"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

69 | gennaio 2009

9788898260140

titolo

Il teatro del Pythion di Gortina: brevi note su una ricerca in corso

Jacopo Bonetto, Marianna Bressan
(Università degli Studi di Padova)

Convegno Luminar 7. Internet e Umanesimo. Teatri antichi e moderni. Archeologia Architettura Web | Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 7-8 febbraio 2008

Le ricerche e la storia

Jacopo Bonetto

La scuola di Archeologia dell’Università di Padova vanta una lunga tradizione di studi sui teatri antichi. Basterebbe ricordare i nomi di Carlo Anti e Luigi Polacco per far venire in mente a molti una stagione di studi che ha fatto proprio del teatro il centro delle sue attenzioni, anche maturate in eccellenti pubblicazioni e prodotti scientifici su edifici per spettacolo di Grecia e Sicilia.

Erede, pur lontana nel tempo e nei metodi, di questa ragguardevole tradizione, la cattedra di "Archeologia e storia dell’arte greca e romana" dell’Ateneo patavino ha scelto dal 2001 di indagare un teatro antico in terra greca in seguito all’invito rivolto dalla nuova direzione della Scuola di Atene, guidata da allora da Emanuele Greco, che propose l’indagine di un’area all’interno della grande metropoli di Gortina di Creta, da sempre palestra prioritaria dell’archeologia italiana in Grecia.

La scelta cadde allora su un complesso teatrale indagato fino a quel momento in forma episodica e settoriale, ma noto per posizione e area d’ingombro fin da epoca rinascimentale, che si pone nelle immediate vicinanze dell’invece ben noto santuario di Apollo Pythios, fondato nel VII sec. a.C. e rimasto in uso fino alla tarda età romana.

Dal 2002 al 2007 sono state condotte in questo contesto cinque campagne di scavo precedute da una campagna di rilievo e prospezioni nel 2001, che hanno avuto durata piuttosto breve per le limitazioni amministrative imposte da parte del governo greco alle missioni straniere.

Fin dalle prime attività di scavo è emerso uno degli aspetti più rilevanti del monumento indagato, rappresentato dall’eccezionale stato di conservazione sia delle sue strutture in alzato sia del crollo in situ di parte delle stesse, emerso con grandiosa evidenza dalle prime indagini stratigrafiche.

Lo scavo ha potuto così progressivamente riportare in evidenza tutta la storia del monumento, sfogliando lentamente all’indietro nel tempo il momento dell’abbandono dell’area, il momento del crollo, le fasi del disuso e le fasi del pieno utilizzo seguenti la costruzione.

Non si è ancora giunti invece a comprendere la storia dell’area urbana nell’età che precede l’impianto delle fabbriche teatrali, sebbene questo sia l’obbiettivo che ci si pone a partire dalla prossima campagna di scavi.

L’abbandono, il primo orizzonte stratigrafico rimesso in luce, è segnato da riporti assai consistenti di materiale differenziato, proveniente prevalentemente dalle aree circostanti il teatro e frutto di attività antropiche molteplici, ma costituite principalmente dallo spietramento delle aree finitime per facilitare la coltivazione dei terreni. Il teatro, già in disuso, divenne così tra il V sec. d.C. e l’età contemporanea una comoda discarica che aveva il suo epicentro nel settore dell’invaso della cavea, divenuto ricettacolo stratificato di straordinaria valenza indiziaria.

Al di sotto dei livelli incoerenti di riporto sono stati quindi rimessi in luce i primi indicativi elementi delle vicende che precedettero la trasformazione del teatro in luogo di smaltimento dei rifiuti. Si tratta degli imponenti documenti relativi al grandioso crollo che pose fine alla vita delle strutture per effetto di uno straordinario evento, individuato in uno dei sismi che con frequenza notevole interessarono l’isola dal periodo imperiale romano in poi.

