"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

65 | giugno/luglio 2008

9788898260102

titolo

Francesca è Medea

Intervista a Francesca Mazza

interprete di From Medea di Grazia Verasani, regia di Riccardo Marchesini, Arena del Sole, Bologna

a cura di Silvia Veroli

Nata a Cremona, Francesca Mazza vive a Bologna, dove si è laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea in Discipline dell’Arte della Musica e dello Spettacolo, e si è diplomata alla Scuola di Teatro diretta da Alessandra Galante Garrone. Dal 1983 al 1995 lavora negli spettacoli di Leo de Berardinis, dapprima presso la Cooperativa Nuova Scena di Bologna, poi all'interno del Teatro di Leo di cui è co-fondatrice e nei cui spettacoli è protagonista (tra gli altri Novecento e Mille, Totò Principe di Danimarca, Scentè, I giganti della montagna, Il ritorno di Scaramouche).

Altre significative esperienze artistiche sono state con Alfonso Santagata, Raul Ruiz e Fernando Solanas. Negli ultimi anni ha partecipato a produzioni della compagnia di teatro-danza Xe diretta da Julie Ann Anzilotti e agli spettacoli di Teatri di Vita diretti da Andrea Adriatico. Nel 2003 è stata protagonista femminile del film di Andrea Adriatico Il vento, di sera presentato in prima mondiale al Festival del Cinema di Berlino 2004. Collabora con la compagnia teatrale Fanny e Alexander: la partecipazione a Ada Cronaca familiare. Aqua Marina da Vladimir Nabokov, messa in scena dalla compagnia ravennate, le vale nel 2005 il "Premio Ubu" come miglior attrice non protagonista. Da anni affianca al suo lavoro di attrice l’attività laboratoriale e di regia; in particolare, sceglie di indirizzare il lavoro artistico e di formazione all’interno di esperienze di genere. Dal 2003 è direttrice artistica della stagione teatrale della sala "Biagi D’Antona" di Castelmaggiore (Bologna).

D - L’Ofelia degli esordi con Leo De Berdardinis; la Marina di Nabokov (che ti ha valso l’Ubu); la Lucrezia di Oz, landolfiana vergine lattante dal cui seno sgorgano fiotti di latte; oggi Marga: nelle storie delle donne che hai interpretato il tema del disagio psicologico rincorre quello della maternità e a esso si intreccia. C’è una ricerca e una curiosità personale verso queste riflessioni, o pensi si tratti di nodi irrisolti del femminile con cui è inevitabile fare i conti quando si decide di rappresentarne a teatro squarci esemplari?

R - Il teatro che io prediligo e che chiamo Teatro, frequentemente si occupa e racconta il disagio. Ha la vocazione di essere specchio e, senza la pretesa di dare risposte, ci ricorda che non siamo soli.
Certamente i nodi irrisolti del femminile – come tu dici – rincorrono il tema della maternità e questo tema entra nella biografia di ogni donna e quindi anche nella mia. Trovare gli accenti per descrivere il dolore di una maternità rifiutata – violentemente, con l’atto più disperato – quando invece l’ho tanto desiderata senza poterla vivere. Questo il mio compito per essere Marga. Ho scavato nel vuoto. L’espressione può sembrare retorica ma è quello che ho fatto, è quello che le parole di Grazia Verasani, mie e delle mie compagne di scena, mi hanno spinto a fare. Sono profondamente convinta che lo stare in scena sia sempre autobiografia, qualunque cosa si vada a rappresentare e in qualunque modo lo si faccia.

D - Sembri particolarmente a tuo agio in spettacoli corali femminili, recentemente in particolare ti abbiamo vista tra 4 Medee in carcere e 4 streghe nel regno di Oz. Come è l’esperienza della colleganza e della sorellanza sul palcoscenico?

R - Mi crederai? Mi crederà chi ci legge? Straordinaria! Adoro lavorare con le donne: ci capiamo, riusciamo a solidarizzare. No, per favore, basta con la storia della rivalità femminile. La rivalità, se c’è, non ha genere. From Medea mi manca perché mi manca l’intimità della relazione che eravamo riuscite a creare in scena. Fuori scena ci si sentiva, si chiacchierava, si cenava insieme ma quelle erano cose trascurabili seppur piacevoli. E’ stare in scena con loro che mi manca. Quando scegli di condividere la fatica, le insicurezze, la fragilità del mettersi a nudo, si crea un legame che si nutre di rispetto, di cura reciproca, di complicità.

