"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

72 | maggio/giugno 2009

9788898260171

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Quando la moda veste la scena

Il caso di Edipo a Colono e di Medea nel XLV Ciclo di Rappresentazioni Classiche presso il Teatro greco di Siracusa

Giulia Segnalini

9-10 maggio 2009. Dal lontano 1914, quasi ogni anno, in primavera la scena siracusana si veste di tragedia classica: i drammi dei tre grandi tragediografi attici – Eschilo, Sofocle ed Euripide – tornano a vivere attraverso l’arte, l’emozione e la parola di registi e attori straordinari e la loro vitalità si riscatta così dall’oblio del tempo.

Questo miracolo, che si ripete ormai da quasi un secolo nel nome di un dio in cui nessuno più crede, si compie anche grazie ai costumi indossati dagli attori e dalle attrici che calcano lo straordinario palcoscenico del Teatro greco con la stessa disinvoltura ed abilità delle modelle dai tacchi vertiginosi della moda parigina. 

Nicola Luccarini – prestigiosa firma della moda italiana largamente apprezzata anche all'estero – e Beatrice Bordone – nota costumista cinematografica che ha lavorato anche al fianco di Giuseppe Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso, vincitore nel 1989 del Premio Oscar come migliore film straniero – sono stati scelti dalla Fondazione INDA nella stagione teatrale 2009 per trasformare gli attori di oggi nei protagonisti di ieri, per donare al pubblico – accorso numerosissimo quest’anno già alla prima delle rappresentazioni – l’immagine di una tragedia antica che sa farsi contemporanea, nei contenuti come nei tessuti e nelle tinte. Filati naturali, fibre sintetiche e inserti di metallo e cuoio incontrano le forme ed i modelli della Grecia antica, in una combinazione di colori e stoffe che contribuisce – insieme alla strabiliante scenografia di Massimiliano e Doriana Fuksas – a incantare lo spettatore.

Colori pastello ma anche tinte forti, scure, d’organza e di chiffon per i personaggi della Medea euripidea; toni foschi e sfumature di cenere per quelli di fibra naturale e acrilico dell’Edipo a Colono di Sofocle (le fotografie riportate in questo articolo sono scaricabili al sito della fondazione INDA). Queste le cifre di Luccarini e Bordone nella creazione dei costumi, scelte che esprimono chiaramente la ricerca di una consonanza fra le sembianze del personaggio sulla scena, il suo stato interiore e lo specifico ruolo svolto nel dramma tragico. Tale ricerca si muove sulle orme del grande Duilio Cambellotti, secondo il quale il costume dell'attore in ogni sua componente – la cosiddetta "scena vivente" costituita da "tutto ciò che forma l'esteriore dell'attore", dall'acconciatura al portamento, dalle vesti ai gesti, deve far sì che del personaggio in scena "lo spettatore ne riconosca e ne sappia a prima vista l'indole e la funzione drammatica" (D. Cambellotti, Il contributo delle arti figurative negli spettacoli classici, conversazione radiofonica Rai 1948, ora in D. Cambellotti, Teatro Storia Arte, Palermo 1999, pp. 71-76).

Il nostro viaggio tra stoffe, colori, motivi e ricami ha inizio dai costumi dei due protagonisti assoluti di questa primavera tragica: Elisabetta Pozzi nei panni terribili e appassionati di Medea e Giorgio Albertazzi in quelli di Edipo mentre giunge vecchio e stanco a Colono.

La Medea della Bordone si veste di tessuti e colori in sovrapposizione: un pesante manto di velluto blu e una pazienza dello stesso tessuto con motivi a  onde dorati e decorati a mano nascondono una tunica in chiffon anch'essa blu, scura ma leggera, lunga fino ai piedi e visibile solo più tardi nel corso del dramma, quando la protagonista si sveste e abbandona sulla scena il cupo mantello. Anche questa lieve stoffa poco lascia intravedere, se non da uno spacco laterale, una splendida veste di un verde intenso e luminoso, che meglio risalta nell’aperto contrasto col soprabito scuro. Ed è proprio il peplo dal colore verde cangiante e iridescente la veste che meglio rappresenta l’animo fiero e indomabile di Medea, la maga barbara della Colchide, costretta a rinnegare il padre e a tradire la patria per la passione bruciante verso il giovane eroe greco Giasone, che provvederà a educarla ai modi e agli abiti austeri di Corinto e dell’Ellade tutta e quindi anche a rinnegare i lussi orientali delle vesti. Un copricapo scuro, regale, cui è applicato un altro mantello di stoffa leggera completa – ma solo nell’esordio del dramma – il costume della donna barbara, esaltando la capigliatura rossa, fiammeggiante e scomposta della Pozzi. Quasi nessun altro orpello – soltanto un paio di orecchini dorati, un fregio ondulato che corre lungo il manto – per Medea, che, moglie tradita nel sacro giuramento d’amore, quello stesso che aveva garantito all’eroe la conquista del Vello d’oro, è prima di tutto maga sapiente e oscura, che saprà da sola portare su di sé il terribile fardello di una scelta – forse in alcuni istanti revocabile ma di fatto irrevocata – che negherà e disconoscerà in lei tutti i segni della maternità.