Le proposte di datazione del crollo dell’edificio scenico e di parte della cavea sono state formulate grazie ad una serie differenziata di indizi. Il primo e più importante è rappresentato dalla carcassa di un animale di specie equina ucciso per l'impatto violento di parte delle murature del teatro al momento del loro collasso. Le analisi al carbonio 14 del collagene delle ossa hanno permesso di indicare come arco di tempo probabile entro cui collocare la morte dell’animale nel quadro del IV sec. d.C., con preferenza per il periodo a cavallo della metà del secolo.

Ulteriori indizi per la cronologia del crollo sono stati forniti da indicatori ceramici presenti nei livelli pavimentali che precedono direttamente l’evento e che determinano un terminus post quem affidabile alla metà circa del IV sec. d.C. L’insieme dei dati ha suggerito così l’ipotesi che il grande crollo dell’edificio sia da porre in occasione del violento sisma che diverse fonti tardo romane e medievali pongono all’alba del 21 luglio del 365 d.C., tratteggiandone la violenza e gli effetti disastrosi per Creta; allo stesso sisma sono attribuiti in solida via indiziaria archeologica molti altri crolli nelle città romane dell’isola.

Il terremoto non demolì però un edificio in perfetto stato e ancora funzionante, come ha dimostrato il procedere faticoso e pericoloso delle indagini stratigrafiche giunte a rimuovere progressivamente gli enormi ammassi del crollo.

È stato infatti possibile stabilire che, prima di essere demolito dall’evento naturale, il teatro venne usato per un periodo abbastanza lungo con funzioni secondarie e non più legate alla sua destinazione originaria. L’aditus era stato infatti convertito in stalla, dove avevano trovato posto gli equini trovati uccisi dal sisma; il palcoscenico, l’orchestra e la cavea avevano invece conosciuto una rifunzionalizzazione come probabili spazi artigianali di trasformazione dei marmi e dei materiali che via via venivano spogliati dallo stesso teatro e dagli edifici finitimi.

Un indicatore eccezionale di queste nuove attività svolte nel settore del palcoscenico è costituto dal rinvenimento di due statue a grandezza di poco maggiori del vero seppellite dal crollo dell’edificio, ma presenti sui piani di defunzionalizzazione del teatro precedenti al crollo stesso. È assai probabile che i due simulacri non facessero parte del ciclo decorativo dell’edificio per spettacoli, e che provenissero come materiale da trasformare da vicini complessi. La questione è però ancora oggetto di studio e dibattito. Esse apparivano prive di parti anatomiche e segate in vari punti, così da rivelare processi di lavorazione non compatibili con manufatti semplicemente crollati e in situ.

Il riuso dell’edificio come stalla e come probabile laboratorio di lavorazione del marmo avvenne in una fase che precede il grande crollo del 365, ma che segue la definitiva cessazione dell’uso dell’edificio quale luogo per lo svolgimento di spettacoli.

Sulla cronologia e sulle cause di tale evento molto si è discusso nell’ambito della missione. Il termine ante quem è costituito ovviamente dal terremoto del 365 d.C., ma un margine di tempo ulteriore va supposto per l’uso del complesso come stalla e come laboratorio artigianale, di cui si è parlato. L’avvio del disuso sembra da collocare ancora all’interno del III sec. d.C. o, al massimo, nei primi decenni del IV sec. d.C., mentre assai difficili da determinare sono le cause di una perdita di funzione in un’epoca ancora relativamente precoce anche in relazione alla vitalità che la città, pure in settori limitrofi al teatro, denota ancora per tutto il periodo che va dal IV al VI sec. d.C.

