"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

84 | ottobre 2010

9788898260294

titolo

Lucciole, ovvero l'età dell'ombra

Paola di Bello

Gli uomini, quando uscirono dall'età dell'oro in cui vivevano accanto agli dèi immortali, e poi via via quando uscirono da quella dell'argento, da quella del bronzo e da quella degli eroi – come scrive Esiodo – entrarono nell'età del ferro; cioè quell'età in cui gli uomini diventarono mortali, la donna incominciò a partorire con dolore, Prometeo rubò il fuoco agli dèi e Adamo ed Eva vennero scacciati dal paradiso.

Quando dunque gli uomini uscirono da queste età mitiche, entrarono nell'età, come vorrei chiamarla, dell'ombra. Allora infatti, immagino, i loro corpi e i corpi di tutti gli esseri animati e inanimati incominciarono a gettare l'ombra. Ed è questa appunto l'età in cui noi ci troviamo.

In questa nostra età, gli unici corpi che non hanno ombra sono evidentemente i corpi luminosi. Avete mai visto, del resto, l'ombra del sole? Le sorgenti luminose rivelano le ombre altrui, ma non hanno un'ombra propria – e così appunto anche le lucciole. Si potrebbe quasi dire che lucciole e ombra sono antitetiche: o c'è lucciola o c'è ombra.

Le lucciole dei miei lavori hanno camminato su un foglio di pellicola fotografica bianco e nero, lasciando quindi un segno nero (in fotografia la luce è nera). Noi questo segno nero lo leggiamo come ombra (cioè il nostro occhio normalmente intende il chiaro come luce e lo scuro come ombra).

Ma – abbiamo visto – le lucciole, in quanto sorgenti luminose, non hanno ombra. Allora, qual è la relazione tra lucciole e ombra? Walt Disney ce lo mostra magistralmente: Peter Pan ha perso l'ombra, come il Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso e come la donna senz'ombra di Hugo von Hofmannsthal. Campanellino – la sua amica lucciola – lo aiuta a ritrovarla; anzi è proprio la lucciola che ritrova l'ombra di Peter Pan.

Ancora in Peter Pan – la cui storia originale è di James M. Barrie – c'è un'altra immagine significativa: la lucciola Campanellino, che è muta, deve spiegare come fare a raggiungere l'abitazione di Peter Pan sull'isola che non c'è (Never-Never-Never-Land): per farlo intinge le zampette nell'inchiostro e cammina su una carta geografica, tracciando un percorso fatto di tante macchioline nere.

Sul senso di questi percorsi, di queste scie luminose, non sappiamo nulla. Eppure Stephen Jay Gould ed Ed Purcell ci insegnano che, mentre nelle stelle, che sono davvero distribuite casualmente nello spazio, noi vediamo figure – orsi, carri, lire – nei percorsi delle lucciole invece non c'è affatto casualità bensì sono dettati da ben precise necessità di distribuzione. Cito da Ed Purcell:

Si noti il curioso effetto psicologico: la maggior parte di noi tenderebbe a vedere un ordine nei filamenti e raggruppamenti delle stelle, mentre intenderebbe le figure delle lucciole, con la loro mancanza di disegno apparente, come casuali. In realtà è vero l'inverso e sono in errore le nostre concezioni abituali.

Per concludere, mi piace pensare che questi segni di lucciole, che queste loro ‘scritture’, siano – come spero direbbero Italo Calvino, Raymond Queneau e Georges Perec – un Oulipo fotografico.


Paola Di Bello, Lucciole (1988/1991)

IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI* 
Ho realizzato questo lavoro facendo impressionare la pellicola fotografica dalla luce delle lucciole. Le ho raccolte in campagna, trasportate in camera oscura e lasciate camminare liberamente su fogli di pellicola fotografica. Poi ho liberato le lucciole e sviluppato le pellicole. Ho posto le condizioni iniziali in modo che l’opera si potesse compiere da sola. La pellicola delle Lucciole è il luogo dell’evento che ho determinato – l’immagine si è prodotta da sé. Quello che mi interessa è la possibilità – attraverso la fotografia – di cogliere segni, tracce inintenzionali, frutto non di un’azione diretta, impositiva della cultura e della mano dell’artista, ma di quella concomitanza di eventi ‘ordinari’ e banali, che si ripetono ogni giorno, che costituiscono la quotidianeità, ‘l’infraordinario’. È quanto ho cercato di fare, con diverse modalità, in tutti i miei lavori: essere un mezzo trasparente e rivelatore, che semplicemente si-fa-tramite dell’evento. La fotografia, sia come filtro meccanico che come materiale sensibile, è il mezzo ideale in questo senso. Questo è per me ‘ecologia’ nell’arte: non tanto aver fatto un’opera con le lucciole (lavoro che per me non esprime affatto quella nostalgia che spesso suscita la loro progressiva scomparsa), quanto piuttosto essere in costante atteggiamento di ascolto e di attenzione per il marginale.

*sul palindromo vedi, in questo stesso numeri di Engramma, il contributo di Stefano Bartezzaghi

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