"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

61 | gennaio 2008

9788898260065

titolo

La ricostruzione del Tempio

Il restauro post-bellico del Tempio Malatestiano di Rimini

Giulia Ceriani Sebregondi

Intorno al restauro postbellico del Tempio Malatestiano di Rimini sembrano essersi coagulati alcuni nodi cruciali della storia politica e culturale italiana dell’immediato dopoguerra. Ne esamineremo in questo saggio la vicenda, procedendo su tre piani paralleli e interconnessi: quello tecnico, dell’intervento realizzato; quello culturale, delle scelte teoriche che ispirarono il restauro, legate alla storiografia del tempo; e quello politico, dell’influenza della situazione italiana e internazionale alla vigilia delle elezioni del 1948.

Nell’ottobre del 1942 iniziano i bombardamenti in Italia, prima su Genova, poi su Torino, Milano e molte altre città. Sin dal giugno 1940 gli addetti delle Soprintendenze avevano iniziato a realizzare le protezioni del patrimonio artistico italiano e nel 1941 (Direzione generale AA.BB.AA. 1942; Callegari, Curzi 2005) si provvede a realizzare anche quelle del Tempio Malatestiano: per l’esterno una massicciata alta circa due metri e mezzo con paramento in mattoni, a protezione dello stilobate della facciata e dei muri nord e sud; per l’interno, per tre delle cappelle e i pilastri con i bassorilievi di Agostino di Duccio, impalcature lignee con sacchetti di sabbia; la tomba di Sigismondo invece viene protetta con muratura (Biffi 1996, p. 48 nota; Turchini 2000, p. 821).

  

Protezioni antiaeree del Tempio Malatestiano all'esterno e all'interno dell'edificio

Rimini era un punto fondamentale della linea di difesa tedesca, e tra il novembre del 1943 e il settembre del 1944 la città è teatro di guerra, pesantemente danneggiata con oltre 300 bombardamenti e la perdita di quasi il 90% del costruito urbano. Tra il dicembre del 1943 e il giugno del 1944 anche il Tempio Malatestiano è più volte colpito dai bombardamenti alleati. Con il primo bombardamento si hanno i danni alla facciata, che s’inclina leggermente in avanti insieme alla parte anteriore del monumento in pietra da taglio per l’abbassamento del sagrato dovuto a una bomba caduta davanti all’edificio, e con lo sconvolgimento della protezione in muratura e sabbia dello stilobate. Con il secondo bombardamento è danneggiata la parte absidale: risulta distrutta la zona settecentesca del presbiterio insieme alle due cappelle attigue. Inoltre la copertura, con il manto e la struttura secondaria, è completamente asportata, le pareti interne e le volte a costoloni delle cappelle sono solcate da lesioni. “Non si entra, ma si sa che il contraccolpo ha scoperchiato la tomba di Sigismondo” (A. Campana, Diario riminese, 30 gennaio 1944, cit. in Turchini 1988, p. 31). Sfortuna poi vuole che le incastellature lignee con sacchi di sabbia, che coprivano alcuni pilastri con i bassorilievi, fossero state smontate su ordine del Ministero per ricostruire nuove protezioni più resistenti in muratura, ma non si fosse potuto ancora provvedere quando un altro raid provoca danni ai bassorilievi stessi (BCGRn 1945; Capezzuoli 1949). Nel frattempo però, per fortuna, l’affresco di Piero della Francesca era stato staccato e posto al sicuro.

  

Il Tempio Malatestiano dopo i bombardamenti: sconnessione delle protezioni antiaeree in facciata; la zona absidale distrutta

Per cercare di capire quale fosse lo stato reale del Tempio all’indomani dei bombardamenti leggiamo le relazioni di tre diverse fonti. Quella del 1945 del British Committee on the Preservation and Restitution of Works of Art, redatta mentre la guerra è ancora in corso e derivata da reports stesi sul campo (vedi in questo numero di “Engramma” il testo integrale della pubblicazione e Anna Banfi, Giulia Bordignon, Monica Centanni, "The Age of Mars"), ci dice come “the façade (which was never finished) is still standing, but it is cracked in various places and its decoration has suffered, though apparently only slight, injury. What is more serious is that it is leading forward as much as 18 inches [46 cm circa] out of the true; while this involves no immediate danger, the necessary repairs will be both long and costly. […] The nave presents a sorry spectacle – over the greater part of its length the roof is represented only by the 13 main cross-beams”.

