"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

67 | novembre 2008

9788898260126

titolo

1962, Venezia: storia di un ritrovamento

La stele di S. Apollonia tra documenti, contesto storico e status quaestionis

 Maria Bergamo


Quando nel 1962 gli operai della Procuratoria di San Marco scavarono le vasche idriche per il nuovo impianto antincendio della Basilica e trovarono tra le fondazioni dell’abside la grande lastra decorata con lo scudo stellato, si resero subito conto dell’importanza del ritrovamento (si veda la campagna fotografica in questo numero di "Engramma"). Dal racconto dell’allora capocantiere sig. Antonio Leonardi – preziosa memoria storica, la cui testimonianza è stata recuperata in occasione di questa ricerca – emerge ancora, oltre al ricordo della fatica nell’estrazione, lo stupore e l’orgoglio per la scoperta. Infatti, per quanto fortuita e inaspettata, essa si inserì immediatamente nel delicato e denso dibattito sulla costituzione dell’intera Basilica di San Marco, sulla datazione dei diversi livelli, e addirittura sulla forma originaria dell’antica fabrica.

Purtroppo la documentazione e la raccolta meticolosa di tutti i dati relativi agli interventi di scavo e restauro non era negli anni '60 del secolo scorso una pratica regolare: se è vero che la Basilica di San Marco ha subito nei secoli numerosissimi restauri e scavi, senza praticamente soluzione di continuità, è vero anche che solo negli ultimi decenni si è proceduto alla conservazione e pubblicazione meticolosa di tutto il materiale.

Si riassumono qui le informazioni rese dagli studi finora editi riguardanti la lastra, ponendo il suo rinvenimento in un contesto interpretativo definito: i documenti archivistici si affiancano così alla ricerca di altre fonti documentarie antiche, ad aprire nuove possibilità di indagine.

 

L'abside maggiore dalla Corte dei Marmi e il punto di ritrovamento in pianta


Ferdinando Forlati, ingegnere e Proto della Basilica di San Marco per numerosi anni, si occupò della gran parte dei restauri eseguiti intorno alla metà Novecento, e tra questi alla campagna durante la quale fu ritrovato il reperto da noi studiato. Immediatamente ne rese notizia in un articolo che già collocava criticamente la scoperta: “Con il restauro si ebbe l’analisi delle fondazioni dell’abside maggiore, conclusa nell’estate del '62 raggiungendo la palificata, lo zatterone e la sovrastante struttura muraria, in grandi blocchi di macigno e di granito, non di pietra d’Istria. Fra queste apparve anche un masso di trachite scolpito. L’ornamentazione, senza dubbio anche per la fattura, sono romane, ma non certo comuni; è probabile che il blocco appartenga ad un monumento funerario di un soldato di età abbastanza antica, del I secolo d.C. Scoperta importante per la conoscenza della struttura della grande abside; l’indagine ha infatti potuto stabilire la natura delle malte che formano il solido conglomerato interno, ben differente da quello contariniano. Questo conferma che anche l’abside maggiore appartiene alla prima chiesa di Partecipazio”.

Fotografie dello scavo e sezione della muratura dell'abside con la posizione della pietra

Sezione est-ovest della cripta e della superiore Basilica di S. Marco


Forlati utilizza il nuovo reperto a sostegno della sua ricostruzione sulle fasi di edificazione della Basilica, ma non si preoccupa di analizzare in dettaglio il reperto: la sommaria descrizione dell’oggetto e la datazione senza fondamento documentario né mineralogico (trachite, I sec. d.C.), sono state ritenute valide fino agli studi più recenti, come testimonia l’unica schedatura completa del Lapidario marciano, operata da Chiarotto 1991 per la sua tesi di laurea. La lastra viene osservata quindi come materiale di reimpiego, come tanti altri elementi marmorei scolpiti estratti dalle fondazioni, che ora possiamo ammirare murati all’esterno della cappella di San Pietro o nel Lapidario allestito proprio da Forlati nel 1969 nel chiostro di S. Apollonia.

