"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

67 | novembre 2008

9788898260126

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Nuovi studi intorno ad Alessandro: nota di aggiornamento bibliografico

Claudia Daniotti

L’assedio di Tiro e l’ascesa al cielo sulle ali dei grifoni; l’immersione nell’oceano in una botte di vetro e la sottomissione dei popoli mostruosi che abitano gli estremi confini della terra. Narrate attraverso gli episodi più celebri e significativi, le imprese leggendarie compiute da Alessandro il Grande nella sua conquista dell’Oriente sono il soggetto di uno dei più straordinari arazzi quattrocenteschi che siano giunti fino a noi. Insieme al pendant raffigurante L’infanzia e l’adolescenza del Macedone, l’arazzo con le Storie della leggenda di Alessandro venne tessuto a Tournai, nell’allora ducato di Borgogna di Filippo il Buono, intorno al 1460.

Come noto, l’esistenza di questi capolavori venne rivelata alla comunità internazionale degli studiosi solo nel 1912, quando Aby Warburg li vide negli appartamenti privati dei principi Doria Pamphilj nel palazzo romano di Via del Corso. In quelle sale, sostanzialmente sottratti alla vista del pubblico, gli arazzi sono rimasti fino al 2002, quando ne è stato deciso il trasferimento nel palazzo genovese di famiglia, nonché sede museale, di Palazzo del Principe, ed è stata avviata l’operazione di pulizia e restauro.

Recentemente pubblicati, gli atti della giornata internazionale di studi, a celebrazione della restituzione al pubblico dell’arazzo della Leggenda restaurato, (Le imprese di Alessandro Magno in Oriente. Collezione Doria Pamphilj. Presentazione dell’arazzo restaurato, Atti della Giornata Internazionale di Studi - Genova 11 aprile 2005, a cura di Laura Stagno, Arti Doria Pamphilj, Genova 2006), costituiscono uno dei contributi di maggior rilievo e importanza tra quanti in questi ultimi anni si sono succeduti intorno al nome di Alessandro. Non solo perché fanno chiarezza su molte incertezze intorno alla storia degli arazzi – che restano tra i manufatti più clamorosamente imponenti ed eccezionali di quanto sia mai stato prodotto intorno alle storie del Macedone – ma anche perché diffondono gli esiti, preziosissimi agli studi, di una campagna fotografica che dopo il restauro è stata possibile nelle condizioni migliori.

Gli arazzi Doria costituiscono una delle ultimissime attestazioni in Occidente della fortuna di uno dei massimi bestseller di tutti i tempi, il Romanzo di Alessandro; dopo la traduzione riproposta da Monica Centanni per Bruno Mondadori, il Romanzo è stato ora ripubblicato (in una selezione di alcune sue versioni, e in attesa di altri due volumi a completamento dell’opera annunciata) con traduzione di Tristano Gargiulo all’interno della collana “Scrittori Greci Latini” della Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori.

Richard Stoneman, curatore dell’edizione Valla e studioso del mito di Alessandro particolarmente apprezzato nel mondo anglosassone, è anche l’autore di un volume appena uscito per la Yale University Press che ripercorre la fortuna di Alessandro nel suo Nachleben fiabesco medievale. Più che fornire sostanziali contributi a un oggetto di studio sul quale da molto tempo si continua a indagare e che rappresenta forse il soggetto specifico e il bacino cronologico nel quale si concentrano la maggior parte degli studi critici oggi a disposizione sulla ricezione del mito di Alessandro, Alexander the Great: A Life in Legend si rivela essere uno studio accurato, attento e aggiornato intorno all’Alessandro medievale: un volume estremamente utile agli studiosi, particolarmente negli apparati che lo completano, e che ben restituiscono l’ampiezza di orizzonte e la profondità di sguardo che informa questo lavoro.

Fortunatissimo per secoli, il Romanzo di Alessandro diviene improvvisamente racconto fantasioso e completamente destituito di fondamento storico agli occhi degli umanisti: per chi andava riscoprendo, giusto in quegli anni, i resoconti delle gesta militari del condottiero stesi da Plutarco, da Curzio Rufo, da Arriano, i racconti che narravano di un Alessandro che avanza in Oriente in mezzo a mostri, sirene e alberi parlanti non potevano non sembrare frutto di invenzioni da ricollocare “inter fabulosa”, insieme alle favole che intrattenevano donne e fanciulli accanto al fuoco, nelle lunghe notti d’inverno (Albano Biondi).

Se gli arazzi Doria dipendono direttamente da una Histoire du bon roy Alixandre scritta nel 1440 da Jean Wauquelin per Filippo il Buono, meno di trent’anni più tardi Vasco da Lucena può dedicare al figlio di Filippo, Carlo il Temerario, la traduzione francese delle Storie di Alessandro Magno di Curzio Rufo, condannando apertamente tutti i romanzi precedenti (e quindi anche quello di Wauquelin) come menzogneri.

