"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

65 | giugno/luglio 2008

9788898260102

titolo

Ombre luminose dell'antico in mostra a Mantova

Recensione alla mostra La Forza del bello. L'arte greca conquista l'Italia

a cura di Salvatore Settis e Maria Luisa Catoni, Mantova, Palazzo Te, 29 marzo - 6 luglio 2008, catalogo Skira (>> scheda editoriale)

Lorenzo Bonoldi

Graecia capta ferum victorem cepit (la Grecia conquistata conquistò il rude conquistatore). Questa massima oraziana ben illustra il processo con il quale l’arte greca si diffuse – tanto nel corso dell’antichità quanto nelle epoche successive – in contesti geografici e cronologici anche molto distanti da quello originale. Le modalità di tale conquista sono magistralmente narrate nell’esposizione dedicata all’arte greca allestita a Palazzo Te sotto la curatela di Salvatore Settis e Maria Luisa Catoni.

“La Forza del Bello” – questo il titolo della mostra – è l’arma vincente di questo processo di conquista e, al contempo, anche il potente mezzo che permette alle forme, ai temi e alle figure dell’arte antica di diventare i protagonisti di una lunga epopea che, dipanandosi da originali spesso assenti, attraversa interi secoli di produzione artistica.

L’allestimento della mostra – progettato dall’architetto Andrea Mandara – presenta come sua caratteristica principale l’ardita e inusuale scelta di utilizzare come spazio espositivo non sono le settecentesche fruttiere di Palazzo Te, ma anche le sue sale cinquecentesche, progettate, realizzate e decorate da Giulio Romano. Tale scelta, coraggiosa ma non azzardata, permette alle opere greche (ma anche a copie romane di originali ellenici) di instaurare con la monumentale cornice che le accoglie un interessate confronto fra classico e classicismo. Gli stessi dei, gli stessi eroi, le stesse figure del mito animano tanto gli affreschi del palazzo quanto le superfici di vasi attici e apuli esposti in mostra; il dio che scaglia la sua folgore nell’idolo nel bronzo di Ugento è lo stesso saettante Zeus che Giulio Romano rappresenta nella Camera dei Giganti a duemila anni di distanza. E uno dei putti che animano il fregio della giuliesca Sala dei Cavalli ripete il celebre ed eponimo gesto dello Spinario Capitolino. Lo stesso palazzo Te, quindi, si mostra in quest’ottica non solo come sede espositiva, ma anche come opera-esito di quel meccanismo della tradizione che – ripercorso a ritroso – porta dritto all’arte che per definizione chiamiamo “classica”.

Fra le opere presenti in mostra numerosi capolavori rendono l’esposizione un evento di grande richiamo per il pubblico: il Torso del Belvedere, la Venere Callipigia, il Cratere di Eufronio e lo Spinario Capitolino (qui a confronto con lo Spinario in marmo bianco della Galleria Estense di Modena, che del bronzo romano è una sorta di ombra luminosa) donano con la loro stessa presenza un indiscutibile valore all’esposizione mantovana. Non mancano anche ricongiungimenti e riavvicinamenti: il cosiddetto Apollino Milani del Museo Archeologico di Firenze è stato infatti completato con la pertinente Testa di Kouros proveniente da una collezione privata di Osimo e un Tritone in marmo proveniente da Berlino è tornato ad avvicinarsi ad altri pezzi che, nel corso del Rinascimento, fecero parte insieme a lui della stessa collezione Grimani in Venezia.

Dal punto di vista dello studio della Tradizione Classica, tuttavia, i pezzi più interessanti sono quelli che, generalmente, rimangono in secondo piano, all’ombra dei capolavori di cui sopra, sui quali sono invece puntati i fari dell’attenzione mediatica e gli occhi della maggior parte dei visitatori.

La mostra, ad esempio, espone una serie di calchi provenienti da Baia (Napoli) che ben raccontano quanto già in antico “la forza del bello” generasse l’irrefrenabile desiderio di possedere le copie delle opere greche più celebrate. O ancora, un interessante esempio della pratica del riuso materiale dell’antico è offerto da un bassorilievo proveniente da Francoforte con un’effigie della Vergine, realizzata rilavorando una stele funeraria attica. Un ulteriore meccanismo della tradizione preso in esame dall’esposizione di Palazzo Te – e generalmente poco indagato – è quello rappresentato dalla falsificazione: anche attraverso l’inganno, infatti, le immagini dell’antico trovano nuova vita, tornando a manifestarsi con lo scopo di ingannare i collezionisti ed i conoscitori più insaziabili. A testimonianza di questo fenomeno, oltre a una serie di rilievi rinascimentali pseudo-antichi (a volte anche artificiosamente ridotti in stato frammentario per riuscir meglio nel proprio scopo), sono esposti in mostra anche i celebri falsi che gabbarono Winckelmann: l’affresco con Zeus e Ganimede realizzato da Anton Raphael Mengs e la Testa di Fauno (detta Testa Winckelmann) frutto dell’intervento dello scultore/antiquario/restauratore/falsario Bartolomeo Cavaceppi su un pezzo realmente antico. Questa seconda opera è concettualmente avvicinabile al Vaso Blundell: un cratere in marmo integralmente restaurato da Giovanni Battista Piranesi, al punto tale che appare impossibile capire quali parti siano semplicemente ricalcate e quali invece siano del tutto rifatte. Una sola certezza rimane: le figure del thiasos dionisiaco che avvolge le pareti del cratere – vero, falso o finto? – sono nel loro DNA ‘antiche’ e animate dall’irrefrenabile forza del bello.

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