"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

71 | aprile 2009

9788898260164

titolo

Quale futuro per l'archeologia?

Recensione a Andrea Carandini, Archeologia classica. Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000, Saggi Einaudi, Torino 2008

Maddalena Bassani

La recente edizione dell’ultimo libro di Andrea Carandini, Archeologia classica. Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000 per Einaudi 2008 (per gli stessi tipi sono apparsi molti altri suoi saggi importanti, fra i quali Storie dalla terra. Manuale di scavo archelogico, 2000; Giornale di scavo, 2000; Archeologia del mito. Emozione e ragione fra primitivi e moderni, 2002; Remo e Romolo. Dai rioni dei Quiriti alla città dei romani (775/750-700/675 a.C. circa, 2006), rappresenta un importante contributo per ripensare la disciplina archeologica nelle sue finalità e nei suoi metodi di approccio alla materia.

Il libro si apre con una premessa (Archeologia "classica", in che senso?), che intende riflettere sia sul significato che ha assunto nel tempo il termine “classico” da un punto di vista interpretativo, traendo spunto da un precedente lavoro di Salvatore Settis (Futuro del classico, Einaudi, Torino 2004), sia sull’oggetto della disciplina “Archeologia classica”. Se infatti nell’età moderna la riscoperta del mondo antico, greco e romano, ha significato assumere la classicità come modello esemplare, dando luogo a una sua rivisitazione in senso antiquario, è solo a partire della fine del Settecento e poi nell’Ottocento che gli studi classici, soprattutto in Germania, hanno analizzato quella classicità con una prospettiva meno collezionistica e più scientifica, da cui in seguito ha preso corpo il filone delle cosiddette scienze dell’antichità. Anche in Italia, parallelamente, alcune figure carismatiche promossero quella nuova stagione di ricerca archeologica; vorrei almeno ricordare Giuseppe Fiorelli, professore di Archeologia all’Università di Napoli dal 1860 al 1863, che se nel 1865 ricoprì la carica di Senatore del Regno d’Italia, nel 1875 fu nominato Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, e nel 1876 fondò la rivista "Notizie degli Scavi di antichità", miniera di informazioni ancora oggi essenziale di cui si auspica l’edizione on line.

Carandini, peraltro, sottolinea come la filosofia idealistica tedesca e italiana abbia influenzato non poco la disciplina archeologica, generando di conseguenza un approccio per lo più estetico alla materia: venne escluso dagli studi tutto ciò che apparteneva alla quotidianità  degli antichi, ossia gli strumenti e i luoghi del lavoro, gli sviluppi tecnologici, gli edifici, il paesaggio nella sua globalità; aspetti, questi, che costituivano invece parte integrante del mondo antico. Inoltre, il periodo 'classico' finì col normare tutti gli altri periodi storici, poiché esso fu inteso come portatore di un equilibrio e di una perfezione mai raggiunti, né prima né dopo: e tuttavia, spiega Carandini, ciò rappresentava anche in questo caso una forte mistificazione del mondo antico, in cui spesso vi fu una precisa volontà a rivalutare le proprie origini. Lo stesso Augusto, massimo esponente della classicità romana, creò una nuova età dell’oro proprio rielaborando e riproponendo il periodo arcaico di Roma. Era peraltro egli stesso collezionista di antichità: in tali vesti ce lo descrive Svetonio, che menzionando le abitudini del princeps ricorda come questi “nei Saturnali, e anche ogni volta gli piacesse, ora distribuiva doni di vesti d’oro e d’argento, ora monete d’ogni conio, anche dell’età regia” (Aug. 75).

E tuttavia, accanto a questo ambito di studi se ne affiancarono altri, tra cui quelli di protostoria e di etnologia, che secondo Carandini hanno fornito nuove chiavi interpretative per le società antiche. Anche l’archeologia classica ha dovuto confrontarsi con tali prospettive di ricerca, dovendo e potendo spaziare dai primordi alla fine dell’antichità, attraverso nuove metodologie di indagine e strategie applicative non esclusivamente di tipo storico-artistico, ma anche di tipo tecnico, senza con questo svilire l’aura della classicità.

