"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

67 | novembre 2008

9788898260126

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Il dato materiale: natura e origine della pietra della lastra di S. Apollonia

Lorenzo Lazzarini

L’identificazione della pietra costituente la stele conservata al Museo Diocesano di Sant’Apollonia è stata ricavata da un attento esame autoptico delle sue caratteristiche tessiturali, e dallo studio al microscopio polarizzatore di una sezione sottile di un piccolo campione della stessa, prelevato da una sua parte posteriore.
Il primo esame ha consentito da subito la definizione di quanto in oggetto grazie alla natura calcarea e tessitura massivo-compatta della pietra, nonché alla presenza di una matrice color grigio chiaro, punteggiata da bioclasti millimetrici di un grigio più scuro: caratteristiche, queste, tipiche della pietra di Aurisina, dalle cave della località omonima in provincia di Trieste.
L’analisi microscopica della sezione sottile ha confermato tale determinazione e, date le caratteristiche composizionali riscontrate, in particolare:

- matrice da micritico a localmente microsparitica, con inglobati intraclasti micritici per lo più subarrotondati;
- dimensioni millimetriche dei bioclasti di rudiste e lamellibranchi fossili, che appaiono formati da lamelle di sparite, talora rimaneggiati e con abrasioni e dissoluzioni ai bordi.

Si può classificare la roccia come una intrabiomicrite, talora passante a una intrabiosparite.
Sulla scorta di quanto sopra, si può ragionevolmente ipotizzare per la pietra della stele trattarsi della varietà di pietra di Aurisina denominata “pietra romana”, i cui loci estrattivi di cava erano variamente distribuiti nell’affioramento coltivato in età antica.

La pietra di Aurisina, località conosciuta in passato anche come Nabresina, come è noto è la pietra di Aquileia e, in parte (assieme all’arenaria di Muggia) di Tergeste. Non si conosce l’inizio del suo impiego in queste due città romane, ma esso verosimilmente data già al II secolo a.C., quando incominciò la loro monumentalizzazione. Essa è anche, in età imperiale, la pietra più diffusa della X Regio Augustea, Venetia et Histria, come dimostrano i numerosi manufatti trovati (sia elementi architettonici, sia stele funerarie, miliari, ecc.) in un ampio triangolo che congiunge Trieste con Pavia, e questa con Fano. È pietra comune ad Altino e a Venezia, dove giunse in forma di spolia specialmente nei primi secoli di vita della città lagunare, e il suo utilizzo proseguì almeno sino alla fine del XIII secolo, quando venne sostituita dalla pietra d’Istria. La pietra di Aurisina a Venezia è molto abbondante, non solo sotto forma di manufatti romani reimpiegati e/o rilavorati, ma anche in cornici ed elementi marcapiano di cavatura tardo-medievale, spesso inseriti in case e palazzi veneto-bizantini.

È interessante rilevare, ai fini della presente ricerca sulla stele, come il sarcofago che attualmente contiene le spoglie mortali di San Marco sito sotto l’altar maggiore della Basilica omonima, sia anch’esso di pietra di Aurisina. Esso è moderno, posto nel XIX secolo in sostituzione dell’originale che stava nella cripta, e che andò completamente distrutto dal salso, ovvero il fenomeno ciclico di cristallizzazione del sale marino derivante dal costante allagamento cui è sempre stata soggetta la cripta stessa. Del sarcofago marciano originale non si sa con precisione la natura: da vecchie cronache si deduce fosse probabilmente costituito da un calcare rosso di Verona; secondo altre invece, il sarcofago era in verde antico, e ciò sarebbe bene in accordo con l’utilizzo simbolico medievale di questo marmo per sarcofaghi di imperatori e santi.

Bibliografia

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