"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

69 | gennaio 2009

9788898260140

titolo

La valorizzazione dello spettacolo e del patrimonio culturale

Giulio Stumpo (Eccom)

Convegno Luminar 7. Internet e Umanesimo. Teatri antichi e moderni. Archeologia Architettura Web | Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 7-8 febbraio 2008

Da qualche anno il dibattito sulla valorizzazione, intesa come la realizzazione di una entrata finanziaria di breve periodo piuttosto che non come un processo di lunga durata, dello spettacolo dal vivo e del patrimonio culturale si è svolto in modo schizofrenico.

Il valore di un’opera culturale molto spesso prescinde dalla monetizzazione dei flussi di cassa, non tanto perché rappresenta una perdita per la collettività, ma perché gli effetti sull’intera comunità in termini di benefici sociali ed economici hanno una prospettiva temporale più lunga della stessa vita umana. Tuttavia appare chiaro a tutti che i benefici in termini economici, sociali e di immagine siano incalcolabili. Occorre comunque chiedersi perché bisogna finanziare i beni e le attività culturali.

Cerco di riassumere quelli che mi sembrano i principali motivi che avvalorano la tesi della necessità dell’intervento pubblico e privato nel settore culturale. La cultura, intesa qui in senso ampio, facendoci rientrare tutte le attività che lasciano una traccia spesso intangibile nelle relazioni umane, è un settore estremamente complesso e vario. L’analisi economica si trova pertanto di fronte a un 'settore merceologico' che difficilmente è assimilabile ad altri settori economici o non economici. La produzione di opera lirica ha caratteristiche estremamente diverse dalla produzione cinematografica, tuttavia entrambe le attività rientrano nello spettacolo dal vivo; l’architettura e il teatro di prosa hanno percorsi e modalità produttive incomparabili, ma entrambi rientrano tra le attività di tipo culturale. Molti si interrogano se sia 'cultura' la produzione di siti internet o di video, magari scaricabili da youtube, ma anche le feste tradizionali, le sagre, tutte quelle iniziative nelle quali il valore identitario è l’elemento di partenza della 'produzione'. Si comincia inoltre da qualche tempo a parlare di prosumer, cioè di produttori che sono allo stesso tempo consumatori di cultura. Non è compito dell’economista dire cosa è e cosa non è 'cultura', ma nella prospettiva sopra delineata è evidente che per analizzare un settore bisogna pur compierne una delimitazione. Lasciando sullo sfondo tali questioni, sembra più coerente con lo spirito del convegno affrontare invece il tema di quali benefici economici il settore culturale è capace di generare.

Occupandomi da qualche anno dell’Osservatorio dello Spettacolo presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, mi sono spesso interrogato su come evidenziare i nessi economici tra la produzione di attività culturali e la 'ricchezza' dei territori che li ospitano. Sebbene il documento principale del quale mi sono occupato sia una relazione tecnica al Parlamento sull’utilizzazione dei fondi destinati allo Spettacolo dal Ministero, ho cercato, insieme ai miei colleghi di lavoro, di realizzare uno studio che mettesse in evidenza anche aspetti differenti dal mero finanziamento pubblico.

Chi ha avuto il tempo di dare uno sguardo alla relazione al Parlamento, si è reso probabilmente conto dello sforzo fatto per integrare le informazioni statistiche di base, vale a dire il finanziamento pubblico statale allo spettacolo dal vivo e al cinema, con informazioni statistiche accessorie che aiutano a qualificare il finanziamento pubblico e a evidenziarne le prospettive dinamiche. Riassumo qui alcune evidenze emerse in questo studio. I lavoratori dello spettacolo risultano essere, in Italia, poco meno di 140.000; gli incassi da botteghino sfiorano il miliardo di euro; il finanziamento pubblico statale, in clamorosa discesa negli ultimi anni, ammonta a poco meno di 430 milioni di euro. Allo stato attuale non si è in grado di valutare l’intervento pubblico a livello regionale e locale ma si può supporre con un certo margine di certezza che superi di gran lunga il finanziamento statale. Tuttavia emerge anche che una gran parte dei lavoratori dello spettacolo lavorino poco meno di 3 mesi all’anno e che abbiano un reddito medio inferiore ai 15.000 euro. I dati riportati sono riferiti agli anni 2005-2006. Per una analisi dettagliata si rimanda alla Relazione sull’utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo disponibile sul sito dell’Osservatorio dello Spettacolo http://www.spettacolodalvivo.beniculturali.it/osserv/osserv.htm. La maggior parte di coloro che si occupano di spettacolo nel nostro paese vive, dunque, al di sotto della soglia di povertà. Se consideriamo che l’impegno pubblico è da molto tempo decrescente, anche alla luce dei tagli di bilancio che avvengono in tutti i settori economici, la cornice del quadro che sto cercando di mostrare è desolante.