Nel 1975, in occasione di una importante pubblicazione sui restauri della Basilica pubblicata in collaborazione con la moglie, l’archeologa Bruna Forlati Tamaro, Forlati tratta della provenienza dei materiali di reimpiego: “San Marco venne eretta sopra un terreno malfido […] Sulle isole della laguna manca del tutto la pietra come l’argilla per la fabbricazione di laterizi. Ma i Veneziani potevano accedere alle rovine delle costruzioni tardoromane della costa, di Altino in primo luogo. E qui infatti si trasportarono per la nuova chiesa grandi blocchi di pietra d’Aurisina; taluni sono squadrati, altri già lavorati perché provenienti da monumenti; di più, furono portati grandi quantità di laterizi pure romani, alcuni dei quali portano il bollo di fabbrica”. Nello stesso volume Forlati cita inoltre il celebre passo del testamento del doge Giustiniano Partecipazio, fonte principale per gli studi sulla fondazione della Basilica di San Marco: “De corpus vero beati marc[i Felicita]ti, uxor mee, [volo], ut hedificet basilicam ad suum honorem infra territorio sancti Zachariae […] Quiquid exinde [in Equilo] remanserit de lapidibus et quidquid circa hanc [p]e[tram] iacet et de casa de Theophilato de Torcello heddificentur basilicha beati evangeliste” e così commenta: “Ora fra queste pietre vi possono essere le sculture tardo-antiche che ora in buona parte sono ordinate nel lapidario creato nel chiostro di S. Apollonia, anche se, come nota il Demus, non siamo in grado di affermarlo con sicurezza. Ma vi erano anche, e soprattutto, le pietre usate nelle fondazioni che hanno ancora il taglio proprio della tecnica romana e che si ritrovano identiche sia nella torre eretta nello stesso periodo a difesa dell’Abbazia di S. Ilario, sia nella fondazioni del campanile, universalmente riconosciuto come opera del sec. IX”.

L’indicazione è evidentemente generica, e la provenienza dei materiali antichi dal litorale nord adriatico nella fondazione dell’intera Venezia è presentata come dato accertato: l’intera Basilica si fonda su grandi conci di pietra recuperati da strade, monumenti, edifici antichi. Scrive Cecchi 2003: “Il reimpiego era una regola che a Venezia trova una delle sue massime espressioni. Qui il tessuto urbano è oggetto di un continuo riuso, niente viene inutilmente disperso e ogni edificio è un palinsesto di difficilissima lettura, in cui il presente e il passato si fondono in una sintesi che contribuisce ad alimentare il fascino di una fondazione incerta a partire dalla medesima terra in cui si trova”.


I lapidari marciani nel chiostro di S. Apollonia e nel Cortile del S. Uffizio

La lastra ritrovata certo spiccò per le dimensioni, e probabilmente proprio in forza di quelle dovette anticamente essere stata considerata materiale di pregio, al punto da essere posta in testa all’intera basilica, nelle poderose strutture esterne dell’abside. L'iconografia del manufatto però negli anni Sessanta non fu oggetto di particolari attenzioni: l’immagine scolpita fu correttamente ricondotta a un ambito militare di epoca romana, ma non identificata come direttamente appartenente alla casata macedone. Tale decorazione con panoplie, lance ma soprattutto con lo scudo con la stella argeade, pur non rarissima (vedi il contributo di Maddalena Bassani), forse all'epoca del rinvenimento della lastra non era così immediatamente eloquente come è ai nostri occhi: solo dopo il 1977 infatti, in seguito alla scoperta a Verghina della tomba di Filippo il Macedone e del suo meraviglioso tesoro, la stella divenne (non solo per gli studiosi) l'emblema più noto della casata di Alessandro.

Tesoro della tomba di Filippo II a Verghina


L’'invisibilità' del soggetto risulta particolarmente interessante dal punto di vista metodologico e della storia degli studi archeologici e iconografici. Il ritrovamento della lastra di S. Apollonia venne circoscritto in un preciso contesto di ricerca e di studi, in base ai quali si guardava esclusivamente alla sua funzione di spolium; posto all'interno di un ingranaggio critico complesso come appunto il dibattito sulla conformazione della Basilica particiaca del IX secolo e sulle successive integrazioni o rifacimenti nel X e XI secolo, la lastra non venne mai analizzata nella sua individualità di manufatto artistico da interpretare dal punto di vista storico.

Com’è noto, infatti, San Marco conosce diverse fasi di costruzione: secondo le fonti vi sarebbero tre 'basiliche' stratificate, che l’archeologia unita al restauro cerca ora di individuare e di documentare con i dati materiali. Certo è che la fondazione e la edificazione della cosiddetta ‘prima basilica’ si debba alla volontà del doge Giustiniano Particiaco (o Partecipazio), che lasciò nell’829 testamento affinché si erigesse nell’area di San Zaccaria una chiesa che ospitasse definitivamente le spoglie dell’evangelista Marco, trafugate da Alessandria proprio l’anno precedente, e ospitate fino ad allora in una cappella dentro il Palazzo Ducale. La tradizione parla di una ‘seconda basilica’ ricostruita dopo l’incendio del 976, drammatico epilogo dell’odiato doge Pietro IV Candiano, arso vivo in una rivolta dell’aristocrazia veneziana. Le cronache indicano una reintegrazione della chiesa, avvenuta in due anni durante il dogato di Pietro IV Orseolo, ma l’entità dei danni non è comprensibile, perché la ‘terza basilica’, l’attuale, sarebbe stata riedificata ab imis distruggendo la precedente. Per volere del doge Domenico Contarini si dovette fondare una San Marco a immagine e somiglianza della chiesa dei Dodici Apostoli di Costantinopoli: iniziata secondo la storiografia nel 1063 e finita nel 1072, quando si ha notizia dell’inizio della decorazione musiva, fu inaugurata solo il 25 giugno 1094 sotto Vitale Faliero, dopo che finalmente si ritrovarono le reliquie del Santo evangelista perdute nel precedente incendio.

