"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

75 | ottobre/novembre 2009

9788898260201

titolo

Ricomposizione architettonica dell'Ara Pacis

Filippo Malachin

Le prime fonti che parlano di ritrovamenti dell’Ara Pacis risalgono al 1566, anno in cui il cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano scrive di aver acquistato delle lastre con alcuni rilievi sia vegetali che con figure, di averle segate in tre parti per poi spedirle a Firenze (sul tema vedi in questo numero di "Engramma" il saggio di Simona Dolari). Ma tra il XVI e il XIX secolo nessuno ipotizzò che quei frammenti potessero appartenere all’altare che nel 13 a.C. il senato aveva dedicato ad Augusto e alla pace che il princeps aveva instaurato (sulle fonti antiche v. in "Engramma" il saggio di Monica Centanni, Maria Grazia Ciani).

 

Solo verso la metà dell’Ottocento, dopo uno scavo eseguito sotto Palazzo Peretti (sulla questione della proprietà del palazzo v. il saggio di Simona Dolari), si cominciò a pensare che proprio quello era il luogo dov’era sepolto l’altare augusteo scomparso da secoli.

Nel 1859 l’architetto Erzoch, responsabile del consolidamento delle fondazioni del suddetto Palazzo, scrive di aver trovato alcuni frammenti di meravigliosa bellezza che sembravano appartenere ad un fregio (Petersen 1902); scoprì inoltre che a 5,5 m di profondità e a 30 m di distanza dall’ex via Flaminia vi era un basamento di marmo bianco - uno stereobate - che doveva appartenere a un edificio molto grande poiché si estendeva ben oltre lo scavo in corso. I lavori però non proseguirono, sia per l’impraticabilità del sito, sia perché l'obiettivo di consolidamento era stato raggiunto. Ma grazie ai pezzi allora ritrovati (lo stereobate, metà del pannello di ‘Enea’ e moltissimi frammenti di fregio vegetale) si accese l’interesse per la riscoperta, e si animò un fertile dibattito attorno alla ricomposizione dell’altare augusteo.

Il primo ad associare i frammenti recuperati a quelli già conosciuti murati a Villa Medici a Roma e quelli di Firenze (v. il saggio di Simona Dolari), fu l’archeologo tedesco Frederick von Duhn, che nel 1879 propose una prima ricostruzione di alcuni dei fregi figurati (von Duhn 1879, p. 11-16; von Duhn 1881, p. 302; Cannizzaro 1907, p. 4), rifacendosi ad alcuni disegni eseguiti nei secoli precedenti (Codex Vaticanus 3439), raffiguranti parte della processione e alcune scene di sacrificio.

   

Tra essi non vi erano solo elementi provenienti dall’Ara Pacis, ma anche alcuni pezzi provenienti dalla collezione Della Valle-Capranica, che il cardinal Ricci aveva precedentemente acquisiti (Moretti 1948, p. 118). Pertanto von Duhn si fondò sui tentativi di ricomposizione proposti nei disegni e, sulla base dei nuovi ritrovamenti e riconoscimenti, formulò alcune ipotesi che allora risultarono attendibili. Riuscì infatti ad ottenere un ritmo processionale abbastanza omogeneo nella successione delle figure scolpite, sebbene fossero evidenti alcune incongruenze riguardo le proporzioni e la continuità delle scene. Questa iniziale attenzione all'elemento scultoreo decorativo portò ad una prima ipotesi ricostruttiva dell’Ara come monumento unitario, prodromo a quello che possiamo definire come il primo vero e proprio progetto di ricomposizione architettonica.

Dobbiamo infatti a Eugen Petersen, archeologo austriaco, la prima proposta di  ricostruzione dell'intero monumento  (Petersen 1894, Petersen 1902). Il suo lavoro prese l’avvio dal recupero dei frammenti ancora depositati presso il giardino di Palazzo Fiano dopo lo scavo di sottofondazione, nei quali individuò alcuni elementi  importantissimi per una visione strutturale dell'edificio, ad esempio la base di un pilastro liscio, quindi interno, e svariati frammenti da cui poté ricostruire il fregio floreale, un pezzo di stipite della porta e la fascia a meandro. Iniziarono  dunque le considerazioni. relative alla ricomposizione. Prima di tutto Petersen pensò alla struttura vera e propria: disegnò un recinto di forma pressapoco quadrata, sostenuto da pilastri, nelle cui parti vuote inserire le parti decorative; posizionò poi la porta d’accesso nel mezzo di una facciata, e in asse con essa mise un’edicola e una statua della divinità; il tutto poggiava su un podio e si concludeva con un attico e degli acroteri sugli angoli.

