"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

84 | ottobre 2010

9788898260294

titolo

Lucciole (possibili) per lanterne (teologiche)

Alessandro Dal Lago

Vorrei, per cominciare, raccontare una storia. Poco più di un anno fa, nell'estate del 2009, un uomo di 58 anni, Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare in un paese del Cilento, è morto nell'ospedale di Vallo della Lucania incatenato a un letto di contenzione, dopo quattro giorni di agonia. Una vicenda raccontata nei giornali locali e ripresa da alcuni blog, ma che non è riuscita a bucare il muro dell'informazione nazionale, come è invece avvenuto nei casi di altri omicidi istituzionali.

L'uomo era un simpatizzante anarchico, costretto a trasferirsi in Lombardia per la persecuzione subita da avversari politici e le attenzioni implacabili della forza pubblica. Anche se scagionato da antiche accuse, i fascicoli lo inseguivano dappertutto e naturalmente anche nel Cilento, dove era ritornato a vivere qualche anno fa. Recentemente aveva avuto problemi con le autorità locali. Un'informativa lo definiva "allergico ai carabinieri", una definizione fantastica che avrebbe entusiasmato Michel Foucault, e che descrive perfettamente come i sensori istituzionali siano capaci di catturare in due parole un'esistenza marginale e riottosa al potere.

Sta di fatto che Mastrogiovanni era stato etichettato, nonostante il carattere mite e l'affetto dei suoi scolari, come un disturbatore della quiete, cosa tanto più insopportabile in una località turistica. Pare, ma il fatto non è provato, che avesse guidato in una zona pedonale e avesse avuto un alterco con i vigili urbani. In ogni caso, una mattina di fine agosto del 2009 un'ingente forza pubblica ha cercato di prelevarlo in un campeggio del Cilento dove si trovava in vacanza. Per sfuggire agli inseguitori, Mastrogiovanni si è buttato in mare dove è rimasto per alcune ore. Alla fine si è arreso, è stato sedato e condotto al reparto psichiatrico dell'ospedale di Vallo della Lucania, dove è morto in solitudine.

A firmare il Trattamento sanitario obbligatorio era stato il sindaco di Pollica, Vassallo, proprio quello ucciso recentemente in un agguato attribuito alla camorra, notoriamente un uomo dalle maniere spicce e il cui profilo non corrisponde del tutto all'agiografia che gli è stata cucita addosso dopo la morte. Comunque, egli non potrà spiegare le ragioni del suo provvedimento, che ha portato in ultimo alla morte di Mastrogiovanni, nel processo che vede imputati per omicidio colposo gli psichiatri di Vallo della Lucania.


Pier Paolo Pasolini, Mamma Roma (1962), scena della morte di Ettore

Questa vicenda mi è tornata in mente leggendo il bel saggio di Didi-Huberman, Come le lucciole, che prende spunto dai testi di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole e sul "genocidio culturale" italiano. In una sorta di concatenazione di immagini, mentali e cinematografiche, mi sono rappresentato la morte del maestro elementare del Cilento come quella del giovane Ettore in Mamma Roma che mi sembra, insieme ad Accattone, l'esempio più alto del cinema di Pasolini. Un'agonia febbrile nell'abbandono totale. Un'agonia tanto più atroce, quanto più causata da chi, per mandato istituzionale, dovrebbe proteggere la vita e non spegnerla in nome di una catena burocratica e del sadismo intrinseco in qualsiasi istituzionale totale. Ma un'agonia sempre possibile in quegli spazi in cui i poteri si occupano, come avrebbe detto Agamben in un suo saggio proverbiale, di homo sacer, ovvero di chiunque sia privo di legittimità sociale e quindi sacrificabile più o meno impunemente – straniero, migrante, emarginato, internato, carcerato, disturbatore della quiete o nomade.



Andrea Mantegna, Cristo morto (1475-1478), Pinacoteca di Brera, Milano

Questo è il fondo della cosiddetta società, quello a cui nessuno pensa quando maneggia concetti come sovranità, gloria, apocalisse, luce, escatologia o redenzione, tutti presenti a vario titolo nel saggio di Didi-Huberman. Ma, in un certo senso, un fondo banale, prosaico, sordido, che sa di disinfettante e di urina, di schizzi di sangue sui muri, di cartacce burocratiche, di ottusità e di impunità. È la sfera del neutro (Blanchot), e cioè del non dicibile, del non rappresentabile, di ciò che non è essere, né non essere, di ciò che sfugge al linguaggio proprio nel momento in cui il linguaggio cerca di afferrarlo. Nulla può illuminare questa opacità, dove le lucciole non sono scomparse, perché non ci sono mai state.

