"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

97 | marzo/aprile 2012

9788898260423

titolo

Alfredo Barbacci. Il soprintendente ed il restauratore. Un artefice della ricostruzione postbellica

Presentazione della monografia su Alfredo Barbacci

Federica Pascolutti

English abstract

Il presente contributo è la rielaborazione di parte della presentazione del volume Alfredo Barbacci. Il Soprintendente ed il restauratore. Un artefice della ricostruzione postbellica, edito in luglio del 2011 per la collana Monumenti in guerra di Minerva Edizioni.

Nell'ultimo ventennio la riflessione sul portato teorico nella disciplina del restauro e il suo rapporto con il momento operativo, ha nuove indagini in merito al rapporto fra teoria e prassi, rivolte tanto all'analisi dell'attività dei 'padri nobili' di tale nuova scienza, ben al di là del ruolo loro assegnato dalla tradizione storiografica, quanto all'identificazione di quelle figure di architetti ed ingegneri che dalla seconda metà del secolo scorso hanno operato soprattutto in questo ambito disciplinare contribuendo all'articolarsi del dibattito sugli orizzonti ed i fondamenti del restauro stesso. Personaggi che, per la quantità degli interventi realizzati e l'influenza esercitata sui modi della conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico italiano, devono essere considerati fra i principali protagonisti di una dialettica dalla quale è in gran parte scaturita quell'immagine odierna della città 'storica' con cui la cultura architettonica non cessa di misurarsi. Tra questi, di particolare interesse risultano coloro che hanno svolto ruoli di primo piano sia nella progettazione di restauri architettonici, sia nell'ambito delle istituzioni di tutela del patrimonio nazionale: come Alfredo Barbacci, ingegnere, architetto e soprintendente, la cui opera il presente studio intende esaminare.

Nel ricostruire l'itinerario del suo impegno nel campo del restauro architettonico e il progressivo precisarsi, nel corso di esso, di una metodologia trasmissibile in sede teorica, l'esame della sua attività viene concentrato su due periodi: quello che intercorre fra il suo esordio nel 1926 e la vigilia del secondo conflitto mondiale e quello che va dall'inizio della ricostruzione del patrimonio storico dell'architettura italiana alla pubblicazione del volume Il restauro dei monumenti in Italia che al termine di una condizione operativa di emergenza rende prontamente disponibili le informazioni sulle esperienze compiute. Del primo, viene considerato un panorama di interventi da cui scaturisce la messa a punto di una metodologia operativa via via più consapevole e tale da far emergere come sia il soggetto architettonico a dettare di volta in volta la misura delle modalità da adottare. Del secondo, si esamina il suo confrontarsi con circostanze e scelte da intraprendere, tali da indurlo a schierarsi decisamente a favore del monumento, nei "conflitti di competenze" delle più diverse nature: da quelli con le forze armate tedesche di occupazione e talvolta con quanto restava di quelle italiane, a quelli con le istituzioni centrali e locali, tanto provvisorie e spesso irraggiungibili nell'ultimo anno delle attività belliche, quanto ambigue e frequentemente in contrasto fra loro negli anni della ricostruzione. In entrambi, peraltro, è risultata costante la dialettica che l'architetto impegnato sul campo instaura sia con le sintesi teorico-normative progressivamente esposte nelle varie 'Carte del restauro' dal 1930 in poi, sia con le posizioni favorevoli a interventi 'moderni' manifestatesi dagli anni Cinquanta in poi.

A ciascuno dei due percorsi si è ritenuto opportuno affiancare analisi ravvicinate di casi esemplari – cinque per la prima parte, quattro per la seconda – nello studio dei quali è risultata motivo di implicazioni non trascurabili l'esiguità della documentazione conservata presso le diverse sedi degli uffici pubblici cui è deputata la tutela dei monumenti architettonici,si veda, ad esempio, in quali sedi si è dovuto consultare materiale documentario inerente il Palazzo dell'Archiginnasio, nonostante la Biblioteca Comunale avesse un proprio archivio. Particolarmente lacunosa è risultata anche la disponibilità degli elaborati grafici a corredo dei 'progetti di restauro', per i modi di inventariare seguiti negli archivi delle Soprintendenze: è nota, infatti, la pratica di separare i documenti amministrativi e contabili da quelli grafici e fotografici, per una conservazione in diversi e appositi contenitori ritenuta più opportuna. Tuttavia, la conseguenza di tale modus operandi ha determinato, nel variare delle gestioni degli uffici, la consistente entità della sua perdita.