Con tali premesse l’Autore entra nel merito della discussione con il primo capitolo, intitolato Problemi. Dopo aver chiarito la necessità di superare il divario fra storia dell’arte antica e archeologia, egli focalizza l’attenzione sul rapporto fra archeologia, tutela e valorizzazione, ovvero sull’importanza dell’identificazione del patrimonio archeologico prima ancora della sua protezione. È questo in effetti un elemento di grande interesse, che trova affinità con le normative in materia proposte dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42), in particolare con l’art. 12 dedicato alla “Verifica dell’interesse culturale”. Se Carandini evidenzia la mancanza a livello ministeriale di un centro di "euristica archeologica" (p. 13) rispetto all’esistenza di un Istituto centrale per il catalogo e la documentazione e di un Istituto centrale per il restauro, va ricordato, però, che tali Istituti sono affiancati dalle Soprintendenze Speciali e sono diretti dalla Direzione Generale per i Beni Archeologici, come sottolinea Alessandro Ferretti, nel suo recentissimo Diritto dei beni culturali e del paesaggio (Simone, Roma 2009, p. 115). Carandini insiste sull’assenza di una struttura che elabori linee metodologiche e tecnologiche generali, a partire dalle quali possano essere individuati criteri di indagine da applicare nei più diversi contesti. Ciò potrebbe assicurare l’esistenza di "sistemi informativi archeologici unitari, statali, regionali e universitari, capaci di condividere un minimo di procedure essenziali" (p. 19), e allo stesso porrebbe in evidenza la necessità di costituire équipe di lavoro interdisciplinari in grado di applicarsi in progetti di ampio respiro (p. 29). A esemplificazione di tale proposta Carandini ricorda il progettto “Imago Urbis Romae. Museo universitario virtuale della città e del territorio di Roma”, finanziato nel 2005 con i fondi di Arcus S.p.A. (p. 55, nota 82), che ha realizzato una raccolta sistematica di 9200 unità topografiche della città antica e della sua periferia. Chiarisce Carandini (p. 33):

Si parte dal livello della ricognizione topografica, si passa a quello delle indagini non distruttive, per approdare allo scavo stratigrafico e alla tipologia dei monumenti e dei reperti, siano essi stati strappati dalle loro relazioni stratigrafiche per via di sterri o di scavi mal condotti, oppure colti nei loro insiemi di "unità stratigrafiche", "attività", "gruppi di attività", e "fasi/periodi".

Nel secondo capitolo del libro (Passi in avanti), vengono considerate diverse prospettive sul rapporto “arte e vita”, utili a delineare la prospettiva di ricerca di un archeologo, che non deve valutare le opere d’arte come esaustive del mondo antico, ma riconoscere in esse solo una delle espressioni di quelle società. Attingendo molto dalla sua esperienza personale e dal dibattito che alcune sue affermazioni hanno suscitato nel panorama culturale italiano e internazionale, Carandini si sofferma a ragionare sul fatto che se le opere d’arte vengono "per lo più amorevolmente conservate, restaurate, esibite" (p. 78), gli oggetti d’uso, invece, proprio in quanto manufatti seriali e utilizzati in gran numero, sono di solito scarsamente apprezzati, pur facendo parte di quella "grande totalità del reale" (p. 93) che Nietzsche identifica con il mondo stesso: ed è a questo insieme, a parere dell’autore, che deve mirare l’archeologo.

È ancora spaziando da un pensatore all’altro che Carandini prosegue nel suo discorso con il terzo capitolo, Lacune, scaturigini di pensieri. Ripercorrendo la genesi e la morte di un qualsiasi oggetto, del nostro presente o di un qualsiasi passato, l’autore analizza l’Attrazione per ciò che manca (pp. 108-112), ovvero il modo in cui ci si relaziona di fronte alle emozione visive, ora più intense ed emozionanti, ora del tutto insignificanti (p. 108):

L’intensità dell’immagine si deve dunque a un fenomeno più profondo del semplice piacere estetico, perché riguarda un livello più generale e basilare: la formazione e la trasmissione culturale dei simboli.

Così, citando Pitt Rivers e Warburg quali esponenti della scienza della forma, Carandini insiste sulla necessità di individuare il rapporto esistente tra la forma "come traccia ancorata a un supporto materiale e le operazioni mentali che la percezione ha attivato" (p. 108). Da qui l’attrazione per le lacune, che per un archeologo dovrebbe coincidere con la spinta a riempire, attraverso i depositi stratigrafici, i vuoti lasciati in un contesto: nel paragrafo Buio in terra e visioni storiche il professore de La Sapienza di Roma esemplifica i modi con cui ha cercato di colmare i vuoti della storia del Palatino scavandone le pendici. Se gli indizi sono limitatissimi per le fasi protostoriche e arcaiche, è necessario, a suo avviso, che l’archeologo sappia interrogare il variegato spettro delle azioni umane di quelle fasi, utilizzando anche la comparazione storico-etnologica, vista con sospetto da alcuni antichisti: e ciò per trarre luce anche dai minimi indizi che una stratigrafia apparentemente muta può presentare. Infatti lo scavo archeologico va inteso come "individuazione e smontaggio delle singole azioni umane e soprattutto come montaggio della documentazione e della ricostruzione" (p. 116).