È dunque già tutto lì, nelle vesti, il personaggio di Medea: è la straniera che giunge da terre lontane, selvagge e che si fa greca per amore, pur celando dentro di sé la mai veramente sopita natura di sacerdotessa di Ecate. E a quella natura, sconfessata nel nome del sentimento amoroso, tornerà, a dispetto degli affetti più cari, nel finale della tragedia, con un trionfo implacabile e spietato, che avrà come terribili trofei i suoi stessi figli.

È invece un Edipo cieco, esausto di vita e mendico di pace quello che calca la scena siracusana sotto l’occhio vigile del regista Daniele Salvo. Luccarini lo veste di nero e grigio, sfumature di cenere e sporcizia, brandelli di stoffa strappati, impunturati e invecchiati, che rendono nella trama dei tessuti sovrapposti e nel gioco dei colori tetri la prostrazione e l’indigenza della sua condizione di esule. Strati di tessuti diversi dunque – dal cotone al tulle ricamato, dal jeans al lino, dalla tela alla seta – che, uno sull’altro, rivelano al pubblico, fin dalla prima apparizione del vecchio e rinnegato re di Tebe, la condizione disperata in cui versa l’eroe che un tempo aveva affrontato l’enigma della Sfinge e che ora è costretto a mendicare cibo e riparo, ramingo di terra in terra. Una larga benda nera calata sugli occhi per l’intero corso del dramma – scelta registica coraggiosa che sottolinea la bravura e la maestria del grande Giorgio Albertazzi – completa il costume di Edipo e, pur celandone gli occhi e il viso, che lo spettatore è portato a immaginare ancora insanguinato dall’accecamento volontario, accentua invece il capo canuto dall’attore, perfetto davvero nel ruolo del vecchio re.

Il Coro è l’altro grande protagonista della tragedia greca, sempre presente sulla scena mentre l’intera trama si srotola e si compie senza possibilità di rimedio. Notevole importanza hanno dunque anche i costumi dei coreuti, vestiti con grande cura del dettaglio e con intenzioni assolutamente leggibili.

Le dodici donne di Corinto in questa messa in scena hanno il ruolo di smarrite e passive spettatrici del terribile progetto di Medea e, in definitiva, il silenzio che la protagonista pretende e ottiene da loro le riduce a complici coatte dell’infanticidio. I loro costumi si contrappongono fortemente a quelli di Medea per le tonalità pastello delle vesti: i colori caldi del rosa e del verde penicillina si mescolano, si sovrappongono o si incontrano con l'azzurro, l'avorio, il salmone e il lilla delle vesti plissettate – a ricreare la foggia a scanalature del peplo antico – delle sopratuniche in chiffon, dei veli accomodati in varia forma, creando un’armonia cromatica che si pone in perfetta antitesi con le tinte intensamente accese della veste della protagonista. Meravigliosi anche i copricapo, tutti diversi tra loro, realizzati dal Maestro Pieroni con veli plissettati, applicati alle corone in foggia oblunga. Non un costume uguale all'altro: ogni peplo, ogni sopratunica, ogni velo ha  una propria forma, un nuovo incontro di colori e di nastri diversamente impiegati, una caratteristica, anche minuta – un fiocco centrale, una fascia sui fianchi, un nastro sotto il – che lo differenzia dagli altri. La cura del dettaglio è dunque la cifra stilistica delle vesti delle coreute: motivi floreali, geometrici, curvilinei si intrecciano lungo gli orli dei pepli e dei mantelli, sui veli e sui drappi che, leggeri, ricadono sulle spalle e le braccia delle giovani.