  

Presupponendo che di norma la decorazione più preziosa e rifinita fosse posta maggiormente in vista, Petersen stabilì che i fregi vegetali e quelli figurati  fossero all’esterno del recinto; mentre un pilastro angolare interno liscio, con mezzo bucranio attaccato, testimoniava che i festoni con bucrani e listelli dovevano trovarsi all’interno.

Per il fregio vegetale Petersen operò una ricostruzione a partire da alcuni frammenti che riportavano il nascimento dei girali, li specchiò e replicò sui quattro fronti dell’edificio. Per quanto riguarda il fregio figurato, l’operazione risultò molto più complessa, e sostanzialmente si rifece alle ricostruzioni di von Duhn, aggiornandole e correggendole in parte. Ai lati della porta l'archeologo pose due scene di sacrificio di un toro, una in cui l’animale è condotto sul luogo e uno con l’atto del sacrificio proveniente quest'ultima dai rilievi Della Valle, secondo l'identificazione di von Duhn.

 

Sulle facciate dell'Ara posizionò le due processioni, rispettivamente con andamento a sinistra la nord, e a destra quella sud; anche in questo caso Petersen confermò di fatto l’ipotesi già avanzata da von Duhn, e inglobò nel monumento anche i frammenti Della Valle. Il rilievo della cosiddetta ‘Tellus’, che  già  allora era uno dei meglio conservati, ebbe collocazione nel mezzo della facciata est; Petersen inizialmente pensò che per la sua bellezza questo fosse l'elemento centrale della parete di fondo interna del recinto, ma in seguito ripensò che proprio al centro dell'Ara andasse la figura di culto a cui il tempio era dedicato. Così collocò il pannello della ‘Tellus’ all’esterno, e a lato le mise due rilievi Della Valle, il tempio di Mars Ultor e della Magna Mater, e il pannello con il sacrificio della scrofa, appartenente alla stessa collezione, in cui riconosceva alcune affinità di paesaggio con la ‘Tellus’ e una continuità con le processioni degli altri lati.

Petersen concluse la sua ricostruzione individuando lacunari e altri pezzi raffiguranti palmette come parte di un’altra struttura che doveva cingere l’Ara, un porticato.

Questa prima ricomposizione integrale venne subito considerata attendibile nonostante le evidenti discrepanze che aveva al suo interno, in particolare sull’uso di un alto basamento e di un attico, che non trovano riscontro nelle monete, pur citate dallo stesso autore per la ricostruzione (Kubitschek 1902; Cannizzaro 1907, p. 5; sul tema v. in "Engramma" il saggio di Giacomo Calandra).

Nel 1903 il governo italiano, su invito del Petersen, decise di finanziare uno scavo nel sito dei ritrovamenti affidando l’incarico ad Angiolo Pasqui, archeologo, Mariano Cannizzaro, ingegnere, e allo stesso Petersen (Pasqui 1904, p. 550). Prima di iniziare a scavare sotto il palazzo si decise di fare indagini nelle zone limitrofe, meno proibitive per uno scavo archeologico. Sotto la chiesa di San Lorenzo in Lucina, vicina al palazzo, venne trovato un pezzo raffigurante da un lato parte di un festone, e dall’altro un braccio di una figura riconducibile ai frammenti già noti dell’Ara Pacis; i moltissimi altri pezzi rinvenuti fecero pensare che in quel luogo vi fosse stata una bottega di scalpellino che aveva riutilizzato e rilavorato i marmi dell’altare (Pasqui 1904, p. 553).

Si proseguì poi con lo scavo sotto il palazzo, che si rivelò subito molto difficoltoso per le infiltrazioni d’acqua e per il rischio di danneggiare le fondazioni.

 

La prima scoperta fu la struttura dell’altare: essa si presentava come una piramide in tufo, della quale non rimaneva traccia di rivestimento. Da qui si liberò tutto il pavimento in marmo lunense, fino a riportare alla luce interamente il fronte est e a trovare i segni della prima porta e di una scala in travertino, Questa, estranea alla struttura dell’altare, portava dal livello dell’Ara a un livello più alto, dando conto degli interramenti subiti dall’area dell’Ara Pacis, a causa dei quali nei secoli andò persa completamente traccia del monumento (v. il saggio di Simona Dolari).

