"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

91 | luglio 2011

9788898260362

titolo

Schegge di racconto nella giungla delle città

La paura siCura di Gabriele Vacis

Stefania Rimini

“Ho sempre pensato che si debba guardare il mondo
con gli occhi di chi ci vive.
Non dall’alto bensì dal basso”
K. Kieslowski, Perché siamo qui?

English abstract

Ho cominciato ad amare sul serio il cinema guardando i documentari di un autore polacco semisconosciuto, capace negli anni Settanta di piazzare la macchina da presa dentro le stazioni, gli ospedali, le fabbriche, gli uffici di un paese assediato dal regime, in cerca di una verità che i media contraffacevano a bella posta. Quel regista, Krzysztof Kieslowski, sapeva che “descrivere la realtà” era l’unico antidoto alla falsa coscienza del potere, l’unico modo per creare dissenso perché “tutto può diventare materia di rivolta ma prima deve essere pubblicamente chiamato per nome” (Kieslowski [1981] 1997, p. 145). L’assoluta mancanza di senso comune, di libertà di pensiero spingeva il giovane Kieslowski a dedicarsi alla minuta osservazione del suo tempo attraverso un linguaggio – il documentario – che gli consentiva di dare visibilità e consistenza al quotidiano, alla fatica dei giorni, alla precarietà dell’esistenza.

Il secondo docufilm di Gabriele Vacis, La paura siCura (2010), ripropone seppur da una prospettiva diversa le coordinate di un cinema civile autenticamente reale, perché ancorato ai bisogni, alle incertezze, ai desideri delle persone. È stato davvero sorprendente ritrovare nelle immagini, nella costruzione e nel respiro del film di Vacis la necessità di sguardo e di racconto che anima la produzione documentaristica di Kieslowski, l’idea cioè che esista una 'drammaturgia della realtà' e che la macchina da presa sia in grado di rivelarla, di catturarla dentro le pieghe del montaggio. Naturalmente l’Italia di oggi non assomiglia alla Polonia degli anni Settanta, ma sappiamo quanto i media contribuiscano a condizionare l’opinione pubblica, a trascinare gli spettatori e i lettori dentro le maglie di un racconto che non corrisponde al paese reale. Gabriele Vacis con questo secondo film dimostra di aver trovato una misura e una cifra espressiva ormai riconoscibili, e proprio la maturità e la forza di questo stile mi hanno messo sulle tracce di Kieslowski e di una certa idea di rappresentazione della realtà. La necessità e l’urgenza di un progetto come La paura siCura nascono dal tentativo di sfuggire alla mistificazione del presente a cui assistiamo ogni giorno, alla deriva immaginaria cui siamo costretti, spesso nostro malgrado. Rispetto a questo clima il film di Vacis riscopre tutta la verità della dimensione dell’ascolto, tutta l’emozione di visi che si offrono all’obiettivo della macchina da presa senza il ricatto della celebrità e del dolore.

Fuori dalla logica perversa del reality, il ritmo dei piani de La paura siCura sembra riproporre uno dei tratti tipici del cinema di Kieslowski: il “paesaggio del volto umano”. Con questa espressione Karabasz, maestro dello stesso Kieslowski presso la Scuola di Lodz, indicava la dimensione plurale del volto, la straordinaria tensione retorica del primo piano, capace di riprodurre sullo schermo la plasticità delle esistenze ritratte. A me pare che proprio questa formula riesca a sintetizzare la novità stilistica del film di Vacis, peraltro già inaugurata nel precedente Scampolo di paradiso (2009), ovvero l’energia affabulatoria della facce, la poesia dei volti, il magnetismo di sguardi ed espressioni che valgono, da sole, il racconto dell’intero paese.

E questo accade perché, pur procedendo metonimicamente, cioè selezionando solo alcuni visi dei tanti intervistati, Vacis riesce a trasferire dentro l’inquadratura la complessità, la molteplicità dei luoghi visitati. Genova, Settimo, Schio, Ravenna, Catania, Montegranaro si incarnano nei volti di pochi personaggi, la realtà dei luoghi viene incorporata dagli accenti, dagli sguardi, dalle storie di quanti hanno scelto liberamente di entrare dentro il `ventre bianco´ del set di Vacis, e sono rimasti contagiati dalla magia, dalla apertura di un luogo irreale che diventa spazio vissuto. Raccontare i luoghi attraverso le persone che li abitano è una scommessa vinta, così come è vincente l’idea di raccontare le paure andando in giro, esplorando in lungo e in largo la penisola - come poche volte il cinema ha scelto di fare. Pier Paolo Pasolini aveva provato ad attraversare l’Italia da Sud a Nord per verificare la tenuta e la presa di un tabù come il sesso, e infatti Comizi d’amore (1963-64) è inscritto nel dna de la Paura siCura, anche se i “tempi cambiano, quarant’anni fa la cosa importante era il sesso. Adesso è la paura” (Vacis 2011, p. 17). Se Pasolini conclude il suo personalissimo viaggio in Italia con l’immagine di due giovani sposi, Tonino e Graziella, a cui augura “Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore” (Pasolini [1963] 2001, p. 474), Vacis dimostra come sia possibile curare la paura soltanto a partire dalla consapevolezza di sé, da un ritrovato bisogno di raccontare e di ascoltarsi. La pluralità dei punti di vista e degli spazi ripresi vive sullo schermo attraverso una strategia linguistica che evita l’isolamento, la divisione e si apre invece alla sovrapposizione. La narrazione, pur mettendo in evidenza la peculiarità geografica dei luoghi, fa in modo che si creino dei ponti visivi, delle rime, e soprattutto garantisce la coralità dell’ascolto: c’è sempre la presenza, ora muta ora complice, di qualche volto a contrappuntare le storie, quasi fosse possibile superare la distanza dei luoghi e ritrovarsi sotto lo stesso cielo, nel segno della condivisione. Perfino nel cuore di Librino, laddove si consuma l’ultimo atto del film, capita che gli sguardi si incrocino, che le esperienze si doppino, grazie al prodigio del montaggio e alla sensibilità di chi raccoglie il testimone della paura.