Se volessimo tralasciare la cornice per guardare il quadro, dovremmo toglierci gli occhiali dell’economista, che ha il vizio di guardare principalmente alle relazioni finanziarie. Ci renderemmo così conto che le relazioni economiche sono ben più intense e intricate. I benefici che il settore culturale è capace di generare per la collettività sono ben più ampi: il rafforzamento dell’identità collettiva, la crescita sociale, l’attivazione di economie relazionali, il processo di capacitazione individuale, la crescita della comunità. Altri benefici collettivi sono dati dalla capacità dei beni culturali (e delle attività culturali) di comunicare l’identità ed allo stesso tempo di essere permeabili alle identità degli altri. All'Esquilino, quartiere multietnico di Roma, c’è il Museo Nazionale d’Arte Orientale, nel quale i cinesi che vivono a Roma possono riconoscere il proprio patrimonio ma possono anche fare una visita guidata in italiano, imparando così un italiano più sofisticato di quello che si impara per strada. Il ruolo della cultura, e il suo valore, si traduce in questo caso in una maggiore coesione sociale, in un più forte scambio di relazioni nella comunità, in un processo di condivisione e di crescita individuale che non ha un prezzo monetario e non genera scambi finanziari. Non si può però dire che la società non benefici di tale contributo e che non sia alla fine più ricca. Se nel quartiere nel quale abito si chiudesse un supermercato, il prodotto interno lordo del mio quartiere diminuirebbe moltissimo, sicuramente molto di più che se si chiudesse un teatro. Tuttavia se si chiudesse un supermercato la mia vita non cambierebbe molto perché avrei la possibilità di andare a un altro supermercato, magari solo un po’ più distante da casa mia, mentre se si chiudesse l’unico teatro che c’è sarei sicuramente molto più povero perché quello che sarebbe accaduto (o sarebbe potuto accadere) all’interno di quello spazio non lo posso trovare da nessuna altra parte.

È stato per me molto stimolante ascoltare chi mi ha preceduto e ricordare che il teatro greco era fatto dalla comunità per la comunità. Il tema della partecipazione del pubblico è assolutamente dirimente. E non bisogna assolutamente credere che la 'colpa' sia tutta dell’amministrazione pubblica che fa troppo poco per il settore culturale. In questi anni nei quali mi sono occupato di spettacolo ho potuto constatare che molte rigidità del sistema dipendono dagli operatori culturali, spesso insensibili alle trasformazioni sociali o, che è peggio, avversi al cambiamento. Per rimanere in tema di integrazione sociale, pochissimi teatri programmano spettacoli destinati agli immigrati, o prodotti dalle comunità immigrate. Eppure essi rappresentano una fetta non trascurabile di popolazione che può avere titolo ad avanzare 'diritti culturali' o quantomeno a essere considerato un pubblico potenziale.

Un’ultima riflessione merita di essere fatta sul ruolo del settore culturale nel contesto internazionale: il ruolo che una istituzione culturale può avere nello scenario mondiale è spesso sottovalutato. Il Teatro della Fenice, visto che siamo a Venezia, che realizza un concerto in Giappone (o in qualunque altro posto del mondo), non rappresenta solo la comunità dei veneziani, ma rappresenta in qualche modo l’intero paese. Seppure con un ruolo più operativo, la cultura è, o può essere, uno strumento di cooperazione internazionale, un biglietto da visita di lusso per mezzo del quale stimolare relazioni economiche e sociali, uno strumento di promozione del territorio.

Valorizzare il patrimonio culturale e lo spettacolo può, dunque, voler dire molte cose e certo non si può fare un'analisi esaustiva di tutte le loro implicazioni. Bisogna però fare i conti con le politiche culturali. Ho accennato in precedenza alle ristrettezze di bilancio con le quali tutti i governi devono confrontarsi; il settore culturale non può però rappresentare una spesa corrente, ma un investimento sul futuro. 'Tagliare la cultura', usando una semplificazione giornalistica, vuole dire tagliare l’identità, tagliare i valori in base ai quali una comunità si riconosce o si racconta. La cultura non è in nessuno dei programmi elettorali dei partiti politici del nostro paese, non è in nessuno degli approfondimenti proposti nelle televisioni pubbliche o private nazionali o locali, spesso è considerata un ozioso argomento di discussione anche nei dibattiti tra gli intellettuali. Bisogna ricominciare a chiedersi che cosa sia la cultura, perché si deve avere bisogno, nel 2008, di andare a teatro, a una mostra, a un museo, al cinema, a un concerto, in un archivio, in una biblioteca, in una libreria a comprare un libro. Mi piace concludere con questo interrogativo sia perché non voglio avere risposte in tasca, sia per stimolare il dibattito su un argomento sul quale nessuna risposta è sbagliata e nessuna è così scontata come potrebbe sembrare.

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