 

Bombardamenti al Tempio Malatestiano: distruzione delle coperture e primi rilievi dei danni

Le sei cappelle maggiori però hanno ancora le loro volte, le decorazioni di marmo hanno subito pochi danni e anche la tomba di Sigismondo è scampata. Tutte le pareti e le volte sono solcate da lesioni e molte delle finestre ogivali sono in pezzi. La relazione del British Comittee conclude quindi con parole di speranza: “Malatesta’s Tempio is not destroyed. […] at present non more can be undertaken than those measures which will prevent things going from bad to worse; but complete restoration is eminently feasible and will undoubtedly be carried out by the Italian Government” (British Committee 1945, pp. 54, 57). Nelle diverse relazioni inviate al Ministero tra il ’43 e il ’44 all’indomani dei bombardamenti, Corrado Capezzuoli, il soprintendente di Ravenna, cui spetta anche il territorio di Rimini, informa che “fortunatamente le distruzioni riguardano solo i completamenti settecenteschi”, mentre il rivestimento lapideo albertiano e l’apparato decorativo di Agostino di Duccio non destano preoccupazione (SBAPRa 1944). Anche il sopralluogo del 1945 di Costantino Ecchia, architetto già incaricato dalla Soprintendenza di lavori di restauro precedenti i bombardamenti evidenzia solo “danni non gravi nell’angolo desto della facciata e qualche abrasione alle colonne”.

 

Dislivelli e lesioni alla facciata e al fianco del tempio Malatestiano

Il Tempio dunque è gravemente danneggiato nella parte absidale e nella copertura, mentre la facciata si è inclinata leggermente verso l’esterno. Capire quale sia la reale entità di questo abbassamento e rotazione, che i vari autori indicano in una cifra che va dai 46 cm segnalati dagli inglesi a soli 30 cm indicati da De Angelis d’Ossat, diventa fondamentale ai fini della comprensione dell’intervento di restauro poi messo in atto. Secondo il British Committee, come abbiamo visto, lo strapiombo della facciata è di 46 cm; secondo Lavagnino è di 45 cm e l’abbassamento di 35 (Lavagnino 1950b, p. 177); secondo Rivani è di 39 cm, e l’abbassamento di 26 (G. Rivani, I restauri del Malatestiano, in “L’avvenire d’Italia”, 5 novembre 1948, cit. in Turchini 2000, p. 832); secondo Rinaldi lo strapiombo è di 40 cm, e l’abbassamento di 26 (Rinaldi 1948, p. 18); Pasini riporta un abbassamento di 35 cm (cit. in Ricci [1924] 1974, p. XXI); mentre secondo De Angelis d’Ossat il fuoripiombo è di soli 30 cm (SBAPRa 1948), come per Pane (Pane [1948] 1952, p. 646). Queste misure, se rapportate alle dimensioni complessive del paramento lapideo albertiano, determinano una rotazione sul piano orizzontale dell’ordine di soli 0,57-0,37 gradi e di 0,99-1,28 gradi sul piano verticale, che dal punto di vista statico non sembrano certamente poter determinare dissesti significativi.

