"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

68 | dicembre 2008

9788898260133

“Autunnale barocco”/“Springtime Prague” 1968. La parola sottratta

Giuseppe Cengiarotti

English Abstract

Era la verità: l’euforia generale era durata soltanto i primi sette giorni dell’occupazione.
I rappresentanti della nazione ceca erano stati portati via dall’esercito russo
come criminali, nessuno sapeva dove fossero, tutti tremavano per la loro vita,
e l’odio verso i russi stordiva la gente come alcol. Era l’ebbra festa dell’odio.
Le città ceche erano coperte da migliaia di manifesti dipinti a mano con scritte di scherno,
epigrammi, poesie, caricature di Breznev e del suo esercito del quale tutti ridevano
come di un circo di analfabeti. Nessuna festa, però, può durare in eterno.
        (Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1984)

Edizione straordinaria della rivista mladý svět (mondo giovane) con l’aggiunta “non ancora occupato”

 “Springtime Prague”…

Se l’icona del Maggio francese fu la Marianna, mito fondativo della Rivoluzione, emblema del ’68 cecoslovacco fu il rogo di Jan Palach, avvenuto il 19 gennaio 1969 in quell’immenso teatro che è piazza Venceslao.

 

Anche il gesto sacrificale di Palach si richiama esplicitamente ad un nucleo fondatore dell’identità nazionale ceca, il rogo di Jan Hus. Un’identità schiacciata e cancellata prima dalle crociate anti-hussite, poi dalla  Controriforma con la snazionalizzazione seguita alla tragedia nazionale del 1620, infine con i carri armati sovietici. Momento alto della “presa di parola” è offerto da quei cittadini praghesi che di fronte ai carriarmati si rivolgono inermi ai compagni invasori per chiedere la ragione della loro presenza e cercano di spiegare il senso del “nuovo corso” chiedendo loro di passare dalla parte della Primavera in nome del “manifesto delle duemila parole” di Ludvík Vaculík.

   

Viene da chiedersi come mai gli emblemi che coagulano quella “rivoluzione simbolica” (de Certeau [1968] 2007) abbiano di fatto guardato – a Praga come a Parigi – in modo tanto esplicito alle rispettive realtà nazionali, e se non pongano la questione della ridefinizione di un’identità innanzitutto a livello di ‘patria’. Perché emergono proprio quelle icone, al di qua e al di là della cortina, che parlano delle radici più profonde della nazione? Non è casuale il fatto che tra i maggiori esponenti della “primavera” che dovettero subire un’emarginazione vi furono in primo luogo degli storici e degli studiosi dell’hussitismo. È il caso di Robert Kalivoda, autore di una Husitská ideologie e soprattutto di Josef Macek, che scrisse opere fondamentali sul movimento rivoluzionario hussita, oltre a un importante volume dedicato al Rinascimento italiano.

In un intervento amaro sugli effetti della normalizace Milan Kundera concludeva con queste parole:

L’invasione russa del 1968 ha spazzato via la generazione degli anni sessanta, e con essa tutta la cultura moderna che l’ha preceduta. I nostri libri sono chiusi negli stessi sotterranei insieme a quelli di Kafka e dei surrealisti cechi. I vivi trasformati in morti  stanno a fianco dei morti fatti morire due volte. Si cerchi di capirlo, una buona volta: non sono soltanto i diritti dell’uomo, la democrazia, la giustizia, ecc., che non esistono più a Praga. E’ un’intera grande cultura che a Praga oggi si trova "come un foglio di carta in fiamme/dove scompare la poesia" (Kundera 1981).

Non solo la parola scritta, ma anche il teatro, la parola detta e rappresentata, ha avuto sempre nella vita nazionale ceca del Novecento una grande diffusione a livello popolare, con un’intensità del tutto particolare negli anni Sessanta quando, come ricorda Alena Wildová, ispirandosi piuttosto all‘avanguardia teatrale tra le due guerre “da allusioni a sfondo letterario si passa ad allusioni più aperte, alla satira, alla presa in giro diretta del potere ottuso, di quello che nella società si sentiva come superato o vessatorio”.