Seppure diversi fra loro per foggia soprattutto, i costumi delle coreute conferiscono tuttavia grande omogeneità al Coro che agisce sulla scena come un unico personaggio, seguendo una precisa linea guida cromatica e stilistica.

Come la stessa Beatrice Bordone rivela in una breve nota sui costumi pubblicata dall’INDA, l’ispirazione per la creazione degli abiti è nata in primo luogo dall’iconografia dei numerosi fregi, capitelli e soprattutto vasi greci pervenutici e non è forse un caso che proprio alla decorazione di uno di essi conservato al Museo Paolo Orsi di Siracusa, sembrerebbe rifarsi la veste di una coreuta adornata con motivi “a stelle”. Si tratta dell’urna a incenerazione della tomba 651 decorata dal Pittore di Dirce, risalente al 380-370 a.C. e raffigurante una scena tratta dalle Coefore di Eschilo: in essa la giovane principessa Elettra indossa un peplo con la medesima decorazione.

C’è grande attenzione al dato archeologico dunque nello studio e nella realizzazione dei costumi della Bordone, un tentativo evidente di tradurre la ricchezza di suggestioni del modello greco in una “struttura tecnica” utile alla costruzione degli abiti. E l’esito di questo lavoro di ricerca e creazione sembra sfiorare la perfezione.

Di carattere completamente diverso risultano invece i costumi del Coro dell’Edipo a Colono, formato dai vecchi cittadini del demo attico.

Anche per loro, come per il protagonista, Luccarini sceglie il nero ed il grigio come colori dominanti, evocandone mille sfaccettature cromatiche anche attraverso la diversa qualità delle stoffe impiegate per i mantelli, i drappi multiformi e le vesti. L’intenzione inequivocabile è di mettere in evidenza l’età avanzata dei coreuti, come per altro emerge dalla scelta di assegnare a ciascuno di essi un bastone cui appoggiarsi e dalla volontà di accentuare la fisionomia dei volti sottolineando i segni della vecchiaia attraverso maschere che rendano la calvizie, la capigliatura rada, incanutita o la pelle grinzosa e ingrigita. Queste ultime sono caratterizzate da un profondo realismo poichè realizzate attraverso un calco in gesso dei volti dei singoli coreuti e sottoposte successivamente a un impietoso processo di invecchiamento.

La qualità cromatica gioca un ruolo di primo piano nella costruzione dei costumi e delle maschere del Coro dell’Edipo a Colono, volta come sembra a rendere i due aspetti fondamentali che caratterizzano i cittadini: la vecchiaia e la saggezza, binomio inscindibile, evidente in tutta la regia del dramma, anche al di là della trama dei tessuti ideati da Luccarini.

Accanto a Medea come a fianco di Edipo si incontrano poi altri personaggi che, con il loro avvicendarsi sulla scena, contribuiscono alla costruzione di quel gioco meraviglioso e complesso che è il dramma tragico.

All’esecrabile Giasone e all’inviso Creonte – figure verso le quali Medea esprime ostilità e disprezzo – corrispondono per Edipo i personaggi di Creonte e Polinice. Allo stesso modo poi e anzi con più forza, il vecchio re di Atene Egeo della Medea di Euripide coincide perfettamente per funzione al suo successore Teseo nell’Edipo di Sofocle: entrambi sono infatti disposti ad accogliere gli eroi maledetti ed impuri delle due tragedie nella loro terra in cui vigono i principi di ospitalità e giustizia, Atene.

Nell’eterna disputa tra calcolo e passione, convenienza e lealtà, offesa e giuramento, viltà e coraggio, Giasone e Medea incarnano ciascuno la propria parte in maniera magistrale, risvegliando nello spettatore quell’antica, profonda meraviglia che solo due grandi attori come Elisabetta Pozzi e Maurizio Donadoni possono destare.