Gradi di rotazione della facciata del Tempio dopo i bombardamenti

La Soprintendenza nel 1945 aveva subito iniziato il restauro, che si conclude nel novembre del 1947, affidato alla ditta Calvitti di Forlì, sotto la direzione di Costantino Ecchia, il quale tiene un dettagliato e quotidiano giornale dei lavori. Il restauro è seguito con frequenti sopralluoghi del soprintendente Capezzuoli, in collaborazione con la sezione autonoma di Rimini del Genio Civile, sotto la direzione generale del Provveditore alle Opere pubbliche per l’Emilia (per la cronologia degli interventi del primo lotto, dal maggio 1946 al maggio 1947, si veda Turchini 2000, pp. 843-54; per quella degli interventi del secondo lotto, dal maggio 1947 al novembre 1947, si veda Turchini 2000, pp. 854-55). La ricostruzione postbellica, infatti, avvenne attraverso i Provveditorati regionali alle Opere Pubbliche, il Ministero dei Lavori Pubblici (chiamato istituzionalmente a intervenire sui monumenti in situazioni di emergenza, equiparando i danni di guerra alle catastrofi naturali), gli uffici locali del Genio Civile, le Soprintendenze ai monumenti e la Direzione generale alle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione, con Provveditorati e Genio Civile dotati di finanziamenti molto maggiori delle Soprintendenze, creando quindi spesso forti tensioni tra le une e gli altri (Marconi 1997).

I lavori consistono nell’innalzamento dei muri di chiusura delle due ultime cappelle crollate; nell’esecuzione di una palificata di pino con platea superiore di collegamento in cemento armato per il costipamento del terreno adiacente alle fondazioni dell’angolo ovest maggiormente danneggiato; nella realizzazione di un cordolo in cemento armato sulla sommità delle murature laterali e della facciata; nel rifacimento del tetto con la sostituzione di tutte le capriate; nel risarcimento dei distacchi del paramento lapideo esterno con tasselli; nella ricostruzione delle parti crollate delle volte delle cappelle barocche; infine nella sistemazione del sagrato, nell’integrazione e pulizia dei marmi.

Ma l’intervento senz’altro più impegnativo, e più rilevante per il seguito della vicenda, è l’esecuzione di fitte iniezioni di cemento a pressione nelle murature interne duecentesche e di fondazione presso l’angolo ovest, su indicazione dell’ing. Giuseppe Rinaldi del Genio Civile, eseguite dalla ditta ELSE. In alcuni punti si adotta anche la tecnica delle cosiddette “iniezioni armate” con l’inserimento di barre passanti in ferro nelle perforazioni (ASRn, AGCRn 1946; Turchini 1998, pp. 46-47; Lenzi, Capezzuoli, Rinaldi 1947, p. 20; Biffi 1996, p. 50 nota). Da ultimo si provvede alla ricostruzione delle due cappelle estreme e dei due annessi dell’abside e alla tinteggiatura interna.

    

Interventi di restauro sulla parte absidale e lungo il fianco sinistro del Tempio

L’abside, infine, è ricostruita in “forme semplificate” in mattoni a vista, seguendo alla lettera le Istruzioni del 1938, secondo un progetto del luglio 1946 di Capezzuoli. Le indicazioni di Capezzuoli, fedele alle ultime direttive ministeriali, sottolineano come questo sia “proprio uno di quei casi ‘clinici’ al quale, in pratica, possono essere applicate appieno le norme per il restauro dei monumenti, recentemente elaborate dalla Direzione generale delle Arti. […] Non può, quindi che farsi chiara nella mente del restauratore la lineare semplice soluzione, […] allungandolo quel tanto che sarà necessario […] applicandovi disegno e tecnica che ne attestino la modernità, ed evitino, con la eliminazione di ogni ripresa decorativa o figurativa, ogni possibile confusione con l’antico” (SBAPRa 1943). Negli anni Trenta nel campo del restauro architettonico avevano iniziato a prevalere sempre più gli storici dell’arte sugli architetti, focalizzando l’attenzione sul concetto dell’autenticità dell’opera: uno dei primi risultati fu la stesura nel 1938 delle Istruzioni per il restauro dei monumenti, che puntano sulla manutenzione, la conservazione in situ dei manufatti, la conservazione del tessuto urbano, ma soprattutto vietano tassativamente ogni completamento o ripristino, in modo che le aggiunte debbano essere fatte – come riecheggia Capezzoli – semplificando le forme e materiali “che ne attestino la modernità ed evitino ogni possibile confusione con l’antico” (Marconi 1997, p. 372; Jokilehto 1999, p. 223).