Più in generale, tali esiti sembrano ascrivibili a una sostanziale disattenzione nei confronti degli autori della ricostruzione del patrimonio artistico italiano, in seguito alla fine della seconda guerra mondiale. A questo si deve aggiungere come dall'analisi della documentazione sia emersa una scarsa rilevanza rispetto alla trasmissione di elaborati grafici, a favore di relazioni descrittive con allegate le relative previsioni di spesa: la maggiore attenzione è risultata relativa alla definizione di quanto di nuovo è necessario realizzare per il ripristino delle forme antiche, privilegiando i contenuti della quantificazione metrico-estimativa piuttosto che quelli inerenti la specifica indagine formale e diagnostica attraverso apposite tavole grafiche.

Alla diffusione di una simile prassi contribuisce, verosimilmente, l'emotività delle reazioni alle devastazioni provocate dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, che spinge le autorità a rispondere pragmaticamente al desiderio generale di veder ricomposta l'immagine – e con essa la memoria storica – di ciascuna città, privilegiando la rapidità degli interventi. Proprio nell'intreccio di motivazioni civiche e sollecitudini operative, deve essere individuato il nodo di una dialettica che determina il configurarsi di schieramenti ancora attivi in seno alla disciplina: da un lato quanti considerano nella loro specificità gli interventi realizzati nel corso della ricostruzione, dall'altro quanti, in vario modo indicano nelle vicende ad essi relative un ulteriore momento fondativo della disciplina stessa.

L'analisi dell'opera di Barbacci come architetto della Soprintendenza prima e quale soprintendente poi, sembra dunque opportuna, se non necessaria, proprio perché in essa convergono gran parte dei temi che hanno caratterizzato nel corso del Novecento il dibattito sul restauro: dalla riflessione sui fondamenti teorici della disciplina, alla definizione dei suoi limiti; dalla configurazione di norme per l'intervento, alla discussione sull'attribuzione delle competenze specializzate, in un processo caratterizzato dal valore che viene attribuito al risultato conseguito, quale eccezione rispetto ad una norma genericamente invocata. Ed è la costanza dell'atteggiamento 'militante' di Barbacci, con il valore fondativo nella prassi da lui attribuito all'interpretazione storica che viene considerato nell'ultima parte dello studio, esaminando panoramicamente l'intensa produzione pubblicistica caratteristica degli anni successivi al suo pensionamento dalla soprintendenza, svolta quale membro del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti e consulente delle Ville Venete, a favore della salvaguardia e conservazione del patrimonio architettonico italiano.

 

Duomo di Pienza: La testata sinistra del transetto prima del restauro (foto archivio eredi Barbacci)
Duomo di Pienza: La testata sinistra del transetto dopo il restauro. Scrive al proposito Barbacci: "la trifora è stata rifatta in pietra artificiale, componendo disegni originali" (foto archivio eredi Barbacci)

Nella sua lunga carriera di "impiegato statale", così egli stesso si definisce in Come Gulliver scritto a chiusura del suo Memorie, Alfredo Barbacci ha progressivamente messo a punto un'ampia varietà di modi nell'attuazione del restauro architettonico. Dal suo esordio nel cantiere del Duomo di Pienza nel 1926, egli si misura infatti tanto con un monumento di consistente fama, quanto con modalità operative proprie della cultura tecnica ed artistica del tardo Ottocento. Negli scritti dedicati a questo lavoro, un unicum per le caratteristiche geo-fisiche del terreno sui cui si imposta l'edificio, è ravvisabile un approccio che, con graduali affinamenti, diviene il metodo di cui propone articolazioni durante la sua lunga attività di restauratore. Di tale percorso è necessario ricostruire lo sviluppo ed a questo fine può essere strumentalmente utile, dato l'inevitabile carattere di bilancio a posteriori dello scritto, seguire i testi da lui redatti in merito a quelli che egli definisce "i problemi d'estetica" relativi alle "città [...] ai singoli edifici e al loro ambiente", evidenziando la continuità dell'atteggiamento che ne informa l'opera di restauratore. Egli si distingue fra i principali fautori di quell'aggiornamento culturale che nell'ambito del restauro architettonico muove dal rifiuto di una "discriminazione delle stratificazioni storiche per epoche" per il tentativo di fondare il valore di ciascun elemento del manufatto, incrociando lo studio storico e documentario con i segni materiali ricavabili direttamente dalla fabbrica, nonché per la qualità simultaneamente artistica e documentaria che intende perseguire nei propri restauri, affinché la distinguibilità dell'intervento risulti evidente, almeno agli occhi degli studiosi, rifuggendo dai mimetismi propri dell'estetica ottocentesca.