Quest’ultimo, il misurato e magniloquente Giasone, ma poi anche iroso e scostante, indossa una tunica in raso color argento, plissettata e decorata con ricami "a stella", una pazienza in velluto marrone, con cuciture a vista  e un mantello grigio con riflessi d’oro e d’argento, presenti sulle stoffe come sui bracciali stretti ai polsi. Un elmo crestato completa la sua figura solo apparentemente monolitica e inflessibile, che finirà infatti per sgretolarsi di dolore e rabbia, quando, prostrata in terra, maledirà gridando verso il cielo la moglie, la maga barbara, la sacerdotessa infernale, Medea che, consumata l’atroce vendetta, si libra ormai in alto, sul carro del Sole. Di regalità si veste dunque con i suoi paramenti lucenti il Giasone della Bordone, di superbia, poi sostituita di insopportabile dolore: il giovane argonauta mira alla casa reale di Corinto, della quale indossa l’oro e l’argento sulle vesti, ma umanamente resta un marito fedifrago e traditore dei giuramenti e dunque del suo colore dominante resterà soltanto il grigio della cenere e della polvere dei figli che ha perduto, che vorrebbe seppellire con le sue mani e ai corpi dei quali Medea gli consente appena di lanciare un ultimo sguardo.

Di minore importanza rispetto a Giasone ai fini dell’economia drammatica della Medea, ma di grande impatto sulla scena, è certamente il personaggio di Creonte, padre della principessa Glauce, nuova giovane sposa dell’eroe. Creonte è colui che bandisce Medea da Corinto, che la costringe, lei e i suoi figli, a un esilio senza ritorno per consentire che le nozze della figlia non siano funestate dalle arti oscure della maga barbara e dalla tremenda vendetta della donna tradita. Appare in scena, Creonte, vestito di un mantello in velluto spalmato marrone e beige e di una tunica in seta marrone e fodera rossa, decorata e plissettata. Un abito scintillante dei colori del bronzo, macabro presagio della sua fine imminente in un vortice di fuoco: morirà consumato dalle fiamme velenose insieme a Glauce a causa delle vesti a lei donate da Medea. La rabbia e l’inflessibilità del re di Corinto di fronte alle suppliche della straniera condannata all’esilio daranno dunque l’avvio a una spirale di violenza che si placherà soltanto con l’infanticidio della madre assassina.

Creonte e Polinice nell’Edipo a Colono infine: il primo è l’ormai vecchio cognato di Edipo, il secondo è il figlio primogenito, entrambi giunti a chiedere all’esule da Tebe di seguirli. Proprio Edipo - o meglio il suo corpo - maledetto per le sue azioni e per questo bandito, è diventato dunque l’oggetto di un macabro contendere in base al quale colui che si assicurerà il suo sostegno otterrà la vittoria e il dominio su Tebe. Una tunica bordeaux di velluto e un mantello dai colori del sangue – dal nero al rosso cremisi, al bordeaux – patchwork di ritagli di stoffa diversi tra loro per forma e colore, bordato di nero, tale è il costume indossato da Creonte, simbolo non solo della regalità ma anche premonizione dell’assassinio di Antigone, delitto ancora in là da venire nella storia della sventurata stirpe di Edipo ma che, prepotente, si affaccia nella mente del pubblico fin dalla sua prima apparizione. Un bastone anche per lui, a sorreggere la sua anzianità, capo semicalvo, canuto nella barba e volto parzialmente mascherato, a nascondere i tratti di Maurizio Donandoni, interprete straordinario di grandi personaggi una sera dopo l’altra, al Teatro greco. Così Luccarini trasforma il Giasone euripideo nel Creonte dell’Edipo a Colono: colori rossi, tante tonalità diverse, che si sommano l’una all’altra, nella creazione di un costume che è prima di tutto chiaro simbolo del sangue già versato e presagio di quello ancora da versare della scellerata famiglia reale di Tebe.

Polinice è il giovane primogenito destinato al trono di Tebe e scalzato dal fratello minore, Eteocle, che rifiuta di alternare il proprio regno col suo. Giunge come supplice, il figlio di Edipo, alla maniera del padre, sull’altare di Poseidone dove lo trova Teseo, che lo condurrà al cospetto dello straniero cui ha assicurato protezione. Luccarini rende soprattutto due aspetti del personaggio: il suo stato di supplice e quello di principe disposto a tutto, anche a versare il sangue del fratello, pur di riconquistare la dignità regale che gli spetta. Giunge in scena, Giacinto Palmarini, indossando una corazza di lana grezza e garza sporcata e invecchiata, e poi, subito dopo, spogliatosi di essa, appare seminudo, coi piedi scalzi di chi ha camminato a lungo e col petto solcato da una striscia rossa di sangue, lugubre proposito del fratricidio e simbolo fatale del destino di morte che lo attende.