Il dibattito su cosa fare all’indomani delle distruzioni belliche, però, è intensissimo e l’intensità delle distruzioni farà propendere per un vero e proprio ritorno al “dov’era, com’era”, propugnato da Ragghianti, da Mario Salmi (1890-1980) e da Bernard Berenson (1865–1959) (Grassi 1961, p. 24; Marconi 1993, p. 154) [1]. Guglielmo De Angelis d’Ossat (1907-1992) ha una posizione intermedia tra la ricostruzione à l’identique e le ricostruzioni ‘moderne’. Egli sostiene come la sua generazione ormai “evita di sovrapporvi qualcosa di proprio, e soprattutto di apportarvi modificazioni o aggiunte che possano menomarne l’essenza”. Scrive De Angelis: “Penso che sempre più debba attuarsi il rispetto della storia nel restauro monumentale”; il “tragico fenomeno” quasi “cosmico” che è la guerra ha determinato però tali distruzioni del patrimonio che è stato necessario cambiare i parametri di restauro (De Angelis d’Ossat [1948] 1995, pp. 11-26). Il dopoguerra, dunque, nonostante le molte dichiarazioni contro il falso antico, si distingue proprio per le tante ricostruzioni a Verona, Firenze, Treviso, Vicenza, Bologna, Modena, Genova, Rimini, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Taormina, ecc. Si è creato così una sorta di paradosso tra indicazioni teoriche e pratica degli interventi, che ha riguardato anche il Tempio Malatestiano.

Torniamo, dunque, al 1947, quando si stavano ultimando i restauri curati dalla Soprintendenza (Lavagnino 1947, p. 98). L’intervento diretto del Ministero fa mutare programma in corso d’opera, stabilendo lo smontaggio e rimontaggio dell’intero paramento lapideo albertiano, che viene affidato al soprintendente Capezzuoli e dura fino alla fine del 1949 con lo smontaggio e rimontaggio di circa 3.000 blocchi (Pasini 1974, p. 21). La commissione ministeriale incaricata di seguire i lavori, diretti dal soprintendente Capezzuoli, è composta dallo stesso Doro Levi, archeologo della Princeton University e quindi dal 1947 al 1976 direttore Scuola archeologica italiana di Atene; Emilio Lavagnino, ispettore centrale della Direzione generale delle antichità e belle arti; Roberto Pane (1897-1987), membro del Consiglio superiore di belle arti; Marcello De Vita, della Direzione generale delle antichità e belle arti; e Mario Salmi, presidente del Consiglio superiore di belle arti fino al 1971.

I conci della facciata numerati per lo smontaggio e rimontaggio

A molti anni di distanza (1985-86) De Angelis d’Ossat ricorda le motivazioni alla base di questo secondo radicale intervento, giustificandolo in base al fatto che “risultava imperniato su precise rispondenze geometriche e proporzionali esemplarmente studiate dall’Alberti e legate in pianta nel rapporto di radice di 2. Perciò l’esigenza di non ‘discordare tutta quella musica’ – come scrisse il celebre autore - e di ristabilirne la perfezione formale, vennero considerate prioritarie; e lo sono certamente, tanto da consentirmi di proporre – sulla base di naturali connessioni proporzionali – una estrapolante ricerca dimensionale per completare la pianta dell’ideazione quattrocentesca in modo più verosimile. […] Queste esigenze presero perciò il sopravvento rispetto all’opportunità di testimoniare, perpetuandolo, il danno bellico. […] Non è mai troppo tardi se si può evitare un restauro male impostato!” (De Angelis d’Ossat 1987, pp. 12-13). Ma le interpretazioni contemporanee sono tutte dello stesso tenore: Lavagnino indica nel Tempio “più che un modello d’architettura rinascimentale, un mirabile compendio di idee” (Lavagnino 1947, p. 97). Il disassamento “comprometteva i valori essenziali di quell’opera d’arte, affidata soprattutto alla pura geometricità dei rapporti, della cristallina purezza delle linee e delle masse”. Lavagnino sostiene la necessità di “recuperare con l’antico a piombo la geometrica cristallina purezza di linee e di masse che ne costituiva il carattere essenziale” (Lavagnino 1950a, p. 168; Lavagnino 1950b, p. 177). Anche Salmi è con lui (Salmi 1951, p. 153), e Carlo Ceschi (1904-1973) nel 1970 riterrà che il monumento fosse eccezionale “non solo per il nome del suo architetto, ma proprio per i suoi intrinseci valori di rapporti geometrici e di pure proporzioni”, quindi ad avere importanza erano “la perfezione della linea, l’esatto ritmo compositivo, la pulitezza del particolare e dell’esecuzione”, per cui era necessario “ridare all’architettura albertiana la sua esatta linearità geometrica” (Ceschi 1970, pp. 186-87).