Nell’ultimo capitolo, Archeologia del 2000, forse tra i più incisivi del libro, Carandini illustra i metodi utilizzati nel progetto più sopra menzionato, Imago Urbis Romae, svolto dal 2004 al 2008 e comprendente un ampio arco cronologico, dal IX sec. a.C. al VI sec. d.C. Se Rodolfo Lanciani aveva proposto fra il 1893 e il 1901 la sua Forma Urbis Romae, che a quel tempo rappresentava il massimo strumento possibile per raccogliere i dati su un complesso così articolato come la città di Roma antica, è solo grazie alle inesauribili potenzialità dell’informatica che Imago Urbis Romae consente oggi non solo di superare quel lavoro, ma anche di amplificare enormemente le informazioni raccolte. Carandini definisce il progetto da lui coordinato come una sorta di "enciclopedia, di un atlante, di un manuale, di un laboratorio, di un museo virtuale e di un portale di Roma" (p. 132), che è tale proprio per la possibilità di analizzare e di elencare, ma anche di combinare, gli innumerevoli dati sia da un punto di vista contestuale sia su un piano tipologico. La complessità di questo progetto si coglie nell’integrazione di tutte queste informazioni con i supporti cartografici differenti (planimetrie settecentesche, Forma Urbis di Lanciani, planimetria Cartesia, dati catastali), che consentono di cogliere singoli atomi o complesse molecole di quel corpo estremamente variegato qual è Roma antica e la sua periferia.

Slanci polemici, sempre però in senso propositivo, si avvertono nelle ultime pagine del capitolo, in cui Carandini non si sottrae a criticare duramente un certo modus operandi di alcuni funzionari di Soprintendenza, che impediscono l’accesso alla documentazione in loro possesso a chi voglia studiarla o comunque renderla pubblica. In particolare si chiede (p. 144):

È giusto che un funzionario con responsabilità territoriale abbia la proprietà scientifica della documentazione inedita redatta da una ditta e pagata con denaro pubblico anche dopo decenni dalla conclusione di un’indagine? È utile alla società che questa proprietà precluda ad altri di poter accedere alla documentazione, costituisca un impedimento sostanziale allo studio e alla pubblicazione?

A queste domande l’autore risponde ricordando le disposizioni della Commissione paritetica per la realizzazione del Sistema informativo archeologico delle città italiane e dei loro territori (riportate in Appendice al volume), fra le quali non solo vi è l’obbligo di posizionamento georeferenziato di tutte le strutture e le aree oggetto di indagine, ma anche la necessità di rendere immediatamente accessibili i dati delle scoperte (il posizionamento, le planimetrie, la sintesi interpretativa), nonché il venir meno, trascorsi dieci anni dal ritrovamento, della proprietà intellettuale dei dati acquisiti. Su questo prooblema, peraltro, è appena il caso di ricordare che se la funzione di tutela del patrimonio paesaggistico e storico-artistico è esercitata dalla Repubblica (art. 9 della Costituzione; Codice dei Beni culturali e del paesaggio, n. 42/2004, part. Parte seconda, Titolo I), a essa deve corrispondere la fruizione e la valorizzazione dei beni culturali tutelati (art. 117 della Costituzione; Codice dei Beni culturali e del paesaggio, n. 42/2004, part. Parte Seconda, Titolo II), attraverso la sinergia fra Stato, Regioni ed Enti locali. I funzionari di Soprintendenza fungono pertanto da intermediari fra Stato e cittadini, ai quali deve essere garantito il diritto di uso e di godimento dei beni culturali secondo le norme stabilite (Codice dei Beni culturali e del paesaggio, n. 42/2004, Parte Seconda, Titolo II, art. 105).