Mettendo a confronto i personaggi delle due tragedie della stagione INDA 2009, si giunge ai personaggi di Egeo e Teseo, padre e figlio che compaiono entrambi – il primo in Medea, il secondo in Edipo a Colono – nel medesimo ruolo di re di Atene e con il medesimo compito di assicurare accoglienza ai personaggi scacciati dalla propria terra e maledetti dalla propria famiglia. Egeo incontra Medea quando è già vecchio, con poche speranze di un erede; Teseo è invece proprio il figlio tanto desiderato, ora giovane re di Atene, che accoglie Edipo nella sua terra. Alla stanchezza del primo risponde la gagliardia del secondo, ai tentennamenti di Egeo, la sicura protezione di Teseo. Entrambi questi aspetti si riflettono perfettamente nei costumi di scena disegnati per loro da Bordone e Luccarini: un costume senza dotazioni di armi, costituito da una semplice sottotunica blu, da una tunica in cotone fantasia e infine da pazienza e matello per il saggio Egeo, che al suo ingresso in scena ascolta seduto, riposando, le richieste di Medea e invece abiti da guerriero, pratici e funzionali – un’armatura leggera, un mantello di pelliccia e schinieri – per il giovane re che fa il suo ingresso  cavalcando un nero destriero. Diversi sotto molti aspetti, dunque, padre e figlio, eppure entrambi accettano di prendere sulle proprie spalle il peso di un’accoglienza scomoda e pericolosa, certo difficile che tuttavia riserverà alla città esiti felici: la nascita di Teseo stesso nel primo caso e la protezione eterna di Atene nel secondo.

Sia Medea che Edipo hanno entrambi i loro figli in scena: due bambine per la barbara straniera, due giovani donne per l’esiliato re di Tebe.

Antigone accompagna Edipo nelle sue peregrinazioni da Tebe fino a Colono, Ismene li raggiungerà poco dopo, foriera della notizia secondo cui l’oracolo delfico ha proclamato sacro e potente, e per questo ambìto, il corpo del vecchio padre. Entrambe le donne condividono la triste condizione del padre, esule maledetto dalla propria terra e ora conteso dai figli perché nel suo destino di morte è scritta anche l’eterna protezione della terra che ospiterà le sue spoglie. Mendico Edipo, mendiche dunque anche le sue figlie nella visione di Nicola Luccarini: vestite ciascuna di una gamma di colori dolorosamente imprigionata tra il nero e il grigio, velate da stoffe logore, appesantite da molti strati di garza e cotone lugubri a brandelli, le due giovani donne portano i segni dell’indigenza anche sui corpi, nelle mani avvolte in bende lacerate e sui volti, caliginosi di sporcizia e dagli occhi cerchiati di nero. Ancora una volta lo stilista permette allo spettatore di leggere chi sia il personaggio e quale la sua storia anche attraverso i costumi che indossa.

Molto forte è poi l’impatto sul pubblico dei due bambini che sono il frutto del giuramento d’amore di Giasone e Medea ancor prima che facciano il loro ingresso: quando la scena è pronta per l’inizio del dramma ed il pubblico già tace, in attesa di ascoltare le tristemente note parole dell’incipit della nutrice – “meglio sarebbe stato se la nave Argo non fosse volata mai verso la Colchide” (traduzione di Maria Grazia Ciani) – si odono e risuonano nell’aria fanciullesche risate festose, ancora ignare della catastrofe che su di esse sta per rovesciarsi con grande violenza. Molto belli i costumi dei bambini: due pepli in miniatura in velluto moirè, dai colori vivaci, rosa e azzurro, ornati con decorazioni dorate e da un rosone centrale con leoni e delfini che si rincorrono; una fascia dorata, infine, a decorare i capelli.

L’accorta nutrice e l’affettuoso pedagogo dei figli di Medea calcano la scena vestiti  di colori lugubri, dal grigio al nero, dal nocciola al viola, privi di ornamenti particolari, inadatti alla loro condizione, entrambi anziani e preoccupati per lo stato d’animo della padrona e per la sorte dei suoi figli che hanno visto crescere. Verso la fine del dramma giunge anche un giovane messaggero che, dolente, annuncia a Medea la morte terribile di Creonte e Glauce. Di quest’ultimo un particolare risalta sugli altri: Giacinto Palmarini – che si avvicenda di sera in sera sulla scena delle due tragedie alternativamente come Polinice e come anonimo ambasciatore di notizie efferate – indossa infatti il petaso, il copricapo tipico dei messaggeri, indossato anche da Hermes nell’iconografia tradizionale greca, cui si aggiungono un mantello, un chitone corto ed alti calzari. Il particolare del copricapo evidenzia la grande ricerca condotta dalla costumista Bordone sull’iconografia convenzionale dell’àngelos nel V secolo a.C. 

