"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

91 | luglio 2011

9788898260362

titolo

Qualcosa che ha inizio, che accade per davvero, e che finisce

Lettura di Jean-Luc Nancy, Corpo Teatro, Cronopio 2008

Peppe Nanni

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“Il teatro è già cominciato negli spazi intersiderali oppure nello spaziamento infinitesimale delle particelle, perché ha già avuto inizio il dramma, come dice Artaud, cioè innanzitutto l’azione, l’atto di un compimento che risponde a un’attesa […]. L’attesa, infatti, è già quella del senso: del ‘dicibile’ di questa comparizione delle cose che si chiama ‘cosmo’”. Per Jean-Luc Nancy la creazione è costitutivamente teatrale, ma il passaggio dalla causalità insensata alla necessità comprensibile viene a condensarsi solo in un luogo particolare, la skené, dove i corpi parlanti degli uomini danno forma compiuta al tessuto conflittuale del mondo. Perché si dà Mondo solo uscendo dalla indipanata compattezza dell’Uno – “partendo dall’uno non si arriva mai all’altro” – e l’atto di creazione consiste in un doppio movimento, il condensarsi delle idee in una pluralità polemica di corpi e il loro presentarsi e rappresentarsi umanamente in relazione tragica sulla scena, punto di raccolta del senso.

Come si vede, Nancy incrocia piani di esposizione e linguaggi diversi: la sua prospettazione  telescopica non si sottrae all’ancoraggio della successione storica ma ci ricorda che la nascita della tragedia avviene per distanziamenti progressivi dalla sfera cultuale. Citando Bertold Brecht: “Quando si dice che il teatro ha avuto origine dal culto, si dice appunto che divenne teatro uscendone”.

Nancy afferma che non c’è creazione senza separazione e spaziamento, e che il vuoto non è uno spessore negativo ma ciò che permette la distinzione dei luoghi – e qui si avverte la consonanza rispetto all’uso warburghiano dell’intervallo tra le immagini per scandire la singolarità delle figure e dare ‘spazio al pensiero’ (vedi i contributi in Aisthesis di Marco Bertozzi Benjamin/Warburg: Bildraum e Denkraum e Monica Centanni Passagenwerke per Mnemosyne). In questa prospettiva, dice Nancy, il teatro tragico si perfeziona con l’introduzione decisiva del discorso diretto tra gli attori, dell’indirizzarsi a qualcuno in particolare, del personalizzare l’interlocuzione: “Nella durata precisa – e come istantanea – di questo tempo puro, i corpi si rivolgono parole”. Preso congedo dagli dei, aggiunge il filosofo, gli uomini si rivolgono parole tra di loro. Privi dei rimedi consolatori della liturgia religiosa, diventa essenziale la tecnica, cioè la tenuta del discorso tragico, nella quale si misura la dignità umana ancora possibile.

Ma che fare oggi, dice Nancy nel secondo dei due scritti che compongono il libro, intitolato Dopo la tragedia, in un tempo per il quale abbiamo sancito l’impossibilità del tragico? Questa è un’epoca che persino fraintende la tragedia, considerata un genere letterario luttuoso e catastrofico. Eppure, anche rammemorando che nelle opere tragiche “la rovina si congiunge a una verità, senza trascinare la verità nella rovina”, anche considerando la cultura tragica nel suo senso esatto e proprio, come campo polare di forze energetiche e produttive, noi non riusciamo più ad attingere a questa risorsa, anzi “non siamo neanche in grado di indicare che cosa abbia significato la tragedia per coloro che erano non soltanto i suoi contemporanei, ma anche i suoi attori e i suoi spettatori […] Possiamo recitarla ma non ricostituirla o reinventarla[…] C’è quindi un’esemplarità irraggiungibile della tragedia”.

Non si tratta solo di una questione accademica. Perché in Grecia, in Europa, la democrazia, cioè la politica, si è inventata nell’ambito di quello stesso esperimento culturale ed esistenziale da cui è nata la tragedia: “Sappiamo bene del resto che le sorti di entrambe – della democrazia e della tragedia – sono strettamente legate e che non è impossibile che i problemi e la fragilità della prima si esprimano nella perdita della seconda”. Il tramonto della tragedia fa problema sul piano politico, artistico e filosofico insieme.

Nancy ha dedicato un suo precedente lavoro al deperimento della politica (Verità della democrazia, Cronopio 2009) denunciando l’implosione della democrazia contemporanea e invocando la reinvenzione della democrazia non solo sul piano costituzionale quanto, come nel ’68, insufflando di nuovo l’esprit politico nella società (vedi il saggio Mnemosyne 1968 - Mnemosyne 2008 in engramma nr. 68, dicembre 2008).

La posta in gioco è alta, se riprendiamo le premesse antropologiche di partenza: non è che l’opera tragica rappresentasse in allegoria le abitudini e le usanze di Atene, quanto che il sistema di vita occidentale è accaduto per la prima volta nel teatro di Dioniso. Sulla scena si è verificato un cambiamento effettivo e radicale, si è sperimentato il corpo politico di ogni cittadino e della polis tutta, e niente è stato più come prima. E dopo – ci fa notare Nancy – abbiamo smarrito con l’arte tragica il cuore pulsante della nostra origine. Ma come ritrovare, oggi, il palladio della nostra polis? Occorre precludersi la strada della nostalgia, ma insieme anche quella del rinvio retorico a un futuro oltre l’orizzonte. Per presentarsi invece, in tutti i sensi del termine, in statu nascenti, nel punto preciso della nostra nascita: forse, nuovamente, nell’incipit tragoedia, dove ritrovare quell’inizio "arché, proteron" che, da sempre, sfugge alla nostra storia e di cui è possibile che la nostra stessa storia, il nostro unico e inimitabile presente, venga a capo “solo appropriandosene e decidendo di essere essa stessa il proprio inizio, la propria fondazione, la propria origine”.

Abstract

Peppe Nanni, Something begins, really happens and finishes. Reading Corpo teatro by Jan-Luc Nancy, Cronopio 2008
In Jean- Luc Nancy’s opinion, the skené is the place where the speaking bodies of men give shape to the world’s conflictual tissue.
Nancy crosses different languages and reminds us the birth of tragedy took place through progressive outdistancing from the religious sphere. Taken leave of the Gods, men started talking among themselves.
Which is the role of tragedy today? We can only perform the tragedy: we cannot rebuild or think it up again. Tragedy’s fate is always connected to  democracy’s fate: possibly, the problems and frailty of democracy express themselves in the loss of the tragedy. It is thus necessary getting back to the beginning – to the ideal beginning of tragedy: 'incipit tragoedia' – with no nostalgic yearning nor utopic expectations: i.e. making a revolution of the present day.
   

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