    

Fornice e facciata del Tempio Malatestiano smontati e rimontati

Ma cosa ha scatenato questo drastico cambio di programma, che crea sconcerto sia a Ravenna che a Rimini e genera un decisa opposizione iniziale? Alla fine della guerra è stato creato l’American Committee for the Restoration of Italian Monuments, diretto da Charles Rufus Morey (1877-1955), storico dell’arte della Princeton University, dal 1945 al 1950 addetto culturale presso l’ambasciata americana di Roma, con cui la Direzione generale per le Antichità e Belle Arti ha organizzato negli USA una mostra fotografica (Lavagnino 1947) dei monumenti danneggiati dalla guerra. Il momento-chiave è il 20 febbraio 1947, quando l’American Committee dichiara che “ha già raccolto 50.000 dollari da destinarsi al completamento dei lavori di restauro” (Turchini 1998, p. 61). I dollari dedicati al Tempio saranno alla fine 65.000, grazie alla Kress Foundation che finanzia anche la ricostruzione del ponte di S. Trinita di Firenze (1955-57). Il 14 luglio seguente De Angelis e Doro Levi, in qualità di rappresentanti della Direzione generale e dell’American Committee, enunciano sul posto il tipo d’intervento che si vuole intraprendere: il restauro della decorazione interna è agli inizi e sarà finanziato dallo Stato, ma l’opera più importante è “riportare il paramento albertiano dell’esterno nella sua posizione originaria. Difatti le lesioni […] sono incompatibili con la architettura dell’esterno, studiata da Alberti sulla base di esatti rapporti di proporzioni e che egli stesso definì: una musica. D’altra parte, le cornici dello stilobate oggi si presentano, proprio all’altezza dell’occhio, contorte e spezzate, in modo inammissibile per una architettura rinascimentale, tutta basata sulla regolarità delle linee” (Turchini 2000, p. 861). A rafforzare con la sua autorità la decisione, è proprio l’ormai ottantaduenne Berenson, che nell’agosto del 1947 compie un fatidico sopralluogo, per conto dell’American Committee, che ha messo a disposizione i 50.000 dollari (ricevuti dalla Kress Foundation) solo a patto che si proceda allo smontaggio e rimontaggio e promette altri 40.000 dollari per un altro monumento da definirsi. Il verdetto di Berenson è chiaro: “per salvarlo […] non esisteva altro modo che smontare la superba muratura” (Berenson 1958, pp.129-130). Luigi Pasquini (1897-1977), pittore e pubblicista riminese, così riporta le parole di Berenson: “I mezzi finanziari, che noi vi offriamo, voi dovete usarli esclusivamente per togliere lo strapiombo all’angolo nord-ovest del Tempio, in maniera che il monumento ritorni all’armonia lineare originaria, caratteristica fondamentale del classicismo del Rinascimento. Non vi consentiamo altro uso. O questo o niente. Altri monumenti, in altre città, attendono. Decidete” (Pasquini 1948).