Tra i possibili scenari di questa evoluzione va certamente richiamata la progressiva cristianizzazione delle istituzioni romane e della società (anche gortinia) che si afferma definitivamente con l’inizio del IV sec. d.C. Questi mutamenti trovano riflesso evidente nelle numerose disposizioni de pagani e de sacrificiis et templis contenute nel Codex Theodosianus. Da queste e da altri documenti si nota infatti come maturi dall’inizio del secolo, almeno a partire dall’Editto di Costantino (313 d.C.), un processo di progressivo abbandono delle ritualità pagane: la condanna dei sacrifici è già evidente in provvedimenti emanati da Graziano nel 341 d.C. (Codex Theodosianus, XVI, 10, 2), che si richiamavano ad analoghi testi di Costantino, e ribaditi da Costanzo tra il 342 e il 356 d.C. con l’ulteriore proibizione del culto delle immagini (Codex Theodosianus, XVI, 10, 3; 10, 4; 10, 6). Il processo è completato dalle costituzioni di Teodosio I (391 e 392 d.C.), in cui vengono proibiti i sacrifici, vietato il culto anche in sede privata e di fatto chiusi gli edifici religiosi pagani (Codex Theodosianus, XVI, 10, 10; 10, 11; 10, 12). In questo clima è possibile che il santuario di Apollo e il teatro che ad esso era strettamente connesso, abbiano perso la loro funzionalità fino ad essere abbandonati.

Non va però esclusa un’altra possibilità da porre all’origine dell’abbandono del teatro quale luogo di spettacoli e la sua trasformazione con riuso diverso. Lo scavo del 2006 ha permesso infatti di approfondire problematiche di microstratigrafia e di geoarcheologia con l’esecuzione di una serie di analisi (dimensionali, chimiche, sedimentologiche, diffrattometriche) su campioni delle unità stratigrafiche depositatesi per prime a diretto contatto con il pavimento dell’orchestra, e pertanto collegate al processo di abbandono dello stesso.

Le analisi hanno rivelato tracce chiare (sabbie e resti di trasporto idraulico) di possibili eventi alluvionali che interessarono lo spazio teatrale e che poterono costituire la causa prima dell’avvio della sua defunzionalizzazione.

L’architettura e i confronti con la Grecia continentale

Marianna Bressan

Le ricerche hanno permesso di ricostruire l’assetto architettonico del teatro e di fornirne un inquadramento cronologico.

Lo scavo si è concentrato in corrispondenza della sola metà orientale dell’edificio, ma è possibile proporre una ricostruzione completa, sfruttando il principio di simmetria che regola tale tipo architettonico, e grazie all’ottimo stato di conservazione della parte inferiore della cavea e per lo meno della parte anteriore dell’edificio scenico.

Le parti fondamentali del teatro sono organizzate in un corpo edilizio compatto, senza soluzione della continuità strutturale tra cavea/orchestra ed edificio scenico. La cavea, volta a nord, ha base a semicerchio prolungato e muri di sostegno rettilinei ortogonali all’asse ed era suddivisa orizzontalmente in due ordini, separati da un corridoio curvilineo (noto anche come diazoma o praecinctio) mediano, ancor oggi in parte conservato. L’ordine inferiore delle gradinate (ima cavea) poggia su una gettata di cementizio; si conservano 9 delle forse 12 gradinate ordinarie con blocchi/sedili in calcare locale, suddivise verticalmente in quattro settori (cunei) sicuramente da tre, forse da cinque, scale radiali, realizzate in marmo e decorate con zampe leonine in corrispondenza di ciascuna gradinata ordinaria. L’ordine superiore (summa cavea) è scomparso in seguito all’imponente crollo, tuttavia, stando alle tracce del muro perimetrale e alla proiezione della pendenza delle gradinate del I ordine, abbiamo calcolato che potesse essere composto di circa 8 gradinate e fosse coronato da un altro corridoio curvilineo. Nulla si può dire sulla suddivisione verticale del II ordine; restano invece ampie tracce dell’apparato sostruttivo, composto di tre anelli concentrici: il primo e più interno è un ambulacro, che sosteneva il corridoio mediano di separazione tra I e II ordine; il secondo e il terzo anello sono articolati in una serie di vani radiali di ampiezze diverse e coperti da volte a botte rampanti a sostegno delle gradinate del II ordine e del corridoio curvilineo superiore.

L’orchestra, un’area a semicerchio prolungato, è stata indagata solo attraverso una piccola trincea esplorativa, che ha tuttavia permesso di intercettare i resti, se pur in parte spoliati, di una splendida pavimentazione in opus sectile di marmi policromi.