I grandi studiosi della Basilica di San Marco, archeologi, storici, restauratori, storici dell’arte, dibattono ancora varie e diverse teorie a questo proposito. Teorie che coinvolgono gli aspetti simbolici, politici e religiosi: l’origine di Venezia stessa, la sua volontà di autonomia dalle più potenti e antiche città come Grado, Altino e Aquileia, la nascita della sua identità attraverso un preciso piano politico che si nutriva di immagini e azioni significative, come il trafugamento delle reliquie del santo, o l’edificazione di una cappella ducale tanto grandiosa. Non è certo compito di questo intervento addentrarsi nella complicata bibliografia ed entrare nel merito della storiografia marciana, ma solo collocare in questo contesto di studi l’oggetto di nostro interesse.


Piante della prima Basilica nelle ipotesi ricostruttive di Cattaneo, Bettini, Forlati


Forlati è il primo a sostenere, contro le tesi di Selvatico, Saccardo e Cattaneo precedentemente accreditate, che la antica basilica particiaca avesse già un impianto a croce greca, e che gli interventi contariniani non modificarono la precedente pianta basilicale in favore di ciò che corrisponde all’attuale, ma si limitarono all’aggiunta del nartece. La tesi è argomentata nel già citato volume del 1975 La Basilica attraverso i suoi restauri, proprio a partire dai dati ricavati dai lavori di restauro relativi alla struttura della basilica in varie sue parti, in particolare alle murature e fondazioni ai quali lo stesso Forlati sovrintese. Queste, in sintesi, le sue conclusioni: “Ecco mutare ai nostri occhi l’aspetto del primo S. Marco: esso non fu mai una basilica a tre navate, ma già nacque come costruzione a pianta centrale quale oggi lo vediamo”. Demus, Bettini e successivamente Zuliani e Lorenzoni accettarono e avvalorarono tale ipotesi. L’abside, il luogo del rinvenimento della lastra di Sant'Apollonia, rientrerebbe nelle antiche murature del IX secolo.

Lo scavo in cui la pietra è stata ritrovata è direttamente coinvolto anche nel dibattito sulla cripta della Basilica marciana, perché le mura sono le stesse: “L'impianto complessivo dell’abside è ancora perfettamente leggibile, la cripta ha una struttura compatta, per questo sono stati necessari pochi saggi per caratterizzarne la configurazione. Le murature hanno uno spessore di circa due metri. I rimaneggiamenti subiti nel tempo si riconoscono benissimo, e sono irrilevanti sul piano strutturale. Mentre è da escludere nella maniera più assoluta che si siano realizzate delle murature a ridosso della struttura originaria”. Scrive ancora Forlati: “Si può dire inoltre che le fondazioni dell’impianto a croce greca furono realizzate con i criteri costruttivi tipici del mondo classico, e dalle indagini si ricava l’impressione che il sistema fondale abbia un impianto unitario, coerente, massiccio”. Le ipotesi sulla costituzione della cripta tuttavia sono molto complesse: secondo Forlati la cripta fu creata dal doge Vitale Falier nel XI secolo; secondo invece gli studi di Dorigo sugli antichi livelli dei piani pavimentati e delle maree dell’epoca, la cripta sarebbe addirittura la stessa chiesa particiaca; le ultime, oggi più accreditate, ricerche di Vio dimostrano come la cripta corrisponda tuttora alla antica struttura dell’830, creata per l’adorazione delle reliquie del santo Evangelista.