  

Il fianco destro prima dello smontaggio; i conci numerati per lo smontaggio e rimontaggio

Prima di iniziare i lavori veri e propri nell’ottobre 1947, e dopo che in settembre l’American Committee ha dichiarato ufficialmente di finanziare lo smontaggio e rimontaggio (Biffi 1996, p. 50 nota), si eseguono nuovi rilievi, un sopralluogo e un sondaggio di verifica, da cui sembra risultare evidente che le difficoltà pratiche saranno molte, anche se ciò non ostacola la decisione ormai presa: infatti “il rivestimento spesso circa 2 metri, non era tutto composto di pietra da taglio, ma sia nello stilobate che al di sopra delle arcate era immorsato, con blocchi e lastroni, ad una solidissima struttura in laterizio, cementata con malta di calce istriana durissima; il tutto circa m. 2,50” con blocchi da venti quintali circa disposti a pettine e alternati per ogni filare che andavano a formare “una enorme massa inattaccabile tanto da far rimbalzare pericolosamente i comuni scalpelli a mano” (Capezzuoli 1949; Turchini 2000, pp. 855-56). Più tardi, commentando i lavori in corso, Ecchia, ormai estromesso dal restauro, scriverà di come “agiscono i martelli pneumatici azionati da motore, per demolire la muratura che incastona i conci […] Benché si lavori ininterrottamente da sei mesi sono stati sin ora smontati circa seicento conci” (C. Ecchia, Alcune osservazioni sui lavori al Tempio malatestiano, in “L’avvenire d’Italia”, 20 maggio 1948, cit. in Turchini 2000, p. 860).

Ciononostante, già il 21 novembre 1947, sotto la direzione di Capezzuoli ormai convertito, ma che inizialmente aveva protestato la sua assoluta contrarietà al progetto [2], e l’esecuzione sempre della ditta Calvitti, sono innalzati i ponteggi per lo smontaggio del fianco destro e i pezzi sono numerati. I blocchi una volta a terra sono rinsaldati con malta di cemento, mastici, grappe in ferro ottone o rame. Il Comune è decisamente preoccupato e contrario a questi lavori: il 28 novembre 1947 nomina una commissione locale che studi il problema [3] e blocca i lavori, pur senza averne l’autorità. Nel verbale del Consiglio comunale sono esposte le condivisibili motivazioni: “tale lavoro non appare necessario per la sicurezza statica dell’insigne edificio dopo le opere di consolidamento eseguitevi, che ne hanno ripristinato la completa solidità; che l’inclinazione verificatasi (cm 13 sullo stilobate del fronte e cm 21 sul fianco) è talmente leggera rispetto alle dimensioni del monumento da non spostarne apprezzabilmente il baricentro; che la stessa inclinazione, mentre turba l’armonia architettonica della magnifica costruzione, simboleggerà nei secoli il martirio di questa città […]; che il progetto di smontaggio e di ricostruzione significa ancora più grave ingiuria al monumento, in quanto sarebbe inevitabile – dopo la compattezza raggiunta dagli elementi costitutivi del fronte e dei fianchi in seguito all’azione del tempo, al cedimento e soprattutto alle recenti iniezioni di cemento praticate nel corpo delle murature - la rottura di gran parte dei conci, che dovrebbero essere sostituiti” (BCGRn 1947).

Berenson, nonostante tutto, riporta molto esattamente le preoccupazioni – di diverso orientamento – della comunità locale: “la comunità era stanca di attendere che la cattedrale, vale a dire il Tempio Malatestiano, venisse riaperta al culto; d’altra parte un restauro così radicale implicava il rischio di qualche mutamento nell’aspetto dell’amatissimo Tempio, senza contare che i blocchi di marmo, da distaccare e calare giù uno ad uno potevano rompersi e finire a pezzi” (Berenson 1958, pp. 129-30). Da parte della Curia, infatti, ci sono fortissime pressioni per la riapertura della chiesa e per dirottare i finanziamenti sulla ricostruzione del convento francescano adiacente al Tempio distrutto dalla guerra. In un clima da fine del mondo, quello che precede le elezioni dell’aprile 1948, essa in particolare teme un sovvertimento politico: “l’attuale situazione politica che l’Italia attraversa, situazione – al dire degli ambienti ecclesiastici – che, in un domani assai prossimo, avrebbe potuto sfociare in inconvenienti sociali tali per cui il Tempio a lavori iniziati ed improvvisamente interrotti a cagione d’un sopravvenuto trapasso del territorio italiano dall’area d’influenza anglo-sassone a quella russa, poteva cadere nel totale abbandono, con la conseguente destinazione del Tempio a Granaio del Popolo, secondo la prassi bolscevica” (Pasquini 1948).

