"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

86 | dicembre 2010

9788898260317

titolo

Le ragioni dell'oblio di un filosofo come Pletone

Premessa a Giorgio Gemisto Pletone, Trattato delle virtù*

Moreno Neri

English abstract

Se la vita e la filosofia di Giorgio Gemisto Pletone hanno originato un’abbondante letteratura in lingua inglese, francese, tedesca, naturalmente greca, e, tra le altre, persino in polacco, scandinavo e russo, la stessa cosa non si può dire del nostro paese. La nazione che accoglie le spoglie di colui che è stato definito “l’ultimo degli elleni” lo ha immerso nell’oblio. Ovviamente la sua figura trova spazio in tutti i manuali italiani dedicati alla storia del pensiero filosofico. Ma anche oggi non diversamente da come scriveva nel 1827 Giacomo Leopardi nel Discorso in proposito di una orazione greca:

Tace la fama al presente di Giorgio Gemisto Pletone Costantinopolitano; non per altra causa se non che la celebrità degli uomini, siccome, si può dire, ogni cosa nostra, dipende più da fortuna che da ragione. E niuno può assicurarsi, non solo di acquistarla per merito, quantunque grande, ma acquistata eziandio che debba durargli. Certo è che Gemisto fu de’ maggiori ingegni e de’ più pellegrini del tempo suo, che fu il decimoquinto secolo. Visse onorato dalla patria […] fu accolto ed avuto caro in Italia […] ebbe una splendidissima riputazione in questa sua nuova patria, e medesimamente nelle altre province d’Europa, per quanto si stendeva in quei tempi lo studio delle lettere. Lascerò le altre particolarità che di lui si possono vedere in molti scrittori: solo ricorderò che egli, esaminate le religioni dei tempi suoi, riprovata la maomettana, che di quei giorni, piantata nel più bel paese di Europa, pareva come trionfante e già prossima ad ottenere il primo grado, non fu soddisfatto nè anche della cristiana. E cento anni prima della Riforma (movendosi, non per animosità ed ira, come Lutero, ma per sue considerazioni filosofiche e per discorsi politici) disegnò, intraprese e procurò in alcuni modi, ancora sperò, e non molto avanti di morire predisse, lo stabilimento di nuove credenze e di nuove pratiche religiose, più accomodate, secondo che egli pensava, ai tempi ed al bisogno delle nazioni.
Scrisse molti libri di storia, di filosofia pratica e speculativa e d’altre materie d’ogni genere: e tutti con tanta copia e gravità di sentenze, con tal sanità, con tal forza, con tal nobiltà di stile, tanta purità, tanta finezza di lingua, che, leggendoli, presso che si direbbe non mancare altro a Gemisto ad essere uguale ai grandi scrittori greci, di quegli antichi, se non l’essere antico.

Tace ancora ai giorni nostri la fama di Pletone come al tempo di Leopardi? Ed è soltanto per sfortuna, come qui pretendeva il poeta di Recanati, o non è forse, come altrove asseriva, merito dell’ozio che circonda i monumenti? In realtà non mancano certo le ragioni a spiegare l’oblio di Pletone o quelle per insegretirlo oppure per travisarlo, se non diffamarlo. Ellenista, ossia pagano, e perciò detestato da tutte le Chiese costituite, finita sul rogo la sua opera più importante, Pletone dette vita a entusiasmi come a odi non passeggeri tra le persone più eccellenti del Rinascimento; apparve ad alcuni come un profeta, ad altri come un nuovo Platone, a certuni come il Gran Mistagogo di una società esoterica, ad altri ancora come più esiziale di Maometto, quanto lo stesso Maometto fu più pernicioso di Platone.

Attavante, Presunto ritratto di Giorgio Gemisto Pletone, miniatura del proemio “ad Magnanimum Laurentium Medicem patriae servatorem” delle Enneadi di Plotino, tradotte in latino da Marsilio Ficino (ms. Plut. 82.10, fol. 3r), 1490, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze.

Ma, al di là di tutte queste ragioni, ciascuna delle quali, da sola, sarebbe motivo sufficiente per un’opera un po’ più definitiva su Pletone, che riassuma lo stato attuale della ricerca storica mondiale e assieme la tradizione e traduzione almeno dei suoi più importanti testi, quel che ha prevalso nell’obbligare a questa pubblicazione è la pervicace e ottusa strategia di cancellazione dalla memoria che seguì a quel lungo momento di celebrità che ebbe durante la sua non breve vita. È noto che la celebrità è mobile e che solo la costante ripetizione assicura fama durevole. È solo grazie a una combinazione di talento e fortuna che Marsilio Ficino resta un nome che non si scorda, mentre quello di Giorgio Gemisto è ignoto ai più, così come Shakespeare è un’icona internazionale e Marlowe no.

