"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

68 | dicembre 2008

9788898260133

titolo

Lungo vs corto*

Fausto Colombo

Hippies al Central Park nel film Hair (1979)

Sequenza di Hair (Milos Forman, 1979, tratto dal musical del 1967 di Rado, Ragni e McDermott): il giovane campagnolo dell'Oklahoma arriva a Central Park, e si imbatte negli Hippies. Lui ha i capelli corti, loro (i maschi) lunghi e fluenti. In Central Park si coglie subito la differenza fra la cultura dei capelli lunghi e quella dei capelli corti: fra il pacifismo, il libero amore, la sincerità espressiva, e la spinta guerrafondaia, la repressione dei ruoli sessuali, il fariseismo borghese.

Sembra facile, detto così. D'altronde i capelli lunghi entrano nell'iconografia dei Sessanta-Settanta di prepotenza. Basta confrontare le foto più agiografiche del Che (contrapponibili ad altre in cui i capelli sono più corti o raccolti) con quelle – per dire – di Jim Morrison o del Ted Neeley che intepreta il Cristo in Jesus Christ Superstar (Norman Jewison, 1973, tratto dal musical del 1970 di Rice e Lloyd Webber), per cogliere l'orizzonte di significati che quella foggia di capelli lascia intendere, suggerisce, impone: valori nuovi contro valori della tradizione, spezzati con la risata del maggio 1968, che avrebbe seppellito la storia e i suoi ormai esausti protagonisti.

Tuttavia non di questo vorrei parlare, ma della più banale, eppure estremamente complicata forma della contrapposizione: lungo vs corto. I semiotici sanno bene che ogni significazione funziona per opposizioni, spesso binarie. E allora è su questa contrapposizione che vorrei brevemente lavorare in questo intervento.

Perché non c'è dubbio che sull'asse lungo/corto (nel senso spaziale, ma anche quello della durata temporale), i Sessanta e i primi Settanta abbiano giocato la loro partita di frantumazione della norma, di rivoluzione estetica.

Tre esempi, su tutti: la mitica minigonna di Mary Quant, che suggerisce sì significati sociali (esibizione del corpo, autodeterminazione della donna, libertà sessuale...), ma in primo luogo è semplicemente la ricostruzione di una opposizione geometrica: venti centimetri in meno: corto vs lungo.

E altri due casi meno ovvi (forse). 

Il cinema degli anni Sessanta che riprende dal neorealismo il piano sequenza, e ne fa una poetica che frantuma il tradizionale piano del montaggio fino a dire, più e meglio che con quello, frammenti di storie anche complesse, articolate, definitive. Valga su tutte la sequenza finale di Professione Reporter di Antonioni (1975), in cui un lungo zoom, che fa persino uscire dalla finestra la macchina da presa, ci racconta l'omicidio del protagonista, la tragedia di uno scambio di identità che porta alla morte attraverso la libertà. Piano sequenza vs piano. Lungo vs corto.

Le copertine degli LP degli anni Settanta, quelle dei concept albums che sviluppano canzoni lunghissime sulla superficie enorme del long playing, contrapposto allo standard della canzone da 45 giri. Su tutte, fra gli esempi, l'albo, la copertina e la musica di ELP (Emerson, Lake and Palmer) che nel 1971 raccontano Tarkus. Qui durata, estensione, superficie grafica ampia vs le stesse in formato minore:

Ci sono tanti modi di interpretare una rivoluzione culturale. Ma occorre sempre ricordarsi che tutto comincia con dei segni, delle fratture estetiche. I valori nuovi si costruiscono nel crogiolo espressivo. I capelli lunghi, le minigonne, si portano ancora. Ma fuori dal melting pot di quella rivoluzione culturale in cui nessuna forma restava la stessa, sono solo citazioni di un passato lontano, l’utilizzo di una possibile variante dentro una lingua accettata e per nulla trasgressiva (sul tema della normalizzazione dei segni, v. Il 'discorso' dei capelli di Pier Paolo Pasolini in questo numero di "Engramma").

*Sulla velocità delle trasformazioni sociali e di costume intervenute a cavallo del '68, Fausto Colombo ha pubblicato di recente il volume Boom. Storia di quelli che non hanno fatto il '68, Rizzoli 2008.

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