Didi-Huberman ricostruisce, a partire da Pasolini, ma occupandosi soprattutto di Agamben in un continuo riferimento a Benjamin, il motivo della scomparsa delle lucciole, e cioè di fiammelle di speranza o di sopravvivenza in un mondo le cui prospettive sembrano essersi chiuse a ogni idea di fuoruscita. Un lavoro che, nel suo procedere per concatenazioni di immagini, risente evidentemente dell'influenza di Aby Warburg, di cui Didi-Huberman è uno degli interpreti più rilevanti. Devo dire subito che condivido l'interpretazione dell'escatologia contemporanea, e in particolare di un libro come Il regno e la gloria di Giorgio Agamben. Al di là della sua straordinaria capacità, critica e filologica, di lettura della teologia politica del Novecento, mi sembra che l'idea di Agamben della "contemplazione" e dell'"inoperosità" come solo accesso all'"indefinibile" della politica sia un punto teoretico di non ritorno. Ma un esito che ha senso – a onta delle sue celebrazioni accademiche (penso al recente saggio di Roberto Esposito Il pensiero vivente) – in una dimensione separata, altera, distaccata da quel 'reale' o neutro in cui si trovano a vivere e morire tutti i Mastrogiovanni di questo mondo.

Pasolini ha sempre cercato di giustapporre questo reale alla bellezza sovrumana della classicità. La scelta di contrappuntare i vagabondaggi dell'accattone nelle borgate romane con la musica di Bach, o di rappresentare la morte di Ettore come il Cristo morto di Mantegna, non ha nulla di estetizzante. È invece un'intuizione folgorante dell'implicazione dialettica, come avrebbero detto Simmel e Lukàcs, tra esistenza e forma. La severità classica di Mantegna e Bach illumina quanto di eternamente umano vive nelle esistenze più misere e sfortunate. E la giustapposizione delle forme classiche a un mondo brutale ne esalta, per converso, la necessità. Se vogliamo, la stessa vita di Pasolini, oscillante tra cristianesimo e paganesimo, tra furore e lirismo, rappresenta – al pari della sua morte – l'incarnazione di questa dialettica. E con "genocidio culturale" si potrebbe intendere proprio l'impossibilità conclamata di pensare le esistenze più infime, comprese le nostre, nella bellezza della loro verità – e quindi di sfondare il muro del neutro, di portare la chiarezza nell'opacità.

Naturalmente, Agamben ha ragione quando descrive la voracità del potere, l'iper-rappresentazione che ci divora. È la linea di pensiero che, iniziata con Debord, suona come critica incessante di un mondo che, appunto, sembra aver chiuso il suo orizzonte sul trionfo degli stereotipi, del linguaggio degradato, del consumo, delle icone commerciali. Ma questo mondo, che pure ci divora, non è il mondo. Sotto la sua gloria opprimente, le esistenze si agitano e si agiteranno sempre. Continueranno a vivere il loro travaglio e immaginare una possibilità di liberazione. Il loro orizzonte non è quello della teologia politica, ma semplicemente di una vita che coltiva miti e illusioni, che si scontra con i poteri e ne viene marchiata, ma che pure insiste nel non accettarne la fatalità.

È vero che nella conferenza Il rituale del serpente Aby Warburg chiude malinconicamente il resoconto del suo viaggio antropologico con l'immagine dello Zio Sam sullo sfondo dei pali telegrafici e degli edifici di San Francisco. Ma è anche vero che nessun trionfo del razionalismo materiale e nessun potere del neutro eliminano dappertutto la passione per i miti, le narrazioni e la creazione delle immagini. La storia delle immagini non è solo degradazione dei miti classici e irrazionalismo. È anche re-invenzione incessante, naturalmente nelle forme che ogni epoca ci concede. Forse, oggi, la resistenza alla chiusura dell'orizzonte e alla disperazione va cercata nelle fiammelle che illuminano le arti minori, i graffiti, il bricolage dei dilettanti, le rivisitazioni dell'arte votiva o ingenua in cui, come ho cercato di mostrare altrove, si possono rinvenire mitologemi insopprimibili, le nostre narrazioni fondanti.

Ha dunque ragione Didi-Huberman, nel finale del suo saggio, a contrapporre la comunità delle lucciole, delle scintille di umanità sempre presenti tra noi, alla disperazione, al no di una teologia pessimistica, di un pensiero politico che confina la politica nell'ineffabile, e quindi nel mistico. Ma di che lucciole si potrà trattare? Non solo delle immagini che sospendono la tetra fatalità del progresso, aprendoci dei varchi alla speranza e al sogno. E non solo delle fiammelle di resistenza nei momenti in cui la storia raggiunge il suo fondo. Oltre a tutto ciò, c'è la resistenza degli anonimi all'oggettivazione del neutro – le esistenze invisibili degli "infami" (avrebbe detto Foucault) che finiscono sotto lo sguardo famelico del potere, ma che non accettano di subordinarsi, al rischio della loro stessa vita.

Ed è così che nella morte 'qualsiasi' di un maestro elementare libertario non dovremmo vedere soltanto il grado zero della chiusura degli orizzonti, ma una scintilla di umanità che ci indica un cammino, un'etica, una possibilità.

Riferimenti bibliografici

Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 1995
Giorgio Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell'economia e del governo, Neri Pozza, Vicenza 2007
Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Fuori cornice. L'arte oltre l'arte, Einaudi, Torino 2008
Georges Didi-Huberman, Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza, tr. it Bollati Boringhieri, Torino 2010
Michel Foucault, La vita degli uomini infami, tr. it. Il Mulino, Bologna 2009
Aby Warburg, Il rituale del serpente. Una relazione di viaggio, tr. it. Adelphi, Milano 1998

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