Nei manuali di storia della filosofia il ruolo e il peso assegnati a Pletone riposano principalmente nell’aver dato origine, nel Rinascimento, alla contesa tra la filosofia aristotelica e quella platonica e nell’aver ispirato a Cosimo de’ Medici la ricostituzione dell’Accademia platonica, sottacendo, il più delle volte, che nel mistagogo di Mistrà vi era un’osmosi profonda tra l’esercizio dialettico del pensiero razionale, come ampiamente dimostrato dai suoi scritti di polemica antiaristotelica, e lo slancio esoterico, coniugando l’ideale platonico dell’ascesa dell’intelletto verso l’unione contemplativa con la divinità e la pratica “magica”, fermo restando il rifiuto delle superstizioni e di un occultismo che non avesse come scopo unico la ricerca della conoscenza, insieme a una molteplicità di interessi spirituali interdisciplinari che fanno di lui uno dei primi geni del “moderno”, mosso da una curiosità quasi topografica per ogni ramo del sapere, come se volesse circumnavigare la terra delle conoscenze più ignote, con alcuni decenni d’anticipo sulle scoperte geografiche di cui non è senza responsabilità.

Anche se l’arrivo dei Greci e di Pletone non è il solo medium che fa nascere un nuovo corso nella storia dell’Occidente, anche se non si vuole accettare in toto l’affermazione di Marsilio Ficino che fa scaturire dagli “appassionati discorsi intorno ai misteri platonici” del già vecchio Gemisto l’origine dei nuovi interessi filosofici che scaturiranno nel Rinascimento, ad oltre mezzo millennio di distanza dalla morte del filosofo di Mistrà, anche se non si volesse prestar fede alla definizione di “epocale” di Eugenio Garin a proposito dell’arrivo dei Greci a Firenze, in occasione del Concilio dell’Unione del 1438/39, e sul ritorno dei filosofi antichi e delle idee che allora cominciarono a circolare e a diffondersi in una cultura d’altra parte già predisposta — grazie al culto di Petrarca per Platone che non poteva leggere — ad accoglierle e che da qualche tempo mirava a recuperare i risultati delle tradizioni filosofiche antiche, nella loro persistente diversità e ricchezza, quantomeno non si potrà fare a meno di definire l’evento, se non epocale, 'seminale' nella storia della cultura occidentale.

Non può, infatti, essere anatemizzata, come è accaduto durante la sua vita con le polemiche di parte latina e di parte ortodossa fino al rogo delle Leggi, come nuovamente è accaduto nel corso dei secoli, la figura di un filosofo che, di fronte alla decadenza dell’impero bizantino, aveva trovato nelle dottrine platoniche e neoplatoniche, nei mitici scritti zoroastriani, orfici e pitagorici il fondamento di un radicale programma di rinnovamento politico e religioso, di una rinascita della più antica sapienza che fosse, al contempo, l’inizio di un nuovo tempo dell’esperienza umana. Convinto che solo la più chiara e assoluta conoscenza della verità potesse trarre gli uomini dalla confusa incertezza e dal contrasto di opinioni dogmatiche, Gemisto si richiamava ad un’antichissima verità, comune a tutto il genere umano e pura da ogni contaminazione innovatrice, e tale tradizione illustrava in una dottrina, che certo doveva restare necessariamente esoterica e schiusa a una ristretta élite, con la sua concezione di un universo immutabile ed eterno, sempre esistito e che sempre esisterà, con la sua idea dell’anima umana, pre-esistente, immortale e celeste e, in quanto tale, simile agli dèi e capace di congiungersi ad essi. E al fondo del suo pensiero restava la previsione del ritorno all’unità originaria e universale di ogni sapere, chiuso il tempo funesto delle divisioni, dei dogmi e delle credenze, che trovasse la sua espressione nel culto comune dell’eterno universo divino. Mentre le religioni — quella cristiana nelle sue divisioni, così come quella musulmana — possono essere diverse, l’esoterismo, la vera verità, è uno e trae origine dall’universalità della vita, al modo in cui l’avevano compreso le grandi menti della paganità. Le religioni in un certo qual modo rappresentano i rami di un albero, l’esoterismo il suo tronco e l’antica sapienza la sua radice: quanto le prime più se ne allontano, tanto esse sono più distanti dalla verità. Non vi è dubbio che di simili idee di renovatio, anche se la previsione di Gemisto non s’è avverata nei termini temporali sperati, esorbitanti l’ecumenismo e l’irenismo e lo stesso mito chiliastico dell’apocalisse, resti visibile la traccia anche ai nostri giorni e che il nucleo di queste concezioni, destinate a una lunga fortuna, continui a restare il tema ispiratore di una meditazione appassionata da parte di diversi pensatori contemporanei.