Come stigmatizzò il filosofo Karel Kosík: “il fondamento della democrazia socialista non sono le masse anonime e manipolate da un incontrollabile gruppo dominante”. Il “Viola” era ad esempio un locale in cui già dal 1963 i migliori attori praghesi venivano a recitare come ospiti la poesia, dove si sentiva musica jazz, dove gruppi di giovani riproponevano autori o generi letterari ostacolati o lasciati in disparte negli anni precedenti, si sviluppavano esperimenti estremamente interessanti seduti ai tavoli come in un caffé e, analogamente a quanto avveniva negli Stati Uniti, avvenivano letture di versi.

Pensando proprio ai giovani cechi del 68 Pavel Kohout vedeva “quale fonte delle loro illusioni e del loro scetticismo il fatto che ad essi, ed essenzialmente a tutti i cittadini pensanti di questo Stato, le opinioni ancora oggi vengono imposte di autorità, senza che venga concessa la possibilità di formarsele liberamente, attraverso la discussione e il paragone degli opposti punti di vista”. Benché non sia possibile che “arte e potere possano andare d’amore e d’accordo – avvertiva Vaculík – ciò che invece è possibile e che ci fa sperare per perseverare nei nostri sforzi, è questo: che queste due entità diverse comprendano reciprocamente la situazione in cui l’altro si trova ed elaborino delle norme che regolino convenientemente i loro rapporti”.

Una volta divenuto presidente della Repubblica Ceca nel 2003, un uomo di teatro quale Václav Havel definì Frank Zappa come “one of the gods of the Czech underground, I thought of him as a friend. Whenever I feel like escaping from the world of the Presidency, I think of him”. Un singolare filo annoda i destini cecoslovacchi all’America, spaziando da quella di Kafka fino a Hair di Miloš Forman, o a Andy Warhola-Warhol, figlio di emigrati slovacchi di religione cattolica, come narra Lou Reed in Songs for Drella – A Fiction:

Andy was a Catholic, the ethic ran through his bones
he lived alone with his mother, collecting gossip and toys
Every Sunday when he went to Church
he’d kneel in his pew and say, “It’s just work”.

Frank Zappa con il presidente Havel.

Il 1 maggio 1965 una folla di circa 100.000 praghesi elesse Allen Ginsberg král majáles, re di maggio, dopo che il poeta aveva attraversato la città su una carrozza fiorita scortata dagli studenti del Politecnico. Era una festa tradizionale  durante la quale gli studenti e gli intellettuali nominano una Regina e un “re di maggio”, scegliendoli tra i poeti o gli scrittori o i personaggi popolari. Come ricorda Fernanda Pivano, l’elezione di Ginsberg suscitò i sospetti xenofobi delle autorità che, servendosi dei testi, pare compromettenti, di un pezzo del diario perduto dal poeta a un concerto di rock and roll e trovato (o così si dice) da un poliziotto che lo pedinava, lo espulsero da Praga accompagnandolo in stato di arresto a un aereo in partenza per Londra: “followed me thru Springtime Prague, detained me in secret and deported me from our kingdom by airplane”.

 

Allen Ginsberg incoronato ‘re di maggio’.

Il primo maggio 1968 fu possibile vedere a Praga giovani che manifestavano scandendo gli stessi sloganche risuonavano nelle città dell’Ovest, come “fate l’amore non la guerra”, “democrazia a ogni costo”. Con la libertà ci fu anche un’esplosione di cultura […] a Praga furono aperti ventuno teatri e i giovani poterono ascoltare musica rock e jazz, come nelle città dell’Europa occidentale. Come ebbe a notare Hannah Arendt:

i dissidenti e gli oppositori nei paesi dell’Est chiedono libertà di parola e di pensiero come condizioni preliminari dell’azione politica; i ribelli dell’Occidente vivono in condizioni in cui queste premesse non aprono più i canali dell’azione, di un significativo esercizio della libertà (Arendt 1985, 222).