Tali posizioni, tuttavia, se da un lato riflettono il dibattito che a partire dagli anni Venti del Novecento vede coinvolti tutti gli istituzionali 'addetti ai lavori' sui temi della conservazione dei beni architettonici in Italia, trovando espressione nella normativa delle diverse Carte del restauro redatte successivamente, dall'altro appaiono nella prassi meno evidenti di quanto le formulazioni teoriche avanzate negli anni precedenti e seguenti la Seconda guerra mondiale inducono a credere. Questo non perché come è stato osservato i "testi [...] del restauro sono fondati, nella maggior parte dei casi, su generalizzazioni empiriche di esperienze personali" - infatti sono quasi tutti scritti da ex-soprintendenti - ma poiché la consistente varietà di modi e circostanze da cui le esecuzioni dei restauri sono dipese va oltre qualsiasi prevista regolamentazione.

 

Bologna, Chiesa di San Francesco: anche sul concio in chiave delle volte della navata maggiore, qui in in fase di ricostruzione, è inciso il contrassegno relativo al tipo di restauro effettuato da parte di Barbacci, tuttora visibile (foto archivio eredi Barbacci)
Bologna, Archiginnasio – Teatro Anatomico: ricomposizione del soffitto. L'immagine del cantiere in itinere – con in evidenza la copertura in c.a. su cui è appeso il soffitto ligneo –, permette di valutare sforzo del soprintendente per recuperare e ricollocare in situ quanti più frammenti possibili dell'antico edificio e della sua decorazione lignea – nell'immagine di colore più scuro rispetto le nuove parti (foto archivio eredi Barbacci)

Tale constatazione, infatti, non risulta sufficientemente calzante per il volume che Barbacci dedica a Il restauro dei monumenti in Italia, il cui contenuto teorico costituisce uno dei principali contributi del secolo da poco trascorso all'esercizio della disciplina. Il testo presenta la prima rassegna organica dei restauri sui monumenti italiani svolti dall'antichità agli anni che ne precedono la pubblicazione e questi vengono sistematicamente proposti come riferimento, in particolare per quanto attiene alla cultura delle tecniche, per trarne indicazioni di metodo sulle quali fondare le scelte operative. In esso, inoltre, è proposta in modo sintetico la prima, ed a lungo unica, analisi complessiva della teoria del restauro elaborata nell'Ottocento in ambito francese di cui viene sottolineata l'articolazione in seno ad un'eredità culturale con la quale il confronto è ritenuto necessario ben oltre lo studio della figura e dell'opera di Viollet-le-Duc. Anche l'organizzazione tematica della materia trattata secondo criteri di concretezza 'manualistica' risulta parzialmente inedita per il singolare valore etico dell'offerta di una possibilità di confronto con le non sempre lineari applicazioni da parte dello stesso autore. Un testo unico nel suo genere dunque, che riflette, come l'insieme dell'opera di Barbacci, una preoccupazione diffusa fra gli operatori del settore nel suo tempo, sulla possibilità di definire strumenti critici che permettessero di derivare dagli assunti teorici dei lineamenti operativi ad essi congruenti.

Sostanzialmente isolato nel contempo è risultato il rigore della sua militanza di restauratore che, se parzialmente espresso nella scarsa disponibilità ad accogliere le istanze avanzate in ambito architettonico dalla modernità, non transige nel perpetuare contro ogni compromesso di convenienza il sistema di valori legato all'unicità dell’immagine storica di cui si deve senza riserve tutelare l'integrità. Certo in un approccio temperato dal riferimento ad ideali romantici ma che appare comunque scientifico nel rivendicare la centralità dello studio storico: da lontano, un esempio che costituisce un monito capace di inquietare il presente.

English abstract

In the last two decades new investigation has requested of the relationship between theory and practice in the architectural restoration 'discipline': directed analysis of the 'noble fathers' of this new science and of those architects and engineer who worked in the second half of last century, contributing to the debate on the horizons and the fundamentals of this subject; for the amount of interventions and the influence exerted on the 'ways' of the conservation and enhancement of the Italian architecture, those people must be considered among the main protagonists of a dialectic from which the today’s historic city image is largely derived. Among those men, especially who have held prominent roles both in the project of architectural restoration and within the institutions of national heritage protection, such as Alfredo Barbacci, engineer, architect and superintendent, whose work this study intends to examine.

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