Arca di Gemisto Pletone, Rimini, Tempio Malatestiano

La presente pubblicazione vuole quindi avere la prerogativa di cominciare a rendere giustizia a un filosofo altrimenti inosservato e non certo per l’esiguità dei suoi scritti, che furono molteplici e tanti ne restano ad onta dell’autodafé del suo principale trattato. È un assaggio, un centesimo di quanto ci resta da offrire e che si ritiene esemplare di un’opera più complessiva, per certi aspetti lussureggiante e che costituisce un pensiero filosofico originale, vigoroso e molto sistematico.

Rendere vivo, dunque, ciò che si vorrebbe morto e sepolto,   — sebbene un’arca di quel Tempio Malatestiano di Rimini, che è stato definito il simbolo stesso del Rinascimento, sia sigillata con l’epigrafe perentoria di “principe dei filosofi del suo tempo”  — farne riaffiorare i pensieri mediante una versione nella nostra lingua  è, in questo caso, una missione eroica piuttosto che un esercizio pacifico dell’erudizione; ce lo dice ancora Giacomo Leopardi nello stesso Discorso: tali scritti,

se mediante buone traduzioni fossero più divulgati, e più nelle mani della comun gente, che essi non sono ora, e non furono in alcun tempo, potrebbero giovare ai costumi, alle opinioni, alla civiltà dei popoli più assai che non si crede; e in parte, e per alcuni rispetti, più che i libri moderni.

Riferimenti bibliografici
  • John Monfasani, Platonic Paganism in the Fifteenth Century, in Reconsidering the Renaissance: papers from the twenty-first annual conference, a cura di Mario A. Di Cesare, Binghamton NY, 1992, pp. 45-61
  • Moreno Neri, Giorgio Gemisto Pletone: De differentiis, Raffaelli Editore, Rimini, 2001
  • Pléthon. Traité des Lois ou recueil des fragments, en partie inédits de cet ouvrage, texte revu sur les manuscrits, précédé d’une notice historique et critique, et augmenté d’un choix de pièces justificatives, la plupart inédites par C. [= Charles] Alexandre… Traduction par A. [= Augustin Pierre] Pellissier…, Firmin-Didot frères, Paris, 1858
  • George A. Papacostas, George Gemistos-Plethon. A study of his Philosophical Ideas and his Role as a Philosopher-Teacher, (Ph.D. Dissertation) New York University, 1968
  • Silvia Ronchey, L’enigma di Piero: l’ultimo bizantino e la crociata fantasma nella rivelazione di un grande quadro, Rizzoli, Milano, 2006
  • Silvia Ronchey, Tommaso Paleologo al Concilio di Firenze, in La stella e la porpora: il corteo di Benozzo e l’enigma del Virgilio Riccardiano, Atti del Convegno di studi, Firenze, 17 maggio 2007, a cura di Giovanna Lazzi e Gerhard Wolf, Firenze , 2009
  • Silvia Ronchey, Pletone, in Il Guscio della tartaruga. Vite più che vere di persone illustri, Nottetempo, Roma, 2009, p. 163
  • Walter Seitter, Was für Bilder gibt es von Plethon?, in "Accademia - Revue de la Societé Marsile Ficin" IX, 2007, pp. 7-36
  • Walter Seitter, Gibt es ein Bild von Plethon, in Georgios Gemistos Plethon (1355-1452): Reformpolitiker, Philosoph, Verehrer der alten Götter, a cura di Wilhelm Blum und Walter Seitter, Diaphanes, Zürich- Berlin, 2005, pp. 131-142
English abstract

This essay is an excerpt from the preface of Plethon's Trattato delle Virtù. The publication aims to do justice to the vigorous and systematic philosophical thought of Plethon who was the 'last of Hellenes', the 'Prince of the philosopher of his time'. In Italy, he remains unobserved, victim of a clear strategy tending towards overshadow the celebrity he reached during his life. Plethon found Platonist and Neo-Platonist doctrines, the mythic Zoroastrians Orphic and Pythagorean writings, the foundation of a radical program of tending towards a political and religious renovation, a rebirth of the ancient wisdom: this program aimed to take the men from the uncertainty and the contrast of dogmatic opinions to return to the original and universal unification of the whole knowledge. Today some traces of such ideas of renovatio remain and the core of these concepts continueds to be discussed by contemporary scholars.

*Il contributo riporta le prime pagine del saggio introduttivo a Giorgio Gemisto Pletone, Trattato delle virtù, a cura di Moreno Neri, Bompiani Milano, 2010)

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