Lo scavo proseguì sul lato sud del basamento per interrompersi in corrispondenza dell’angolo di Palazzo Fiano e riprendere più avanti, fino a trovare l’angolo sud-ovest; in questo modo si era venuti a conoscenza delle misure esatte della pianta e quindi del recinto di base dell’Ara. Da qui, proseguendo verso nord si fece un’altra importante scoperta: una seconda porta, che si apriva sulla facciata ovest, di cui nessuno, fino ad allora, sospettava l’esistenza; di questa porta, come era accaduto per la prima, si trovarono i segni degli stipiti sul basamento marmoreo.

 

Si rinvennero inoltre numerosi frammenti di fregio: la metà destra del pannello di ‘Enea’, parte del Lupercale, frammenti di Augusto fra i littori, moltissimi frammenti di fregio vegetale, parte di pilastro angolare, alcuni pezzi di stipite delle porte, e il quadro dei Flamini, che non si riuscì ad estrarre per non danneggiare le fondamenta del palazzo sovrastante. Pasqui trovò ancora un pezzo di una voluta, che non riuscì a ricondurre ad altro elemento se non un acroterio d’angolo nel coronamento del recinto, come già era nell’ipotesi di Petersen e come risultava raffigurato nelle monete romane; e come confermava un altro pezzo simile nelle sottofondazioni del 1859. Trovò infine parte della scalinata a ovest, e ciò gli permise di dare un orientamento all’edificio.

 

A causa delle difficoltà incombenti e della pericolosità del sito, lo scavo dovette essere interrotto e non si riuscì a liberare tutto il materiale sepolto. Questa fase fu fondamentale tuttavia per la ricerca scientifica e per il successivo scavo, avvenuto in occasione della celebrazione del bimillenario della nascita di Augusto, nel 1937. In quell’anno il governo italiano, e in particolare il capo del governo Benito Mussolini, diedero il via libera agli scavi con grande investimento di mezzi: l’intento era il recupero di un importante simbolo di romanità, edificato all’inizio dell’Impero. La direzione dello scavo fu affidata all’archeologo Giuseppe Moretti (Moretti 1937, Moretti 1938, Moretti 1948).

Si decise di utilizzare una delle tecnologie più avanzate dell’epoca: grazie a tubazioni contenenti anidride carbonica si congelò l’acqua presente nella zona di scavo e si rifecero le fondazioni del palazzo con una tecnica chiamata “a sostituzione”, ovvero via via che si scavava e toglieva terreno, le fondazioni venivano rifatte e sostituite. Per la fondazione d’angolo in via Lucina, che appoggiava sul basamento dell’Ara, si costruì un cavalletto in cemento armato a quattro pali, di cui uno solo intersecava i marmi dell’Ara; ciò permise lo scavo di quasi tutta la superficie del basamento.

Eseguendo i lavori per questa particolare fondazione si fecero i primi carotaggi del basamento, scoprendo così la misura esatta dello stereobate marmoreo e di tutti gli strati su cui appoggiava; inoltre si poté liberare il pezzo dei Flamini, che nel precedente scavo era stato scoperto e disegnato ma non estratto. Il frammento raffigurava alcuni personaggi della processione da una parte e un pezzo di encarpo dall’altra; si trovava in buone condizioni e la sorpresa fu grande quando si stabilì che combaciava perfettamente con il frammento già conosciuto ‘di Augusto’, confermando in pieno la ricostruzione di Sieveking (Sieveking 1907, Sieveking 1910).

Oltre a questo pezzo, fondamentale per la ricostruzione del fregio processionale sud, si trovarono via via numerosissimi frammenti, più o meno importanti e significativi; nella sua pubblicazione del 1948 il Moretti fa un elenco aggiungendo anche i ritrovamenti dello scavo del 1903. Eccone alcuni tra i più importanti. Due frammenti di fregio vegetale (Moretti 1948, n. 7 e n. 10 a p. 71) – uno con i listelli di sommità e base intatti, e l’altro, pilastro d’angolo  ad esso perfettamente adiacente – che permisero la ricostruzione di una parte di fregio molto ampia, modello per i calchi dei pezzi mancanti, e la soluzione della questione del nascimento centrale dei girali d’acanto.  Un pezzo di stipite di porta con attiguo pilastro, e un pezzo di fascia a tutto spessore con decorazione a meandro da un lato e a palmette dall’altro, trovò naturale unione con il frammento precedente e con il quadro raffigurante ‘Enea’. Un frammento di pilastro angolare si congiungeva da una parte con un pezzo di fascia su cui appoggiava il pannello di ‘Enea’ e dall’altra con la fascia inferiore alla processione sud. La sezione superiore dell’angolo sud-ovest aveva quindi molti frammenti originali e poteva essere ben ricostruita (Moretti 1948, p. 56).