La commissione ministeriale, dopo che la Direzione generale attraverso la Prefettura di Forlì ha diffidato il Comune da intromissioni indebite (BCGRn 1948), il 9 gennaio 1948 ribadisce che: “si ritiene necessario lo smontaggio completo del fianco destro (il 10 aprile però a seguito di un sopralluogo di Lavagnino, Pane, Salmi e De Vita dichiarano che le ultime due arcate potranno restare in opera); una differenza di 9 cm di livello riuscirebbe nettamente visibile specie lungo lo stilobate. Non si reputa necessario conservare la muratura antica che è sovrapposta agli archi dietro il paramento […] si ammette la eventualità della demolizione della muratura suddetta e la costruzione di una muratura nuova con conveniente innesto al paramento” e conclude ordinando la ripresa dei lavori (SBAPRa 1948).

 

Lavori di restauro al fianco destro del Tempio; un sopralluogo nel corso dei lavori

Molto sinteticamente questa è la cronaca dei lavori: lo smontaggio del fianco destro inizia il 21 novembre ’47 e termina l’8 giugno ’48, mentre il 16 ottobre è completato il rimontaggio, rimontaggio che avviene partendo dall’angolo della facciata, enfatizzando quindi il dislivello e obbligando a maggiori demolizioni e ricostruzioni (pur decidendo alla fine di lasciare le ultime due campate in opera: diversamente da quanto previsto inizialmente, infatti, a seguito del sopralluogo di Lavagnino, Pane, Salmi e De Vita, la commissione ministeriale dichiara che le ultime due arcate possono restare in opera (SBAPRa 1948, 11 aprile 1948). Lo smontaggio del fianco sinistro inizia il 30 agosto ’48 e termina il 20 novembre ’48, mentre nel gennaio ‘49 è completato il rimontaggio (in questo caso per i minori danni subiti si lasciano in opera le ultime quattro arcate); nell’aprile del ’49 inizia lo smontaggio della facciata che termina in maggio, il rimontaggio inizia il 23 maggio e termina il 13 novembre ’49 (Turchini 2000, pp. 856-67; per i dettagli operativi si veda SBAPRa 1948; C. Capezzuoli 1949, p. 270).

Prima del rimontaggio dei blocchi viene eseguito un cordolo in cemento armato alla base dello stilobate ancorato alla muratura retrostante, mentre la muratura demolita è rieseguita con malta di cemento. A questo punto anche le personalità locali sono ormai convinte, tutti sono felici del “compressore che ha martellato incessantemente dietro la cortina di stuoie […]. C’è ancora qualcuno che eccepisce e lamenta che sia stato sostituito qualche concio, invero appena uno o due, privi di ornati”, e poi “si notano appena le sbavature di cemento” (Garattoni 1949).

  

Montaggio degli archi e del fianco sinistro

La storia dunque è ‘a lieto fine’ ed è così che il 26 maggio 1950 viene apposta una epigrafe commemorativa sul sagrato davanti al portale, con questa iscrizione: “Frons laterumque magna pars huius aedis / post detrimentum in bello annorum MDCCCXXXXIII-IV acceptum / refecta est per annos MDCCCCXXXXVII-L / ope adstante Samuelis H. Kress Istituti / intercessoribus viris americanis ad monumenta / Italiae in pristinam dignitatem restituenda delectis / simulque munifice liberaritaterque aiutante Republica Italica” (Turchini 2000, p. 868). Il 30 luglio, poi, si inaugurano i lavori di restauro alla presenza del ministro Guido Gonnella, con un discorso di De Angelis e la fusione di una medaglia commemorativa, per concludere il 24 settembre 1950 con la riconsacrazione da parte del vescovo.