Sono le miniature di un codice del Curzio tradotto da Vasco da Lucena, oggi al Getty Museum, l’oggetto di un interessante intervento, meravigliosamente illustrato, di Ilaria Andreoli pubblicato nell’ultimo numero di “Alumina”. Il codice, sontuosamente decorato intorno al 1470-1475, è senza dubbio da legare a una committenza molto alta da ricercarsi, con tutta probabilità, tra la ricca nobiltà bibliofila della corte borgognona. Ciò che qui preme sottolineare – e che costituisce il cuore argomentativo dell’intervento della studiosa – è che, se da una parte il testo tradotto così orgogliosamente da Vasco da Lucena appartiene a quelle fonti appena riscoperte che gli umanisti dichiarano propriamente essere ‘antiche’ (Curzio, Plutarco, Arriano), dall’altra le forme in cui questo testo viene divulgato sono ancora assolutamente, ai nostri occhi, tardogotiche. Broccati e suppellettili preziose, ricchi paramenti e drappeggi sinuosi, copricapi piumati e armature d’oro: esattamente sul limite tra il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’ Alessandro, tra il massimo conquistatore dell’antichità e l’eroe capace di emulare e superare le prodezze del mito antico, gli episodi scelti ad accompagnare e illustrare il testo tradotto da Vasco parlano dell’Alessandro di Curzio ancora con lo stesso linguaggio degli arazzi Doria che raccontano dell’Alessandro del Romanzo.

Con la riscoperta dei resoconti di Arriano, di Curzio, di Plutarco, a partire dal Cinquecento la cesura all’interno del mito di Alessandro è radicale e pressoché definitiva: nessuno spazio è lasciato alla leggenda che tanto favore aveva fino ad allora incontrato. Nelle opere letterarie come in quelle artistiche Alessandro veste gli abiti del genio militare e conquistatore senza pari di Arriano e Curzio, come pure dell’eroe di cui racconta Plutarco, esemplare nell’esercizio delle virtù che ogni regnante, e ogni signore, dell’Europa moderna dovrebbe possedere.

Il riferimento iconografico capitale nella rappresentazione dell’Alessandro ‘storico’ tra Cinque e Ottocento è il grande dipinto raffigurante Alessandro e le donne della famiglia di Dario che Paolo Veronese realizzò intorno al 1565-1567 per i Pisani, e che per secoli fu nel palazzo di famiglia sul Canal Grande.

Dopo il primo volume uscito nel 2004, Nicholas Penny, nel frattempo e da qualche mese nominato direttore della National Gallery di Londra in cui il Veronese si trova dal 1857, ha dato alle stampe il secondo tomo del catalogo della collezione dedicato alla pittura italiana del XVI secolo: The Sixteenth Century Italian Paintings, Volume II, Venice 1540-160.

All’interno di un volume comprensibilmente corposo, l’Alessandro di Veronese ha guadagnato un’attenzione che merita qui di essere segnalata. Se i volumi periodicamente pubblicati dalla National Gallery intorno alla propria collezione sono di certo lo strumento migliore e più completo di conoscenza dei dipinti lì custoditi, la scheda che Penny dedica alla tela di Veronese assume un rilievo tutt’altro che secondario anche in relazione alla tradizione del mito.

Oltre all’esame tecnico, stilistico, compositivo, alla storia conservativa e collezionistica e alla fortuna dell’opera, la lettura iconografica del soggetto apre alla disamina delle fonti letterarie ma anche della committenza; in questo senso si segnala l’acquisizione delle importanti ricerche di Claudia Terribile, parzialmente pubblicate in “Venezia Cinquecento”, che peraltro sarebbe piaciuto vedere più proficuamente e puntualmente argomentate, laddove, invece, assunte più tacitamente. Una menzione a parte, seppur qui di necessità corriva, meritano le appendici finali, che mirano all’inserimento dell’opera di Veronese all’interno della storia iconografica del mito di Alessandro – rispetto alla quale, come detto, essa segna un riferimento ineludibile fino al pieno Settecento e oltre – e all’attenzione riservata alla tela da figure chiave nella cultura europea tra Sette e Ottocento come Johann Wolfgang von Goethe e John Ruskin.

Si attende ora con grande interesse la prossima uscita di uno studio di ampio respiro e meditata, sapiente composizione: Alexanders Geist. Studien zu den Rezeptions- und Rekonstruktionsformen der Alexandergeschichte von der Antike bis ins 19. Jahrhundert. All’incrocio tra storia della ricezione del mondo antico, storia della storiografia e storia della scienza, l’autore, Rüdiger Kinsky della Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität di Bonn, dedica oltre 700 pagine non tanto ad Alessandro, ma alle forme in cui la storia di Alessandro è stata declinata e ha preso corpo nel corso dei secoli, in un processo di tradizione, riformulazione e vera e propria ricostruzione. L’arco temporale preso in esame è particolarmente ampio, dal IV secolo a.C. alla metà del XIX d.C., e insieme particolarmente significativo: ha infatti inizio con il primo storico delle imprese di Alessandro, Callistene, le cui cronache scritte al seguito del re sulle strade dell’Asia sono oggi quasi completamente perdute, e approda all’opera del primo ‘storico moderno’ di Alessandro, Johann Gustav Droysen, che negli anni trenta dell’Ottocento getta luce per primo sul periodo storico di Alessandro e dei suoi successori e inventa, per quella straordinaria cultura che custodisce e amplia l’eredità classica e getta le basi del mondo occidentale, il nome di “ellenismo”.

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