Proprio la sequenza girata a Librino acquista dentro il movimento del docufilm un risalto inatteso. Alla grigia periferia di Catania Vacis assegna, infatti, la responsabilità del finale, l’incombenza del simbolo, il monito di una bellezza ritrovata. È difficile trattenere la commozione di fronte all’evidenza delle cicatrici che segnano il tessuto urbano dell’hinterland catanese, è complicato riassumere in pochi minuti le traiettorie di una storia e di una politica sbagliate, che hanno inchiodato dentro labirinti di calcestruzzo settantamila persone, ancora oggi prigioniere di un sogno mai speso. La resistenza di Giuliana, la superficie colorata del suo camioncino sono l’indizio e la speranza che qualcosa possa cambiare, un battito di assoluta purezza che a volte però non basta a sciogliere la violenza silenziosa e complice di certi angoli di strada, come ci testimoniano la rabbia sorda di Christian o il netto disprezzo di Gioacchino. Librino resta schiacciata dall’ombra minacciosa del palazzo di cemento, ma il fatto che una telecamera abbia spalancato il diaframma e abbia centrato le sue viscere può voler dire che è giunto il tempo di farsi coraggio (vedi in questo stesso numero l'intervista al regista e i suoi appunti di regia)

Del resto non è un caso che oltre Gabriele Vacis anche Roberta Torre abbia scelto i lugubri scenari della periferia di Catania come set de I baci mai dati (2010), presentato a Venezia lo scorso settembre e da qualche settimana in distribuzione nelle sale.

La Librino di Roberta Torre è attraversata dalla vertigine di uno sguardo pop, instancabile e mai ovvio, sempre in bilico tra la frammentarietà di “appunti dipinti” (Torre 1994, p. 69) e la densità strutturale di una favola postmoderna. Il racconto della periferia è continuamente segnato da straniate proiezioni oniriche, da atmosfere surreali e incantatrici, da ritmati pedinamenti visivi, in cui l’architettura del degrado vibra per l’intensità dei movimenti di camera. Il cuore della favola, però, batte altrove, nella desolata giovinezza di Manuela, nella faticosa invenzione di un dialogo con la Madonna che non ha nulla di miracoloso se non l’esercizio della fantasia, la pazienza dell’ascolto, l’attesa di una carezza (vedi in questo stesso numero il saggio di Maria Rizzarelli Oltre i miracoli. I baci mai dati di Roberta Torre).

I baci mai dati e La paura siCura, pur nella diversità dei linguaggi e dei toni, riempiono il vuoto della periferia attraverso la ri-creazione di uno sguardo solidale, capace di immaginare un altro finale. Nel film della Torre il vero miracolo è lo stile, il prodigio di una statua che si anima e respira (grazie a una serie di soggettive mozzafiato), per cui possiamo ancora credere che l’immagine è importante e il cinema è questione di testa, cuore e sguardo. La paura siCura si chiude invece con un campo lungo sulla piazza di Librino dentro cui danza un palloncino azzurro. Quest’ultima immagine non può non richiamare alla mente la scena cult di American Beauty (1999, di Sam Mendes), quella in cui i due adolescenti contemplano sullo schermo di un televisore il vagabondaggio metropolitano di un sacchetto di plastica. Le parole del film di Sam Mendes valgono come omaggio alla felice odissea di Gabriele Vacis:

Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica e c’è elettricità nell’aria; puoi sentirla – mi segui? E questa busta era lì, danzava con me, come una bambina mi supplicava di giocare… per quindici minuti… è stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro ogni cosa e una incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura, mai… vederla sul video è poca cosa, lo so, ma mi aiuta a ricordare, ho bisogno di ricordare… a volte c’è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla. Il mio cuore sta per franare…

Bibliografia
English abstract

Stefania Rimini, Tale's sparks in the jungle of citiesLa paura siCura directed by Gabriele Vacis
La paura siCura is a documentary film by Gabriele Vacis, in which the director describes the fears of the Italians. Set in six cities (Settimo, Schio, Genoa, Ravenna, Catania, Montegranaro), the film is a kind of 'seismograph' of Italian society, thanks to the narrative formula of interviews and the power of the close-up. The essay points out the analogies with the aesthetics of documentary by Kieslowski and focuses especially on the last sequence of the film, dedicated to the outskirt of Catania. In this sequence the district of Librino becomes a kind of symbolic place, where the border between fear and courage is very ambiguous.

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