I Moody blues a Praga durante la Primavera.

Giunto a Londra da Praga, Allen Ginsberg si trovò casualmente a partecipare ad uno dei concerti che sancirono la rottura di Dylan con la tradizione folk. Nel film No direction home Martin Scorsese racconta di aver partecipato in quell’occasione a una serata con Bob Dylan (con cui sarebbe iniziata di lì a poco una duratura collaborazione) e i quattro Beatles, ricordandone l’impaccio  e la timidezza, la difficoltà a sostenere il ruolo di icone generazionali. Se – al di qua del muro – quella distruzione simbolica dell’icona folk prefigurava il rapido passaggio dalla “presa di parola” al suicidio seriale delle icone del '68, in Cecoslovacchia la parola e la lingua ceca stessa venivano sottratte nell’impatto con la realtà della russificazione del paese. Come ebbe a notare Jacques Lacan:

Ce qu’on a cru épingler ici de la vertu d’une prise de parole, n’est qu’anticipation suspecte du rendez-vous qu’il y a bien, mais où la parole n’advient que de ce que l’acte était là (Lacan 1981, 381).

… e “Autunnale barocco”

“Autunnale barocco” è un’invenzione linguistica di Angelo Maria Ripellino, che intitola così un canzoniere dedicato ai fatti di Praga in cui “autunnale” può venir inteso anche come sostantivo e "barocco" come aggettivo. La censura iconoclasta che tre secoli dopo l’età del temno (le tenebre della Controriforma) pose fine alla primavera identifica nell’eccedenza debordante del barocco un suo nemico. Una caratteristica del 68 cecoslovacco – “Springtime” e “Autunnale barocco” – sarebbe consistita nel ripresentarsi di tensioni polari che connotano quella storia e che si condensano in figure mitiche.

All’indomani della “rivoluzione di velluto” del 1989 le vetrine delle librerie di Praga vennero ben presto tappezzate di Magická Praha, tempestiva traduzione di Praga magica di Angelo Maria Ribellino (che tuttavia ebbe ad esortare “si prega di non saccheggiare Praga magica”). Pubblicato in Italia nel 1973, dunque a ridosso della normalizace che aveva posto fine alla primavera solo allora poté fare ingresso nella sua città. Tornava così a vivere un mondo negato dal potere, da ogni potere, sin dal 1620, con la sola eccezione della Repubblica cecoslovacca 1918-1938, un mondo in cui magia, ermetismo, cabala alla corte di Rodolfo II e dell’Arcimboldo, tanto amati dai surrealisti, da Dalì, Apollinaire etc., vanno a costituire il collage identitario della ‘nazione ceca’ come ha testimoniato la grande mostra dedicata all’imperatore allestita a Praga nel 1997 – Rudolf II. a Praha. Císařský dvur a rezidenční město jako kulturní a duchovní centrum střední Evropy (Rodolfo II e Praga. Una corte imperiale e una città residenziale centri culturali e spirituali dell’Europa centrale) (MOSTRA PRAGA 1997). Sino ad anni ancora vicini a noi, l’età rodolfina non ha goduto in Cecoslovacchia di particolare fortuna, e poteva anzi risultare assai pericoloso occuparsi dell'età rodolfina, e Manierismo e Barocco erano concetti bollati dalla dominante storiografia marxista-leninista quale esempio estremo di decadenza.

Gli ebrei e i cechi non hanno avuto la tendenza a identificarsi con la Storia, a vedere serietà e senso nei suoi spettacoli. Un’esperienza immemorabile li ha disabituati a venerare questa Dea, a tessere elogi della sua saggezza (Kundera 1981, 17).

