"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

84 | ottobre 2010

9788898260294

titolo

Bagliori di innocenza e scintille di resistenza

Guglielmo Bilancioni

Resistere, resistere, resistere.
Francesco Saverio Borrelli

“La luce è corporeità originaria”, scriveva Robert Grosseteste nel De Luce seu de Inchoatione Formarum. La luce è la prima fra le forze che formano: fonte della vita e primo prodotto della creazione, la luce trascina con sé forme, colori e tutto ciò che appare: il mondo. Nel mondo attuale, in cui la coscienza è divenuta una mummia allibita, incapace di desiderare o anche solo di comprendere e, per questo, di comunicare, stelle e lucciole, alla confluenza di Thyke e Morphè, si muovono danzando, con un gesto mimico erratico che disegna la forma dell’universo. “Improvvisamente, la vita delle lucciole appariva strana e inquietante, come se fosse fatta della materia sopravvivente – luminescente, ma pallida e flebile, spesso verdastra – dei fantasmi. Fuochi fatui o anime erranti”. Vers Luisants, vermi lucenti – o versi lucenti –, le lucciole sono la poca luce che va estinguendosi, il debole diffuso segnale trasmesso dal sopravvivente: Radio Nowhere.

“La danza delle lucciole, quel momento di grazia che resiste al mondo del terrore, è la cosa più fugace, più fragile che ci sia”. Una strana luce, che emana da un battito d’ali o da un battito di ciglia, con lo stesso ritmo silenzioso: è uno “spettacolo intermittente” come le immagini, unico contro-potere, “corpi luminosi di passaggio nella notte”. “Fulmini sferici che attraversano l’orizzonte, comete che appaiono e vanno a perdersi altrove”. Questa luce l’abbiamo in sorte. Deboli lampi, tracce, tenui scie luminose, bagliori intermittenti, il “lucore di ciò che si nasconde”, interruzioni, sospensioni inconcluse, sono i labili segnacoli sui quali Didi-Huberman costruisce una politica del Nachleben. Nelle luminescenze apocalittiche di un Survival, in questo caso davvero vita postuma, vive un’incerta ricerca, il cui tracciato trasmette l’esperienza del peggio, peggiore anche della decadenza, ove, nella storia, persiste almeno una qualche dignità.

Contorte accelerazioni, attese, silenziose e deluse, nell’oscurità, malinconie irreversibili, e continui, differenti, ‘stati di eccezione’, segnati tutti da una distanza siderale dalla verità, costituiscono l’attuale orribile Zeitgeist, contrassegnato da confusione e perenne senso del naufragio, da fratture che non si ricompongono e da enormità che paiono senza ritorno. Il principio-speranza – sperare anche quando pare che non vi sia nulla da sperare – sembra, nella attuale vigente ‘peggiorocrazia’, minato nel suo fondamento. È pessimismo totale. E sembra irredimibile. Le lucioles di Didi-Huberman danno l’asciutto conforto dei racconti di stelle trascinate nel mondo, che mandano i segnali del (ri-)cominciare. Profezia apocalittica e manuale di resistenza, questo libro si rivolge, come diceva Benjamin spiegando Loos, al “nudo uomo del nostro tempo, che strillando come un neonato, se ne giace nelle sudice fasce di quest’epoca”. Appare, traversando il Moderno, la “strana scia vetrosa” di Scheerbart. “No, le lucciole sono scomparse nell’accecante bagliore dei ‘feroci’ riflettori: i riflettori delle torri di guardia, degli spettacoli politici, degli stadi di calcio, dei palcoscenici televisivi”: Niente scie, niente Aura, nessuna traccia. Solo, diceva Pasolini, un “potere sovraesposto del vuoto”.

L’effimero della sparizione, l’aleatorio, brevissimo e soltanto eventuale, del ricomparire, il predominio dell’umore sulla ragione, una progressiva eclissi dello spirito, e una costante sottrazione dell’oggetto al pensiero che conduce a una paralisi ermeneutica‚ mostrano come l’unico stato umano sia ormai l’intermittenza, nella instabilità dei sentimenti e nella sopraggiunta incapacità di progettare – governare regolare mantenere e interpretare – il presente. Nemmeno il nichilismo è più consolatorio in una de-situazione il cui motivo dominante è lo smarrimento indotto e programmato, nella ridda di stimoli pungenti e insoddisfacenti, spiritualmente inattivi e per questo privi di significato. È uno stato di ‘apocalisse latente’, nel quale sembra aver trionfato la tranciante indifferenza della barbarie. “Sfilano in processione tutte le specie di pessimismo”, aveva scritto Nietzsche, e ora, a parata conclusa, persino le macerie vengono nascoste agli umani, con sistematiche rimozioni e inganni speculari. Sepolto nella fanfara della propaganda giace, assieme alle immagini, il malgrado tutto. Bisognerà scavare molto in profondità per ritornare alla luce e, solo in tal modo, sopravvivere. Ritrovare come estrema chance alcune “scintille di umanità in un mondo divenuto inumano”, come anelava Hannah Arendt. Mai – ma forse fu sempre così – il futuro è apparso tanto incerto.

