velis.
At me nulla tui capient oblivia, seu me
lux alat, aeterna sive ego nocte premar.
Et quae praecessit Maias octava Calendas
postquam non ultra tu mihi visa dies,
illa mihi solennis erit lacrimosaque semper,
indicium tanti principiumque mali.
Hic tibi dum liquit nobiscum ducere vitam,
me tenuit laudis maxima cura tuae ;
nunc quoque, neu praesens neu postera nesciat aetas
qualis sub gelido marmore Nympha cubet,
ipse tuum nostro signavi carmine bustum
qua Padus illabens, rura paterna videt.
At quicumque leget miseri monumenta doloris,
verba sibyllino tradita ab ore putet.
Qua nihil in terris tulit haec pretiosius aetas,
quae potuit credidum fuit esse dea.
Philiroe iacet hic teneris extincta sub annis,
proxima Ferrariae dum tenet arva suae.
Tempore quo misera pestis bacchatur in urbe,
nec fors vicinis parcit iniqua locis.
Crudeles nimium divi, crudelia fata,
perdere quae tantum sustinuere decus!

III. Strozzi, Epit. 2

Testo basato sul ms. Ottob. Lat. 1661, numerazione della princeps (Strozii poetae pater et filius, Venezia, in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri, 1513).

Pro eadeam

Qui legis haec, legito summissius et cave, quaeso,
nympham ullo turbes quae cubat hic strepitu.
Vivere credibile est placidoque quiescere somno
phylloroen, quae non digna mori fuerit.

IV. Strozzi, Erot. VI 13, vv. 1-42

Il testo – non conservato in alcun codice – è tratto dalla princeps (Strozii poetae pater et filius, Venezia, in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri, 1513).

Ad Psyttacum

Psyttace, quid frustra misero mihi nuper ademptam
Philloroen tanta sedulitate vocas?
heu periit, quam tu vivere forte putas.
Parce, meo toties animam de pectore vellis,
Philloroen quoties blandula lingua refert.
Heu periit, neque eam spes amplius ulla videndi,
quam propter nobis vivere dulce fuit.
Si sensus tibi, si ratio est, ut habere videris,
communi tristem te decet esse malo.
Non sum equidem oblitus, tibi quae responsa vocanti,
poscentique dapes saepius illa daret.
Et memini, aurato cum te prodire iuberet
carcere, porrectam te insiluisse manum,
atque illinc dulcem rostro parcente salivam,
suxisse illaesis molliter e labijs.
Post ubi divinae laudaras sidera frontis,
“non homo” dicebas, “sed dea Philloroe est”.
Prisca salutato si paucis Caesare verbis,
nigranteis aetas nobilitavit aveis,
quid tibi facunda fingenti plurima voce
tam bene, tam docte, Psyttace laudis erit?
Laudo equidem , ingenium miror: debere fatemur
nos tibi, nulla tuis gloria par meritis.
Sed ratio, et tempus, fortunaque lubricam, certam
dant nostris legem rebus, et eripiunt.
Haec igitur nos causa monet desistere coepto
nonnumquam, et placitum flectere propositum.
Quid loquor? Unde meae tanta incostantia mentis?
Quod modo damnaram Psyttace, nun cupio.
Forte meis aliqua ratus es posse mederi
luctibus hos ubi sum dictus addisse lares.
Quodque ita sit, cum me triste moerore silentem,
vidisti, et multo rore madere genas,
tu quoque commotus graviter, sociusque doloris,
ecce piis lachrymis lumina moesta rigas.
Functus es officio veri et prudentis amici,
nilque reliquisti, quo mala nostra leves.
Perge precor, dominaeque tuo communis utrique
semper adorandum nomen ab ore sonet.
Atque utinam in saevo pietas tua vulnere fiat
tam dulci eloquio Pelias hasta mihi.

English abstract

Through the reconstruction of the ancient sources regarding the legend of the grave of Protesilaus and a survey on the recovery of his myth, this article aims at highlighting the possible connections between the medal of the Ferrarese humanist Tito Vespasiano Strozzi, casted by Sperandio Savelli ca. 1473-76, and a cycle of elegies that the poet dedicated to his beloved Filliroe, who died at an early age.

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