Quando tutto il basamento fu liberato e tutti i frammenti che si trovavano nella zona furono recuperati, Moretti scrisse: “Nel nostro scavo si è scoperto e indagato tutto quanto sia rimasto a vedere, e tutto si è potuto rilevare” (Moretti 1948, p. 56). Pensando dunque di avere tutte le informazioni necessarie e costretto a rispettare l’urgenza delle scadenze imposte dal governo fascista, Moretti decise di ricostruire per intero il monumento, ma non potendolo fare nel luogo originario, si decise di spostarlo sul Lungotevere, vicino al Mausoleo di Augusto.

Per questa operazione furono fondamentali i rilievi di scavo. Quello dell’intero stereobate servì perchè vi erano indicati i segni delle porte, parte del plinto in tufo dell’altare e alcuni segni delle basi dei muri. I rilievi dei ritrovamenti furono fondamentali perché “i pezzi del recinto, come in massima parte si può riscontrare, furono ritrovati sui luoghi in cui caddero o furono abbattuti; e quelli delle sponde dell’altare nei punti corrispondenti ai luoghi da cui precipitarono per la gradinata” (Moretti 1948, p. 69). In questo modo, confermando poi i dati sugli studi filologici e da congiunzioni di frammenti, si procedette alla ricomposizione della struttura architettonica e compositiva.

 

Nella ricostruzione non si potè usare il basamento originale perchè, se pur quasi completamente libero, non venne estratto per il rischio di destabilizzare il palazzo sovrastante; si procedette quindi alla creazione di un nuovo basamento in marmo di Carrara. Il Ministro della Cultura Bottai tuttavia intervenne, imponendo che alcuni lastroni originali venissero comunque inseriti, cosa che si realizzò.

Del recinto vennero ricostruite prima le parti di cui si avevano abbastanza reperti, mentre delle parti più lacunose si fecero dei calchi in cui collocare gli altri frammenti rinvenuti, come ad esempio la cornice di base, quasi totalmente ricostruita replicando gli elementi originali. Anche molte parti del fregio floreale, della fascia a meandri e a palmette, dei listelli interni e dei festoni, dei pilastri e degli stipiti delle porte vennero ricostruite in tal modo: l’obiettivo era dare completezza al monumento, e fargli acquistare quell’armonia e quell’unità visiva che le ampie lacune avrebbero certamente compromesso.

      

Per i fregi della processione invece si procedette congiungendo e ricomponendo i pezzi recuperati, ma  lasciando vuote le parti mancanti e non conosciute; in modo analogo si operò per i lati est e ovest.  Si passò poi al coronamento del recinto, “la sola parte di essenziale importanza architettonica e artistica la quale non aveva lasciato neppure una traccia di sé” (Moretti 1948, p. 178): il dato certo era che l’Ara non doveva essere coperta, per ragioni pratiche e liturgiche, concordanti con ragioni costruttive, come la presenza dei canali di scolo delle acque piovane, l’inclinazione delle gradinate dell’altare e dei lastroni del basamento dall’interno all’esterno.

Ma era necessario ridare integrità alla ricostruzione, e Moretti operò con un metodo che riassume con queste parole: “Non quello che una fervida immaginazione avrebbe potuto proporsi il lusinghiero compito di immaginare, compito di presunti suoi pregi artistici, ma quello che l’obiettivo metodo di restituire un volume indispensabile all’effetto del complesso, ci ha condotto a tracciare inderogabili e austeri lineamenti” (Moretti 1948, p. 179). Si fece quindi una trabeazione formata da semplici volumi accostati e senza alcun acroterio, come invece sia Pasqui sia Petersen ipotizzavano seguendo le monete (Petersen 1902,  p. 194; Pasqui 1904, p. 569; v. in "Engramma" il saggio di Giacomo Calandra). La ragione, si disse, era che nessun pezzo riconducibile a un acroterio risultava essere stato ritrovato nello scavo del 1937 e l’elemento indicato da Pasqui nel 1903 come un frammento degli acroteri, venne invece ricollocato come sponda dell’altare interno.