In effetti, analogamente a quanto era accaduto in Inghilterra con i Canti di Ossian, anche in Boemia la riscoperta del popolo trasse impulso da una grandiosa falsificazione, i manoscritti di Králové Dvur che esaltavano le gesta degli antichi Cechi, e che Václav Hanka e Josef Linda pubblicarono nel 1817. E ne Il labirinto del mondo e il  paradiso del cuore di Comenio (1623), opera fondante non solo della letteratura, ma dell’identità nazionale ceca, in un capitolo che si intitola Tra gli storici leggiamo: 

Allora uscimmo in un'altra piazza, dove vidi una cosa nuova. Qui si trovava una moltitudine di filosofi con certi tubi storti, ricurvi, dei quali un'estremità la spingevano davanti agli occhi e l'altra la posavano sulla schiena, dirigendola all'indietro sulle spalle. Quando chiesi di che cosa si trattasse, l'interprete mi rispose che  era un cannocchiale con il quale si guardava oltre le spalle. Giacché che avesse voluto essere un uomo, doveva guardare non solo quello che gli stava davanti ai piedi ma osservare anche quello che era già passato e gli stava alle spalle, per imparare dal passato a capire le cose presenti e future. Cosicché io, considerandolo una cosa nuova (certamente non sapevo prima che potessero esistere tali cannocchiali ricurvi), pregai di prestarmene uno per potervi dare un'occhiata. Me ne porsero alcuni; e ahi, quale cosa mostruosa, attraverso ognuno di essi si vedeva in modo diverso! Attraverso il primo una certa cosa sembrava lontana; attraverso il secondo la stessa cosa sembrava più vicina; attraverso uno di un colore, attraverso l'altro di un altro; attraverso il terzo la cosa poteva anche non apparire affatto; in tal modo sperimentai che non si poteva confidare che le cose fossero così come venivano mostrate, ma mutavano alla vista a seconda della costruzione del cannocchiale. E vidi che ognuno credeva alla propria prospettiva e per questo tutti si mettevano a litigare molto aspramente su alcune cose. Il che non mi piaceva.

Disegno autografo di Comenio per Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore, 1623.

Eppure, la storia nazionale, l’angoscia della sua cancellazione, ritornano ossessivamente dopo la tragedia del 1968. Secondo Kundera:

Praga, come diceva Max Brod, è la città del male. Quando i Gesuiti, dopo la sconfitta della Riforma boema nel 1621, tentarono di rieducare il popolo inculcandogli la vera fede cattolica, sommersero Praga sotto lo splendore delle cattedrali barocche. Quei mille e mille santi pietrificati che vi guardano da tutte le parti, vi minacciano, vi spiano, vi ipnotizzano, sono il frenetico esercito di occupanti che ha invaso la Boemia trecentocinquant’anni fa per strappare dall’anima del popolo la sua fede e la sua lingua […] Nelle strade che non sanno quale sia il loro nome si aggirano gli spettri dei monumenti abbattuti. Abbattuti dalla Riforma boema, dalla Controriforma austriaca, dalla repubblica cecoslovacca, dai comunisti; persino le statue di Stalin sono state abbattute. Al posto di tutti questi monumenti fatti a pezzi spuntano oggi in tutta la Boemia le statue di Lenin, spuntano a migliaia, come l’erba sulle rovine, come malinconici fiori dell’oblio (Kundera [1978] 1980).

La Cecoslovacchia iconoclasta della normalizace degli anni immediatamente seguenti il 1968 oltre che anti magica fu anche antibarocca e la sottrazione della parola colpì chiunque vi si richiamasse. In un‘intervista recente lo storico della filosofia Stanislav Sousedík ha ricostruito il proprio impegno in Charta 77 soffermandosi anche sui contatti stabiliti in quegli anni difficili con il filosofo fenomenologo Jan Patočka:

During the 40 years of communist rule – ricorda Sousedík – the Prague libraries were only scantly supplied with philosophical books, whereas the 16th and 17th century, and especially late scholasticism, were and are well represented (Sousedík 2005, 7-12).