Parete interna della cripta nel punto del ritrovamento e visione della cripta marciana

Un elemento che deriva dalle tecniche costruttive e dall'approccio al restauro, può essere uno strumento utile a collocare correttamente e indiscutibilmente la lastra di Sant’Apollonia all’interno delle mura marciane: le malte con cui è fissata. “Non si poteva tener conto dei conci di pietra e dei laterizi, perché nel caso in questione si tratta quasi sempre di materiale di recupero, spesso profondamente rimaneggiati. […] non è così invece per le malte di allettamento che sono sempre, inequivocabilmente, legate al momento della costruzione. Il modo con cui sono confezionate risponde a criteri di ripetitività propri di ciascuna cantiere. Da sempre, le maestranze compiono questa come altre operazioni nello stesso modo, miscelando i componenti classici secondo rapporti prestabiliti, che rimangono identici nel tempo. Per cui si può dire che la maniera di realizzare una malta diventi la ‘firma’ di un gruppo di lavoro. È praticamente impossibile trovare due procedure identiche ed è ancora più improbabile che ciò accada se si tratta di lavori realizzati in periodi molto diversi e distanti tra loro nel tempo”. Con queste parole Cecchi introduce il suo studio sulla Basilica del 2003, notando come una particolare composizione di malta di cocciopesto, analizzata con carotaggi eseguiti in diverse campagne di restauro e consolidamento, ricorra in tutta la fabbrica di San Marco in tutti i suoi livelli, dalle fondazioni, ai matronei, alla cripta. Cecchi pertanto sostiene che molte strutture murarie possano essere state costruite nell’arco di tempo di uno stesso cantiere di lavoro, a dimostrare, avvicinando la tesi di Herzner 1985, che anche parte delle murature in alzato sono databili al IX secolo. Degli elementi costruttivi della prima basilica rimarrebbe perciò molto di più di quanto, fino agli studi più recenti, si è stati disposti a credere, e l’intervento contariniano si ridurrebbe ulteriormente al restauro dell’antica chiesa particiaca già ritoccata da Orseolo, con l’aggiunta del nartece.

Il materiale di sostegno a tale teoria è l’analisi dei carotaggi eseguiti sia nelle fondazioni che negli elevati della Basilica tra il 1991 e 1993, indagini che sono opera del Consorzio Venezia Nuova commissionate dal Ministero LL.PP., Magistrato alle Acque, Nucleo Operativo di Venezia finalizzato allo studio delle condizioni strutturali della basilica. Le relazioni sui risultati – come riportato da Cecchi 2003 – sono conservate presso la Procuratoria sotto il titolo Indagini conoscitive sulle strutture portanti della Basilica di San Marco a Venezia, mentre i carotaggi sono depositati presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico di Venezia e della Laguna. Parte di tale materiale è stato pubblicato da Vio 1992, 1993, da Lepschy 1999 e da Rossi 1993. L’impianto fondale della parte absidale inoltre è stato indagato all’interno di un altro ciclo di operazioni: 170 carotaggi furono eseguiti per consentire il consolidamento del sistema fondale con miscele di resina di materiale organico, ma solo parte di queste analisi furono pubblicate da Lazzarini 1993.

Non è rinvenibile nelle carte di Forlati un riferimento planimetrico che indichi con precisione il luogo del ritrovamento della stele di nostro interesse, ma, come si è detto in apertura di questo lavoro, affidandoci alla memoria storica degli operai che vi hanno lavorato, si sa che fu estratta all’esterno dell’abside maggiore meridionale, nel cosiddetto Cortile dei Marmi, ora sede dei Laboratori della Procuratoria di San Marco. I carotaggi eseguiti più vicino al punto ipotetico della nostra lastra sono riportati nelle pubblicazioni di Lazzarini e Cecchi.


Piante con ubicazioni e numerazioni dei carotaggi eseguiti in cripta, carotaggio C44

Dopo essere stata estratta a fatica, in occasione di uno scavo casuale dal luogo in cui era giaciuta per secoli, dopo essere stata per decenni conservata all'ombra silenziosa del chiostro di S. Apollonia, e dopo essere stata, di recente, investita dai riflettori di un'attenzione più spettacolare e mediatica che scientifica, ora, liberata nuovamente da sovrastrutture interpretative e da errori di attribuzione, la lastra che reca scolpite le immagini di una panoplia e dello scudo con stella macedone può essere finalmente considerata come oggetto autonomo di studio e di ricerca: un documento importante e significativo della straordinaria fortuna, già in età antica, del mito di Alessandro il Grande.

Riferimenti bibliografici

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V. Herzner, Die Baugeschichte zum San Marco und der Aufstieg Venedigs zur Grossmacht, in “Wiener Jarbuch für Kunst Gescichte”, 38, 1985, pp. 1-58
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G. Lorenzoni, Aspetti tardomedievali a Venezia, in Le origini di Venezia. Problemi, esperienze, proposte, Venezia 1981, pp. 143-148
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E. Vio (a c. di), San Marco: la cripta, il restauro, Milano 1993
F. Zuliani, I marmi di San Marco, Venezia 1969

Le piante, i rilievi e le sezioni sono state tratte dalle pubblicazioni citate.
Si ringraziano per la collaborazione e i contributi: la Procuratoria di S.Marco, in particolare Maria De Villa Urbani; Antonio Leonardi; Matteo Lucchini.

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