Ferruccio Masini affermò una volta che Benjamin si muoveva a Parigi sotto l’effetto della più potente delle droghe, “la droga della solitudine”, che rende non gioviali, non erotici, ma di certo molto malinconici; era preda della visione, in quei momenti da dimenticare e perciò indimenticabili, quando una lacrima in un occhio agisce da lente di ingrandimento, e ti fa sentire  “naufrago e arrampicato sull’albero del relitto oramai fradicio’”. Illuminazione profana e consapevolezza sono uno nella notte del mondo. Vi è un contatto inquieto, dice Didi-Huberman, fra immagine – “operatore temporaneo di sopravvivenze” – e reale, fra la bellezza di ciò che svanisce – “risorsa del declino” – e il tracciato significante ove l’immagine del passato si mescola con il desiderio del futuro. Come le lucciole è un trattato di biopolitica: fra Erscheinung e Vorgang, fra l’apparizione e l’accadere come semplice apparire, vivono gli stati della luce, che formano le pieghe dell’esistente. Traversandoli si va alla ricerca, come con la lanterna di Diogene, dell’uomo: un animale ancora dotato di anima, vittima della distruzione dell’esperienza e preda di oscurità totali e di abbagli indotti, che vive nell’incalcolabile “incidenza dell’incidente”; l’unico debole segno, traccia più o meno luminosa, del suo essere-passando-nel-mondo, in mezzo alla  “potenza delle sopravvivenze” e al “potere delle tradizioni”.

Tutto a nessuno, o niente a tutti, mostrano le immagini-merce, abbaglianti e inerti. Per questo, nel pendolo fra dispersione e centralizzazione, nello zig-zag di direzioni molteplici e indifferenti, vettori inconsapevoli della disgregazione di ogni forma, occorre opporsi e sopportare, e mettere in atto, serbando la visione come il bene più prezioso, il “ricominciare da capo”, il “ricomporre l’infranto”, il “farcela con il poco” e “iniziare dal nuovo”, insieme alla “salvezza dal più piccolo”, vivendo il silenzio illuminato di chi lotta contro la barbarie. Persegue tutti i modi dell’apparizione chi è renitente, non-omologo, chi conserva l’audacia del pensiero, chi vuole vedere, attraverso il transitorio, ciò che rimane. Potranno divenire visibili molte “novità reminescenti”. Più moderne del moderno, le forze del passato agiscono ferme e potenti. È la misura del mondo di Benjamin, fatto di costellazioni cristalli arcobaleni baluginii, ultimi avamposti dello stile nobile e della bella forma. Là si incontreranno, nell’esercizio estetico, frammenti di purezza che vivono nell’istante della luce innocente, immune, innocua e incorporea, inverosimile e ineffabile: Firefly o Pyrotocon. Corpi che emettono raggi, tracciati di luce lunare, che hanno dimora nei luoghi delle cose mirabili, luoghi di trasparenza e di purezza, spettacoli inestimabili di rifrazione e riflessione, ove, nell’istante, la caligine divina appare in un raggio.

Il malgré tout è romantico, resistente e coriaceo, capace di attendere il cambiamento di stato e anche di vedere nella sofferenza un’illusione. Illuminazione è risveglio. E resistenza è creazione: la visione di uno sguardo lucente, anche se tenue e discontinuo, è liberazione. “Aprire gli occhi nella notte, continuare a spostarsi”.

Riferimenti bibliografici

Robert Grosseteste, De luce seu de inchoatione formarum, in Die Philosophischen Werke des Robert Grosseteste, Bischofs von Lincoln, a cura di Ludwig Baur, Aschendorff, Münster 1912
Paul Scheerbart, Architettura di vetro, a cura di Giulio Schiavoni, Adelphi, Milano 1982

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