"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

71 | aprile 2009

9788898260164

titolo

Imitazione come destino culturale. Per una storia delle immagini nell’arte romana

Recensione a Paul Zanker, Arte romana, Laterza, Roma-Bari 2008

Giulia Bordignon

Offrire una trattazione sistematica e sintetica sul tema dell’arte romana, dalla fine del III sec. a.C. al IV sec. d.C., rappresenta una sfida particolarmente ambiziosa per uno studioso di antichità che intenda affrontare l’argomento: non solo i limiti cronologici e spaziali  della trattazione appaiono da subito estremamente vasti, ma la stessa varietà nella tipologia formale e funzionale dei manufatti, oltre che le questioni relative alla loro comprensione, al contesto e alla conservazione, costituiscono aspetti problematici. Problematico risulta, in particolare, definire il rapporto tra le due discipline che guardano, da punti di vista differenti, al soggetto: l’archeologia e la storia dell’arte.

Il volume di Paul Zanker fa leva proprio sugli aspetti problematici per superare e unificare queste due diverse prospettive: l’autore propone una sorta di ‘storia sociale dell’arte romana’, capace però di fare un passo in avanti rispetto ai, pur meritori, studi di Ranuccio Bianchi Bandinelli, dalle cui premesse – a quarant’anni di distanza – il testo di Zanker prende esplicitamente l’avvio. L’annosa questione relativa alla originalità dell’arte romana rispetto all’arte greca, risolta da Bianchi Bandinelli con la contrapposizione tra arte “aulica” e “plebea”, viene parzialmente accolta dall’autore, ma viene anche interpretata alla luce di altri elementi e temi di ricerca.

È proprio l’approccio tematico a costituire il punto di forza del testo di Paul Zanker, poiché esso permette all’autore di superare l’idea di un’arte romana intesa come univoco e compatto mondo di immagini, per riconoscervi invece una pluralità di mondi figurativi differenti, dallo spazio privato delle ville, ai ritratti della tarda repubblica e dell’impero, alle immagini standardizzate dell’arte ufficiale, all’uso e alle declinazioni figurative del mito, all’autorappresentazione nei monumenti funerari, per citare solo alcuni degli argomenti trattati.

L’approccio tematico di Zanker rifugge da una storia dell’arte di tipo stilistico-estetizzante, per valorizzare invece l’aspetto più propriamente visivo-percettivo che le immagini dovevano essere in grado di suscitare nel loro spazio d’origine: non tanto singole opere, dunque, analizzate autonomamente, quanto piuttosto l’impatto di insiemi di ‘testi’ pittorici, scultorei, architettonici, da cui di volta in volta emergono nella trattazione, per eloquenza semantica, specifici exempla. È l’autore stesso, per altro, a indicare in apertura del proprio lavoro che il suo obiettivo consiste in una descrizione del mondo figurativo romano “come un sistema alla base del complesso delle immagini appartenenti ai singoli ambiti della vita”.

Allo stesso tempo, però, il volume offre dell’arte romana una lettura interpretativa d’insieme, che si tiene del pari a distanza dagli eccessi di un approccio antropologico e tipologico-funzionale, proprio della letteratura specialistica di ambito archeologico. Così, ad esempio, un singolo argomento di dettaglio formale come il trattamento delle capigliature in scultura, viene utilizzato a più riprese, in differenti esempi e contesti cronologici e tematici, non soltanto per illustrare le differenze di tipo specificamente tecnico tra i ritratti realizzati a Roma e in Grecia, ma anche per mostrare i meccanismi di diffusione e modificazione dei modelli ritrattistici nelle varie parti dell’impero in rapporto alla ‘resistenza’ della tradizione locale o in rapporto ai ritratti imperiali, o ancora la relazione tra l’elemento stilistico-formale e la sua funzione espressiva, peculiare al carattere e ai tratti emotivi del personaggio raffigurato.

Particolare risalto assume dunque nel testo l'attenzione rivolta al contesto e alla committenza delle opere: i meccanismi di produzione e di ricezione artistica vengono ricondotti però non solo e non tanto a una lettura di tipo storico-sociale (di impronta bandinelliana), quanto piuttosto a un insieme di prospettive differenziate – ad esempio arte ufficiale e arte privata, arte provinciale e arte metropolitana – che restituiscono la complessità dei diversi temi, e dei diversi mondi di immagini, incrociando l’indagine sincronica con quella diacronica.

In questa direzione – per tornare alla questione iniziale da cui il libro parte, quello del rapporto tra arte greca e arte romana – Zanker sottolinea come in determinati contesti alcuni temi figurativi, proprio per la loro specificità (di funzione e di committenza), non sempre facciano riferimento a modelli formali già fissati dalla tradizione: ma – avverte l'autore – la peculiarità di queste istanze espressive non risponde necessariamente a moventi consapevolmente anticlassici (che sarebbero stati propri dell’arte "popolare", giusta la chiave di lettura di Bandinelli).

Zanker sottolinea, anzi, come nell’arte romana il rapporto con la tradizione figurativa greca si giochi sia sull’autorevolezza formale e culturale di questa stessa tradizione, che può divenire canone prescrittivo e dare quindi luogo a forme artistiche fortemente codificate; sia anche, e forse soprattutto, sulla disinvoltura nei confronti delle medesime immagini, che può condurre addirittura a ‘usi impropri’, quasi le forme figurative avessero anche una innata, autonoma, forza e adattabilità espressiva e semantica, variabile a seconda degli ambiti e dei significati d'uso.

Zanker ci insegna che il significato della continuità ovvero della distanza dell’arte romana da quella greca – e della stessa arte romana nel suo sviluppo storico – si misura dunque sul sottile discrimine tra copia ed emulazione, laddove il secondo termine implica il movente ‘poietico’ e creativo congenito alla tradizione mimetica occidentale, il suo “destino culturale”.

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