Anche la sua voce esprime l’esigenza di riportare in vita le tracce di un’identità perduta o cancellata, i tasselli di un collage identitario in frammenti iscritto in una tensione polare sempre irrisolta e incomponibile. Come aveva notato con grande anticipo (tra il 1927 e il 1930) e con toni quasi warburghiani Josef Ludvík Fischer in una sorta di strutturalismo qualitativo, ogni “rapporto strutturale” consiste in un “relativo equilibrio” labile, esito di tensioni, da intendersi come “contraddizioni polari” (polárni): “di esse tutte vale che da un lato ammettono una serie più o meno ampia di passaggi intermedi e anche che, in casi critici, si rovesciano in nuove qualità” (Fisher [1933, 1953] 1977, xxiii).

Un’altra vittima della normalizace, l’economista Ota Šik, dall’esilio svizzero cui fu costretto, stigmatizzava nel 1976 che:

i lunghi elenchi dei libri ed autori proibiti, sempre esistiti nel sistema comunista e vincolanti non soltanto per gli istituti scientifici, trovano un parallelo solo in quegli indici dei libri proibiti dei sistemi fascisti e dell’inquisizione medievale. I libri proibiti vengono semplicemente asportati in tutta segretezza dalle biblioteche e mandati al macero [Šik (1976) 1977, 169].

Non è la storia che è tragica – dirà Kosík nella Dialettica del concreto – ma il tragico è nella storia; non è assurda, ma è l’assurdo che nasce dalla storia, non è crudele, ma la crudeltà si commettono nella storia; non è ridicola, ma le commedie si recitano nella storia.

Dai sotterranei pop delle birrerie della città vecchia elette a domicilio, sale un’altra voce sottratta, quella di un pábitel, uno spaccone, quasi miles gloriosus, Bohumil Hrabal, i cui unici due libri pubblicati vennero mandati al macero nel 1970:

Il Golem compare nel ghetto nelle ore di depressione, il Golem praghese è una manifestazione schizofrenica della fantasia collettiva […] Švejk non è un carattere ma il tipo della psicologia di massa. Hašek non ci ha descritto i processi psichici di un singolo, ma uno schema di coscienza collettiva. Senza un’analisi delle condizioni centroeuropee Švejk è un vano clown, una comparsa infilata in un grande ruolo […]. Da questo punto di vista, col quale mi identifico, si può in più vedere Švejk come il Golem praghese del ventesimo secolo, quel Golem che tanto tempo fa impastò, servendosi di paure e sciagure e argilla, il Rabbi Löw praghese“ (Hrabal 1982).

Eccedenti e debordanti sono la loquela logorroica di Bohumil Hrabal e prima di lui di Jaroslav Hašek, parole plebee (“dada-plebeo”, come Hašek è stato definito). Questo forse spiega il fatto che, come scrive Kundera:

lo spettro di Sc’vèik non è meno presente nella strade di Praga. Qualche tempo dopo l’invasione russa, nel 1968, ho assistito ad una grande assemblea di studenti. Aspettavano Husak, il nuovo capo del Partito, imposto dai russi, che doveva parlare loro. Husak non è neppure riuscito ad aprire bocca, perché tutti si sono messi a scandire: “Viva Husak! Viva il Partito!”. E’ durato cinque minuti, dieci, un quarto d’ora e Husak, il volto sempre più paonazzo, è stato costretto ad andarsene. È sicuramente lo spirito di Sc’vèik che ha suggerito agli studenti quell’applauso indimenticabile.

Il buon soldato švejk inneggia a "arrosto di porco, knödel, cavolo".

Il collage si addice a Praga, se non altro per uno dei più rappresentativi esponenti, Jiří Kolář, il cui nome rientra nell’ambito di quelle stramberie per cui – come immediatamente vide Ripellino – una figura di primordine del cubismo ceco si chiamava Bohumil Kubišta e un giardiniere alla corte di Rodolfo II Tulipán.

Arcimboldo come riaffiora in un collage di Kolař.

Meglio di altre, le prospettive surrealistiche sono un modo per accostarsi a questo luogo possibile, alla configurazione di qualcosa che non ha nome, posto ‘entre-deux’, metaxy, tra due luoghi e due mondi: Čechy, Bohemia, Böhmen, per arrivare all’attuale strana doppia denominazione attuale (Repubblica ‘ceca’), per cui a livello di ufficialità manca il nome mentre al suo posto è comparso un aggettivo, ma nell’uso comune c’è un nome – Čechie – che ufficialmente è impronunciabile e comunque inconsistente.