Circa il problema della fruizione pubblica dei rinvenimenti nonché dell’approccio che il mondo accademico ha nei confronti del mondo esterno, Carandini dedica il paragrafo Archeologia e pubblico (pp. 145-152), anche qui criticando quanti, fra i cattedrattici, si inventano discipline di nicchia (tipo “Archeologia del territorio”, quasi che possa esistere "un’archeologia al di fuori del territorio"), senza essere in grado di confrontarsi anche con il pubblico ignaro di tali sottigliezze accademiche. Ricordando il successo delle sue lezioni tenute all’Auditorium di Roma, l’autore afferma (p. 150):

Dopo l’uso pubblico della storia da parte del fascismo, che narrava abusando ma qualcosa raccontava, si è passati a una separazione fra ricerca e pubblico, povera di passione comunicativa e civile, quasi che la serietà negli studi debba consistere nell’isolamento o nella frequentazione esclusiva di congreghe di eruditi.

L’indagine archeologica deve avere come obiettivo scientifico ultimo la narrazione di quella analisi e di quella ricostruzione che impone qualsiasi scavo. E tuttavia uno scavo ha senso, a suo avviso, solo se inserito in un progetto di ricerca mirato, tanto che gli stessi scavi di emergenza, se poi non spiegati in una storia più ampia, risultano nocivi al pari di uno sterro: in questo senso la proposta di rinnovamento dell’idea di tutela (pp. 152-158) si presenta come una provocazione positiva a ripensare non solo le strategie operative, ma il concetto stesso di tutela. Infatti, l’archeologia e la protezione dei resti del passato devono essere percepite dal grande pubblico come un valore positivo della società, non come un surplus per pochi eletti: ma sta agli archeologi parlare un linguaggio appetibile, ovvero delineare potenzialità di significato a cumuli di pietre apparentemente privi di interesse. Inoltre, è soltanto dalla sinergia delle istituzioni (Soprintendenze, Università, Enti locali, Associazioni) che è possibile avviare una riforma efficace che sappia proteggere, spiegare e rendere fruibile l’antico senza farlo apparire come un intralcio alla modernità.

Con queste considerazioni Carandini conclude il suo libro (Riformare, in che modo?) sottolineando la necessità non solo di riconnettere la storia dell’arte all’archeologia classica, ma soprattutto di riunificare la ricerca alla tutela: e qui evidenzia l’errore compiuto nel 1975 allorché furono separati gli atenei dalle soprintendenze in due distinti ministeri, problema già sollevato da Salvatore Settis in vari scritti, fra cui Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto (Electa, Milano 2005, in particolare pp. 22-27). Tale cesura non ha bloccato soltanto il reciproco confronto di competenze, ma soprattutto ha creato un contrasto profondo fra due istituzioni che pure hanno un comune oggetto di indagine, che dovrebbero valorizzare. La proposta di Carandini di ricreare un solo Ministero della Ricerca (p. 182) ha come obiettivo sia quello di superare tali discrasie, sia di individuare nel paesaggio ampiamente inteso un terreno d’azione comune: è nella tutela del paesaggio e nella sua conoscenza articolata che è possibile proteggere singoli contesti ma anche sottolineare l’importanza di ampie aree territoriali, attraverso un sistema informativo territoriale diacronico, "capace di documentare in modo semplice, georeferenziato e vettorializzato insiemi paesistici composti da miriadi di dati qualitativi e quantitativi fra loro interrelati e da articolare in periodi" (p. 192).

In Appendice al volume viene presentata la relazione della Commissione paritetica per la realizzazione del Sistema informativo archeologico delle città italiane e dei loro territori, consegnata all’allora Ministro per i beni culturali Francesco Rutelli in data 13 dicembre 2007. Fra i dati maggiormente significativi vanno ricordate le linee guida proposte dalla Commissione:

  1. Impostazione geotopografica e procedura della ricerca (classificare tutti i rinvenimenti effettuati in un’area d’indagine sulla base di una metodologia comune).

  2. Impostazione tecnica dell’informatizzazione dei dati (adottare strumenti informatici quali i sistemi GIS, ovvero integrare le banche dati con metadati necessari per la gestione amministrativa del patrimonio archeologico).

  3. Elementi base delle schedature proposte (adottare una scheda basata su campi comuni essenziali, di seguito elencati).

  4. Cartografie tecniche, tematiche e ortofotografiche (associare quando possibile le diverse cartografie esistenti, di seguito elencate).

In conclusione, allora, il volume di Andrea Carandini propone vari elementi di riflessione, spesso chiariti ed esemplificati con aperture sulle esperienze di vita dell'autore (anche con qualche spunto di sapore personale e autobiografico), chiamando in causa anche le giovani generazioni, che in possesso di solide specializzazioni e di efficaci conoscenze informatiche, potranno offrire un valido contributo per raggiungere nuove frontiere dell’archeologia classica: è infatti anche "ai giovani archeologi senza idee fisse" che è dedicato questo libro.

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