Due figure restano ancora da esaminare: il mimo che appare e scompare più volte sulla scena della Medea ed il secondo Coro dell’Edipo a Colono, originale invenzione del regista Daniele Salvo che fa comparire fisicamente in scena le Eumenidi, abitanti – secondo il testo sofocleo – il boschetto sacro alla periferia della città presso cui è ambientata la scena del dramma.

Vasily Lukianenko – mimo e soprattutto coreografo dell’intera tragedia – appare in scena la prima volta subito dopo l’ingresso delle figlie di Medea e sembrerebbe spiarle, dalla rocce prima, dalla cima di un albero poi, sul quale si arrampica con l’agilità di una scimmia. Capelli arruffati e movenze animalesche, il mimo indossa soltanto un corto gonnellino sfilacciato che lascia quasi completamente scoperto il suo corpo snello ed è truccato su tutto il corpo con sporcature brune e striature nerastre a far risaltare le costole e la spina dorsale. I suoi movimenti a volte sinuosi, a volte agili ma primitivi catturano da subito l’attenzione del pubblico stupito. Krzysztof Zanussi – regista della Medea – la definisce “un’anima selvaggia” ed è questa la chiave di lettura che emerge anche dalla costruzione del costume e dal lavoro del trucco sul personaggio: Vasily Lukianenko è l’inestinguibile natura bestiale dell’essere umano che, seppur relegata in un angolo nel nome di una vita civile e governata dalla Giustizia, continua a vivere e a nutrirsi della sofferenza, degli odi intestini e della sete di vendetta, sempre in attesa di una nuova, e spesso terribile, occasione per riemergere.

Sulla ricchissima scena dell’Edipo a Colono di Daniele Salvo, è invece visibile al centro una collina di sale che rappresenta il luogo sacro alle Eumenidi. È proprio da qui che, più di una volta, nei momenti più intensi dell’azione drammatica, emergono dagli abissi sei fanciulle, irriconoscibili nei tratti per i loro costumi: prive di tutto se non del proprio corpo, le donne indossano infatti una tunica in lattice fasciata da strati di tulle a restituire l'effetto di una demoniaca nudità e portano sul capo una lunga capigliatura nera e una maschera terribile sul volto. Sono le Eumenidi appunto, le dee vendicatrici dei crimini di sangue tra familiari che, benevole finalmente, concederanno a Edipo di accomiatarsi da una vita di azioni e gesti inconsapevolmente funesti. Questo secondo Coro – dice Daniele Salvo – rappresenta l’“elemento sacro di cui avere timore”: non è un caso dunque che le sei divinità infere tornino sovente sulla scena, terrifiche, talvolta accompagnate dallo schianto di tuono e, una volta, da parole scandite su toni infernali, a ricordare a tutti i personaggi la potenza del Sacro nel mondo.

Concludendo dunque questo excursus tra bozzetti, modelli, stoffe e colori, è certo possibile dire che l’alta moda italiana di un grande stilista e l’abilità di una bravissima costumista – Nicola Luccarini e Beatrice Bordone – vestono la scena dell’antico Teatro greco di Siracusa donandole talora riflessi pastello, talora tonalità oscure, il primo attraverso un’attenta ricerca della corrispondenza fra l’aspetto del personaggio ed il suo ruolo nel dramma e la seconda mediante un accorto studio archeologico dell’abbigliamento antico. Entrambe queste scelte stilistiche contribuiscono a dar vita ad uno spettacolo dal fascino ancora oggi travolgente e tentano a loro volta di rovesciare lo sconforto del carducciano detto “desiderio vano de la bellezza antica” (G. Carducci, Odi barbare, Nella piazza di San Petronio, v. 20).

*I documenti e i materiali riprodotti in questo saggio sono conservati presso l'Archivio Fondazione Inda - AFI - di Siracusa

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