Heinrich Bünting, Europa in forma Virginis (1592).

Questa terra senza il nome e senza il mare (nonostante Shakespeare nel Winter’s Tale alludesse alla Boemia come una “sea-coast” avvistata da una nave), un tempo il cuore posto proprio nel mezzo dell’Impero centrale (“Orbis terrarum nucleus Europa est, Europae cor Germania, Germaniae Bohemia, Bohemiae Praga” dichiara Comenius), poi “Cecoslovacchia”, repubblica borghese, finì per venire successivamente risucchiata dentro quell’espressione insensata che è “Europa dell’est”. Questo suo stare in un inter-vallum, i due fuochi dell’ellisse che configura l’anamorfosi praghese, sembra segnare anche il suo ’68.

Riferimenti Bibliografici
  • Arendt 1985
    H. Arendt, Politica e menzogna, Milano 1985.
  • de Certeau [1968] 2007
    M. de Certeau, La presa di parola e altri scritti politici, Roma 2007.
  • Fischer [1933, 1953] 1977
    J.L. Fischer, La crisi della democrazia. Rischi mortali e alternative possibili, Torino 1977.
  • Hrabal [1965] 1982
    B. Hrabal, L’ironia praghese. Intervista con Bohumil Hrabal, in B. Hrabal, Treni strettamente sorvegliati, Roma 1982.
  • Kundera 1981
    M. Kundera, Praga: la carta in fiamme, “L’illustrazione italiana” 1 (ottobre-novembre 1981), 16-22.
  • Kundera [1979] 1980
    M. Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, Milano 1980.
  • Kundera 1984
    M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milano 1984.
  • Lacan 1981
    J. Lacan, Autres écrits, Paris 2001.
  • MOSTRA PRAGA 1997
    Rudolf II. a Praha. Císařský dvur a rezidenční město jako kulturní a duchovní centrum střední Evropy, catalogo della mostra di Praga (30 maggio-7 settembre 1997), Praga-Londra-Milano 1997.
  • Šik [1976] 1977
    O. Šik, Das kommunistische Mastsystem, Hamburg 1976; tr. Quale comunismo, Roma-Bari 1977.
  • Sousedík 2005
    S. Sousedík, An Interview with Stanislav Sousedík on the Czech Republic Before and After Charta 77, “Intellectual news” (XV winter 2005), 7-12.
  • Valka 1997
    J. Valka, Rudolfinské magické universum, in R.J.W. Evans, Rudolf II. a jeho svět. Myšlení a kultura ve střední evropě 1576-1612, Praha 1997.
  • Wildová Tosi 1979
    A. Wildová Tosi, Le radici dell’impegno degli scrittori, in Il '68 cecoslovacco e il socialismo, Atti del convegno di studio Frattocchie (Roma, 7-8 luglio 1978), Istituto Gramsci, Roma 1979, 94-99.
English Abstract

In this contribution, Giuseppe Cengiarotti writes about the Prague Spring, which saw Czech citizens peacefully protest against the invasion, inviting the invading soldiers to join their cause. The importance of national identity is reflected in the symbolism of the Prague Revolution, which draws on the deepest roots of Czech history and culture, including literature and theatre. Cengiarotti then goes on to discuss the “Baroque Autumn”, a term used by Angelo Maria Ripellino, who named his book after the events in Prague. The text also highlights the censorship of the Baroque era, which saw excessive decoration as an enemy. The Czechoslovak ’68 was marked by polar tensions that condensed into mythical figures.
 

keywords | Prague Spring; Allen Ginsberg; Angelo Maria Ripellino

Per citare questo articolo / To cite this article: Giuseppe Cengiarotti, ”Autunnale Barocco” / “Springtime Prague” 1968. La parola sottratta, “La Rivista di Engramma” n. 68, dicembre 2008, pp. 73-86 | PDF 

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2008.68.0062