Come detto, al blocco edilizio cavea/orchestra si aggancia direttamente quello composto da corridoi rettilinei di accesso (gli aditus dei teatri romani, le parodoi dei teatri greci) ed edificio scenico. L’unico corridoio di accesso dall’esterno all’orchestra sinora indagato è l’orientale, un percorso a linea spezzata, composto di un tratto parallelo all’asse che, oltrepassato un pianerottolo, ospita una scalinata per salire dal piano del santuario di Apollo al tratto diretto al palcoscenico. Tale corridoio orientale, che, per intenderci, nell’epoca precedente il crollo ospitava la stalla dove abbiamo rinvenuto l’equide vittima del crollo stesso, presenta caratteristiche di tecnica edilizia comuni anche all’edificio scenico: muri con nucleo cementizio e paramento in laterizio, del cui ulteriore rivestimento a intonaco o altro materiale non abbiamo tracce. Il muro del corridoio in comune con la cavea conserva ancora una nicchia, che possiamo immaginare servisse in origine per una decorazione scultorea.

L’edificio scenico è stato sinora scavato soltanto nella parte anteriore. Il palcoscenico è rettangolare, alto appena 1 m, molto largo (5 m), con fronte rettilinea articolata in nicchie – al momento ne abbiamo individuata solo una semicircolare, posta all’estremità della fronte-palcoscenico, ma si può ipotizzare un’alternanza tra nicchie semicircolari e rettangolari – e forse dotata di scalette laterali che salivano dall’orchestra. Il piano del palcoscenico è rivestito, per lo meno alle estremità, di lastre di un candido calcare scistoso, esteticamente simile al marmo. La fronte-scena è rettilinea, articolata in nicchie, con tre porte di collegamento con la scena, un vano rettangolare che per il momento ipotizziamo indiviso, sviluppato almeno su due piani, con una fila di contrafforti lungo il lato interno settentrionale, affiancato da due vani simmetrici, approssimativamente quadrati, forse coperti da volte a crociera. Per il momento non siamo ancora in grado di valutare l’articolazione della facciata esterna dell’edificio scenico; sappiamo che i vani quadrati a lato della scena avevano una porta verso l’esterno, ma l’attuale interro non permette di verificare la presenza di altre porte aperte verso nord.

Vale la pena infine di soffermarsi brevemente sul sistema di circolazione interna all’edificio. Abbiamo detto che l’accesso dall’esterno doveva avvenire, a oriente, dalla scalinata che saliva dal tempio di Apollo; essa conduceva al corridoio, dal quale si poteva accedere certamente al palcoscenico e all’ambulacro sostruttivo tra I e II ordine della cavea. A partire dal detto ambulacro, un ulteriore breve corridoio voltato permetteva di entrare nell’orchestra e quindi forse di salire alle gradinate del I ordine; si poteva inoltre accedere direttamente al II ordine attraverso scale sistemate in alcuni dei vani radiali del secondo anello sostruttivo. Rappresenta una peculiarità l’ambulacro assiale individuato al di sotto della scaletta centrale del I ordine della cavea: esso, che metteva in diretta comunicazione il corridoio sostruttivo con l’orchestra, ricorda un apprestamento più comune negli anfiteatri che nei teatri.

Abbiamo anche un’idea abbastanza precisa del momento di costruzione del teatro, grazie alla valutazione di alcuni reperti ceramici individuati nella fossa di fondazione di un plinto murario alla congiunzione tra il corridoio della stalla e il palcoscenico. Tali reperti ('sigillata orientale A' e ceramica comune in associazione) si inquadrano nel primo venticinquennio del II sec. d.C.; è plausibile pertanto indicare i decenni successivi come periodo di costruzione dell’edificio (età tardo-adrianea/primo antonina).

Allo stato attuale delle conoscenze non abbiamo notizie sulla storia del sito precedente all’edificazione del teatro descritto; sotto il muro con l’accesso che fa comunicare corridoio orientale e palcoscenico abbiamo individuato una struttura muraria dalle caratteristiche affatto diverse da quelle delle fabbriche romane, ma è del tutto prematuro ipotizzarne una qualsiasi interpretazione.