D - Il mito di Medea sembra non smettere mai di destare interesse a teatro: oltre al vostro lavoro, penso allo Studio su Medea di Latella, ma anche a Dissonorata di Saverio La Ruina.

R - Non ho visto lo spettacolo di Latella ma ho visto e amato molto lo spettacolo di Saverio La Ruina. L’ho ospitato nella stagione che curo per il Teatro di Castel Maggiore. Grande prova d’attore: la delicatezza con cui ha cercato di essere donna, per cenni, piccoli gesti, senza travestimenti, senza cadere neppure per un attimo nel ridicolo, rendendosi anzi credibilissimo. Bello che un uomo abbia voluto entrare in una storia così. Il mito di Medea inquieta da secoli tutta cultura occidentale e squarcia il velo di tanta retorica sulla maternità. Giusto e necessario che continui a parlarci dai palcoscenici.

D - From Medea ha debuttato a Bologna il 9 aprile ed è stata replicata all’Arena fino al 29. Quali sono state le reazioni del pubblico di fronte alla messa in scena di tragedie tanto complicate e di un delitto che rimane tabù? Nella sera in cui sono venuta io, ad esempio, ho notato in sala eccessive, inquietanti, risate di sollievo, specie da parte di giovani uomini caucasici, nei momenti in cui la trama si alleggerisce.

R - Ho la memoria di un’infinità di donne – ma non solo – che venivano in camerino o ci aspettavano fuori dal teatro per dire della loro commozione e del loro turbamento. Credo di non sbagliare dicendo che certi pensieri, come certe malattie o perversioni, camminano a fianco di ognuno di noi, e percepiamo che ciò che ci separa dalla deriva non è un baratro così profondo. Quando il nostro inconfessabile si manifesta attraverso altri corpi e altre storie, ci abbandoniamo al lusso di un’esperienza di riconoscimento e nel contempo di distanza, che il teatro, come altre arti, consente. Al di là di questa riflessione, lo spettacolo ha avuto un esito davvero straordinario, un grande successo, fino all’ultima replica, con il teatro strapieno e un pubblico generosissimo di applausi che non ci lasciava più andare via. È interessante scoprire che non è vero che il pubblico abbia solo voglia di distrarsi e 'di-vertirsi'. Anche noi, come te, abbiamo notato e qualche volta ne siamo state infastidite – le reazioni agli alleggerimenti della trama. Ma è così: l’imbarazzo porta al riso e il riso dà sollievo.

D - Nella preparazione del personaggio di Marga ha contato la tua esperienza laboratoriale col "Progetto Pegaso" all'interno della sezione femminile del carcere di Forlì?

R - Naturalmente ho pensato spesso alle donne che ho incontrato in quell’occasione. È un pensiero che però portava con sé molto pudore, lo stesso con cui me ne andavo alla fine di ogni incontro sapendo che io, a differenza di loro, uscivo e ritrovavo la mia vita di ogni giorno.

D - Affianchi al lavoro di attrice quello di regista e formatrice, intessendo collaborazioni e progetti: guardando all’attività di artisti come te sembra venire meno il sospetto avanzato da alcuni che il nuovo teatro batta la fiacca o sia poco vivido…

R - No, il nuovo teatro non batte la fiacca e non è poco vivido, è solo trascurato quando non addirittura ignorato. Non ha spazi, non ha mercato. È anche questa fatica che genera tante attività collaterali, tante collaborazioni e il proliferare di progetti e di intrecci. Questo è bene perché l’incontro e lo scambio di esperienza sono vitali per il lavoro artistico. Vogliamo però assicurare chi dovesse prendersi a carico la questione della nostra sopravvivenza che, anche un po’ più protetti e rispettati, non smetteremmo di dare e fare tutto il possibile. Ma c’è qualcuno a cui dirlo?

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