"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

65 | giugno/luglio 2008

9788898260102

titolo

Orestiade di Eschilo: la scenografia di Pietro Carriglio

Recensione alle scene del XLIV Ciclo di Spettacoli classici al Teatro greco di Siracusa, 8 maggio-22 giugno 2008

Andrea Santorio

Pietro Carriglio, autore delle scene e dei costumi oltre che della regia di Orestea  (si veda in questo stesso numero di "Engramma" anche l'intervista a Pietro Carriglio nel ruolo di regista degli spettacoli) in scena quest'anno al Teatro greco di Siracusa, sceglie di rispettare gli spazi del teatro siracusano e del teatro classico in generale: pone l'enfasi sull'orchestra, incoronandola luogo principe della rappresentazione ed esaltandone la forma mediante i quattro bianchi gradoni semicircolari del lato scena che, oltre a costituire una declinazione del concetto di palcoscenico, teatralizzano ulteriormente lo spazio in una rievocazione della cavea. La gradinata è divisa in tre porzioni da due corridoi diagonali provenienti dagli angoli posteriori della scena, con funzione di pàrodoi alternative a quelle esistenti, e utilizzate, del Teatro greco.

La scena in costruzione

Insistendo sul gioco di rievocazione della struttura teatrale classica, l'orchestra è segnata da una vasca di terra di forma rettangolare, collocata in corrispondenza del centro della vera cavea: è questo il luogo adibito a thymele, luogo del sacro, semantizzato di volta in volta come suolo patrio di Argo in Agamennone, tomba dell'atride assassinato in Coefore, e omphalòs di Delfi in Eumenidi. La risemantizzazione del sito nella seconda e nella terza tragedia è sottolineata rispettivamente dalla presenza delle pietre tombali su cui sono poste le libagioni delle Coefore, e della roccia ovoidale dell'omphalòs pitico vero e proprio.

La scena finale di Eumenidi

Di pari peso visivo rispetto all'orchestra è l'edificio scenico, costituito da un fronte palaziale in forma di triangolo rettangolo, a sua volta percorso da una scalinata ascendente da sinistra verso destra lungo il suo profilo, e bilanciato a sinistra dall'importante presenza di una torre. Il palazzo, rappresentato da quattro ordini di arcate a tutto sesto, è ulteriore elemento teatrale, evocazione del profilo lacunoso del Colosseo, e forse anche della sua ideale immagine 'rettificata' nel palazzo della Civiltà del Lavoro; la sua superficie triangolare, costellata di aperture, è territorio libero per effetti scenografici materiali – l'issazione delle vele delle navi di Agamennone che torna in patria – ed immateriali, nelle multiformi possibilità offerte dalla sua illuminazione dall'esterno e dall'interno. Due telai lignei scorrevoli identificano la porta regia, ingresso dell'edificio e dominio incontrastato di Clitemnestra, del suo lungo strascico e del suo tappeto rosso steso per il malcapitato Agamennone. Parte invece dal cielo la scalinata che percorre il profilo dell'edificio, in senso stretto ed in senso metaforico: il disco aureo che la corona è ingresso ex machina per Atena, ma anche ingresso di Egisto che entrando in scena abbandona il suo idillio dorato – e un po' pacchiano – di dominio su Argo insieme alle vesti multicolori; la scalinata stessa si presta ad ulteriori azioni drammatiche di sicuro effetto.

Scena da Eumenidi: 'Delfi'

La bianca torre cilindrica di sinistra è la 'cenerentola' dell'allestimento scenografico: campeggia imponente sullo sfondo, complice l'illuminazione, per tutta la durata della trilogia, ma viene effettivamente utilizzata solo sporadicamente: dopo il promettente incipit di Agamennone, con la vedetta che vi accende il fuoco recante a Clitemnestra la notizia della caduta di Troia, cade quasi completamente in disuso, salvo essere riutilizzata come ingresso per Apollo e per la Pizia; le stesse scalette che si attorcigliano attorno al suo fusto le danno un sapore vagamente postmoderno, rendendola di fatto l'elemento meno felice di tutto l'altrimenti riuscito impianto scenico.

Scena da Eumenidi: la statua di Atena semantizza lo spazio come 'Atene'

I documenti e i materiali riprodotti in questo saggio sono conservati presso l'Archivio Fondazione Inda - AFI - di Siracusa

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