Si procedette infine alla parte più problematica: la ricostruzione dell’altare. Di esso era stata trovata la base in tufo nel 1903, che dava una forma approssimativa della gradinata, ma non vi era nessun elemento che aiutasse a ricostruire quello che vi stava sopra, nè una qualsiasi traccia di decorazioni. Moretti ipotizzò una mensa con due sponde laterali, formate da acroteri e terminanti con figure di leoni alati, al di sotto delle quali vi sarebbero state altre scene di processione. Non essendo affatto sicuro della sua teoria, non si cimentò nella ricostruzione integrale dell’altare, ma si limitò a inserire volumi puri dov’erano i pezzi mancanti.

  

È certo che Moretti per la sua coraggiosa operazione si avvalse anche delle ricostruzioni operate negli anni precedenti, soprattutto della ricostruzione di Petersen di cui scrive così: “Quasi giusta risultò la pianta e la disposizione generale dei pezzi del primo piano, degli stipiti della porta e della zona a meandro; giusta l’ipotesi di un podio” (Moretti 1948, p. 135). Moretti elogia il lavoro del suo predecessore, reso difficile dalla mancanza di osservazione sul posto, malo smentisce con le sole informazioni lasciate da Pasqui nel 1903; contesta anche la ricostruzione proposta dall’ingegner Cannizzaro (Cannizzaro 1907, fig. 12), che voleva la ‘Tellus’ posta a destra della porta ovest, dallo stesso lato cioè di ‘Enea’, collocando invece la ‘Tellus’ sull’altro lato en pendant con il quadro di ‘Roma’.

È interessante notare che tutte le ricostruzioni - da Petersen a Moretti - prevedevano il fregio floreale in tutti i riquadri più bassi, sebbene la moneta domizianea citata da tutti gli studiosi rappresenti il fronte occidentale (quello con la scalinata e il podio in vista) con quattro pannelli figurati posti sopra e sotto la fascia orizzontale (v. il saggio di Giacomo Calandra). Risulta strano quindi che nessuno degli archeologi o progettisti abbia preso in considerazione questa ipotesi ricostruttiva, strano in particolare per Moretti, che nella sua elaborazione non sembra affatto certo dell’esistenza di un fregio floreale che corra sotto i quadri di ‘Enea’ e di Marte.

A tutt’oggi non siamo affatto sicuri di molti elementi e di molti aspetti della ricostruzione: incertissimi, ad esempio, i soggetti del quadro di ‘Roma’ o del quadro di ‘Marte’, parti del fregio processionale, la fascia a meandro, per non parlare dell’altare e dei molti altri frammenti che sono rimasti esclusi dalle diverse fasi del puzzle ricostruttivo e che necessiterebbero di un accurato studio per accertarne definitivamente la collocazione.

Sembra che la ricostruzione del 1937-38, nonostante i molti anni trascorsi e il mutato clima culturale, nonostante i restauri, gli studi fino al nuovo allestimento di Richard Meier (inaugurato nel 2006), sia ormai ritenuta come un dato di fatto, verosimile se non addirittura ‘autentica’, nonostante tutte le incertezze e i dubbi, filologici e compositivi, che gli studiosi hanno il compito di evidenziare criticamente. Ciò che dunque l’Ara Pacis sollecita è una nuova e approfondita fase di studio che riesca, o almeno tenti di mettere in chiaro quanto dell’opera che vediamo è autentico e pertinente all’Ara augustea e quanto è invece il frutto di quella intenzione di produrre una ricostruzione veloce, armonica e integrale, che animò il progetto del 1938.

Una prima versione di questo contributo è stata pubblicata in versione cartacea nel Quaderno del Centro studi Architettura Civiltà e Tradizione del Classico dell'Università Iuav di Venezia Ara Pacis. Le fonti, i significati e la fortuna (in occasione della lezione e degli incontri con Eugenio La Rocca e Henner Von Hesberg, 6 e 7 febbraio 2007), Venezia 2007

Riferimenti bibliografici

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M. E. Cannizzaro, Bollettino d’Arte del Ministero dell’Istruzione, fascicolo X, n. 1/1907

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E. Petersen, Ara Pacis Augustae, Vienna 1902

Sieveking 1907
J. Sieveking, Zur Ara Pacis Augustae in Jahershefte der Österreichen Archäologichen Institutes in Wien, Vienna 1907

Sieveking 1910
J. Sieveking, Deutsche Literaturzeitung, Vienna 1910

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