Di fatto, il teatro descritto presenta caratteristiche inequivocabilmente ed esclusivamente romane, o, per dirla con Vitruvio, “latine” (De Architectura, V, 3-9), sia dal punto di vista della tecnica edilizia che dal punto di vista morfologico: per il corpo edilizio unico, l’uso di sostruzioni cave a sostegno della cavea, la pavimentazione in opus sectile dell’orchestra, il caratteristico basso palcoscenico agganciato alla cavea/orchestra, ecc. Pertanto, anche qualora in futuro lo scavo dimostrasse che il teatro romano del Pythion ha sostituito un antecedente, magari di età greca, ciò nulla toglierà al fatto che l’intervento di età adrianea o appena successiva abbia realizzato in città un teatro totalmente romano, in nulla debitore alla tradizione greca del tipo edilizio.

Basterà un rapido sguardo a quanto avviene negli stessi anni in Grecia continentale, per comprendere che il caso gortinio partecipa di un fenomeno di più ampio respiro. Se, infatti, nei due secoli successivi alla conquista romana della Grecia, poca attenzione era stata rivolta alle politiche edilizie urbane a causa della particolare disastrosa contingenza economica, dall’età augustea si verifica una ripresa su tutti i fronti, che si ripercuote nella fattispecie anche nella ripresa di interesse per gli edifici teatrali, frequentemente più rimaneggiati alla maniera romana e più di rado realizzati ex novo.

Ma dagli ultimi decenni del I sec. d.C. si avvia un vero e proprio boom edilizio, destinato a toccare l’apogeo proprio tra l’età adrianea e la prima età antonina: questo è il periodo in cui si realizzano nuovi teatri, secondo i canoni morfologici e tecnici impiegati negli edifici latini, talora reduplicando i teatri tradizionali già esistenti in città. Ciò accede per esempio a Patrasso, ad Argo, a Corinto, ad Atene, ma anche a Messene, nel santuario di Olimpia, a Nicopoli in Epiro.

Come sottolineato nel precedente contributo, il teatro di Apollo Pizio doveva essere caduto in disuso già con la seconda metà del III sec. d.C. o al più tardi agli inizi del IV d.C. Esso pertanto, come si diceva, rimase in uso per un tempo relativamente breve, un secolo o poco più.

Il fenomeno, che a prima vista sorprende, a ben guardare risulta invece ancora una volta in perfetta coerenza con quanto avviene in Grecia continentale, dove, con la seconda metà del III secolo, si assiste da un lato alla repentina diminuzione degli interventi edilizi sui teatri già esistenti, dall’altro alla sostanziale sospensione delle costruzioni ex novo, tanto diffuse invece nel secolo precedente.

Un esempio tra tutti, il teatro ateniese eretto tra il 161 e il 174 d.C. per la munificenza di Erode Attico, all’indomani della tragica scomparsa della moglie Annia Regilla, risulta abbandonato addirittura già nella prima metà del III sec. d.C., come dimostra la cisterna ricavata nel sottopalco previo l’asporto del tavolato ligneo del palcoscenico.

Per spiegare il fenomeno dell’abbandono, in un’epoca ben anteriore al disinteresse per gli edifici per spettacoli pagani che abbiamo visto essere un portato della cristianizzazione ufficiale di IV secolo, si evocano, relativamente alle regioni continentali, una somma di concause, dalla nuova drammatica contingenza politica ed economica dovuta alle vicende del medio-impero, alle prime ondate di invasioni barbariche (celebre quella degli Eruli in Attica e Peloponneso orientale), al moltiplicarsi degli eventi sismici, che contribuiscono a mettere definitivamente in ginocchio città già provate dalla crisi politica.

Tali fenomeni, che coinvolgono generalmente la Grecia romana, andranno senz’altro tenuti in conto anche in relazione al teatro del Pythion di Gortina, anche se le cause specifiche dell’abbandono di esso, siano scelte di matrice antropica o i fenomeni alluvionali cui si accennava, saranno da valutare nel contesto dell’evoluzione medio e tardo imperiale della città cretese.

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