"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

87 | gennaio/febbraio 2011

9788898260324

titolo

theatra

Per una drammaturgia dell'attenzione

Anna Banfi, Alessandra Pedersoli

“Il futuro della nostra democrazia, come pure la nostra sopravvivenza […] dipendono dallo stato del nostro teatro. […] In un modo o nell’altro, ha funzionato da quando i Greci inventarono la democrazia e il teatro, insieme, contemporaneamente. L’una non potrebbe esist​ere senza l’altra. Ma la nostra falsa democrazia ha distrutto il teatro. La vuota gestualità di Brecht, la disperazione autocommiserante di Beckett, la frivolezza dell’Assurdo, la irrealtà virtuale degli schermi – questi generi di teatro sono pericolosi. Non sono più rivoluzionari. Il loro tempo è passato, i loro pubblici dispersi. Dobbiamo creare il teatro del nostro tempo, un teatro moderno, nel quale ritrovarci”.

Il “teatro moderno” di cui parla il drammaturgo inglese Edward Bond nel testo del programma di sala pubblicato in occasione della recente messa in scena de La compagnia degli uomini (regia di Luca Ronconi, Piccolo Teatro di Milano, gennaio 2011) è un teatro necessario: un teatro che solo una società consapevole può realizzare e che solo una società coraggiosa può sostenere. Perché – ce lo ricorda Ennio Flaiano – la civiltà che investe nel teatro e che ha la volontà di fare teatro è quella che ha il coraggio di guardarsi allo specchio.

In un periodo in cui la politica – italiana, soprattutto – investe sempre meno nella cultura e nel teatro, perché guardarsi allo specchio non conviene a nessuno, ci sembra doveroso dedicare questo numero monografico di “Engramma” a chi invece quello specchio tenta ogni giorno di metterlo in piedi e che, pur vedendoselo periodicamente mandare in frantumi, resiste, mette insieme i pezzi e si rimette al lavoro.

I testi pubblicati in questo numero convergono tutti in questa direzione di senso: il “teatro necessario” è quello che mette in scena le contraddizioni sociali e politiche che attraversano ogni epoca. Per raccontare i conflitti il teatro può trovare le parole nei testi antichi – dall’epica alla tragedia greca –, nei drammi di Shakespeare, oppure può proporre agli spettatori testi nuovi, scritti da autori contemporanei, come Edward Bond, César Brie o Peter Sellars.

L’importanza di mettere in scena i grandi classici non deve farci dimenticare infatti che ogni società deve reinventare il canone dei propri classici – “ogni epoca ha il rinascimento dell’antico che si merita” scriveva Aby Warburg: e questa dinamica reinvenzione è affidata a uomini e donne che vivono consapevolmente il proprio tempo e che sono in grado di restituirne suoni e colori attraverso testi antichi o nuovissimi, comunque attuali, che sul palcoscenico prendono forma.

Ciò che serve al teatro oggi è una “drammaturgia dell’attenzione”, come la definisce Sergio Escobar (definizione che tra l’altro è il filo rosso di tutto il cartellone 2010-11 del Piccolo Teatro di Milano), una drammaturgia cioè che tenga alta la soglia di interesse dei cittadini-spettatori che nelle sale – come nel teatro di Dioniso in Atene, o come in un interim shakespeariano – sono sollecitati a riflettere sulle grandi questioni sociali e politiche che agitano la loro vita e il loro tempo; e che però, nella vita del proprio tempo, devono prendere una posizione e agire. In questo difficile processo il ruolo del pubblico non è dunque indifferente: perché il cortocircuito avvenga, tutti devono fare la propria parte, autore, regista, attori e spettatori. La responsabilità del pubblico è immensa. La responsabilità dei cittadini è immensa.

Se i tagli alla cultura che il governo italiano impone, mettendo a nudo il volto feroce e impolitico della demagogia populista, mettono in ginocchio gli artisti, i lavoratori e la società intera, chi nel teatro e per il teatro lavora può forse tentare di trasformare il segnale negativo in un tracciante positivo: può fare leva sugli attacchi oramai scoperti a tutto quanto è cultura, per innescare riscatto, ribellione, presa di coscienza in nome del ruolo decisivo che la cultura dovrebbe avere in Italia.

E dunque anche l’attuale allontanamento della società dalla politica – pur rotto in questi mesi dalle proteste dagli ‘addetti ai lavori’ del teatro, ma anche trasversalmente da studenti, precari, operai – può trovare proprio sulla scena del teatro un luogo di denuncia, in quanto luogo ab origine politico: un luogo per riguadagnare l’“attenzione” alla cosa pubblica, e tornare ad avvertirla come un’esigenza attuale.

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