La ferrea volontà di Roma trova spiegazione certamente nell’orientamento culturale della storia dell’arte dell’epoca, ma anche, altrettanto certamente, nella situazione italiana del dopoguerra e quindi nelle pressioni politiche del comitato americano. Le vicende politiche del dopoguerra, infatti, influenzarono direttamente la nomina dei Direttori generali delle antichità e belle arti del ministero della Pubblica istruzione, e pertanto, la linea metodologica del restauro architettonico. Il primo direttore, Ranuccio Bianchi Bandinelli, assurto alla carica quando il PCI di Togliatti faceva parte del governo costituitosi all’indomani della Liberazione, è poi sostituito da De Angelis d’Ossat nel 1948, al momento della formazione del quarto governo De Gasperi (31 maggio 1947-12 maggio 1948), che segna la fine dell’unità resistenziale e l’avvio di una fase nuova nella vita politica italiana, quella del centrismo. Esclusi PCI e PSI dal governo, De Gasperi avvia la ricostruzione e riesce a inserire l’Italia tra i paesi che usufruiranno degli ingenti aiuti americani del Piano Marshall, confermato ufficialmente però solo nel luglio del 1948, all’indomani del risultato elettorale (18 aprile 1948) (Woolf 1974, pp. 404-28; Scoppola 2004). Nel corso dell’inverno 1947-48 furono preparate ben 124 edizioni di cinegiornali, che proponevano numerosi servizi sugli aiuti americani, e determinante fu il sostegno americano alla campagna della DC. L'ambasciatore americano James Dunn girò in lungo e in largo l'Italia, visitando scuole e ospedali, inaugurando ponti e strade costruiti con il contributo americano, e il sostegno finanziario coinvolse istituzioni cattoliche, organizzazioni sindacali e persino amministrazioni pubbliche. La pressione americana è accompagnata dalla massiccia crociata della Chiesa contro il comunismo, inserendosi nel dibattito politico-ideologico con la formula “con Cristo o senza Cristo”.

Per quanto ci riguarda, allora, la situazione politico-economica dell’Italia intorno all’estate del 1947, che non poteva permettersi di rifiutare l’offerta americana, farà sì che, nonostante le grosse difficoltà tecniche e simboliche (lasciare memoria di quanto accaduto), i lavori siano avviati senza esitazioni. Da un punto di vista tecnico, lo smontaggio e successivo rimontaggio è stato reso certamente più difficile, e sicuramente ha necessitato di interventi più massicci e invasivi, proprio perché realizzato dopo il restauro di consolidamento iniziato nel 1946 e pressoché concluso alla fine del 1947. Questo, infatti, realizzato con le tecniche all’epoca più innovative e “conservative” (nel senso che lasciavano in opera la muratura esistente anziché sostituirla), ovvero le iniezioni di cemento, aveva reso le murature ancora più ‘coriacee’ e realizzato l’ancoraggio dei blocchi del paramento lapideo esterno con tiranti che dalla muratura interna, appositamente perforata, raggiungevano la faccia interna dei blocchi stessi senza lasciare traccia all’esterno (Lenzi, Capezzuoli, Rinaldi 1947, p. 20).

Che l’intervento eseguito non fosse dovuto ad esigenze statiche o conservative risulta evidente da tutti i testi dei membri del comitato ministeriale e dei maggiori restauratori e storici dell’arte e dell’architettura del momento. Fu seguito un altro criterio, esclusivamente ‘estetico’, più volte ribadito per esempio da Lavagnino, che pure dichiara come fosse “necessario convenire che quel processo di rotazione fosse anteriore alla guerra, anzi avesse origini molto antiche” (Lavagnino 1949, p. 703; Lavagnino 1950b, pp. 176-84). Pane nel 1948 così si esprime: “Ci si è trovati davanti ad uno squilibrio statico e ad uno squilibrio estetico. Il primo sarebbe stato facilmente riparabile mediante i consueti procedimenti di consolidamento. […] Le alterazioni sono apparse assolutamente intollerabili, e ciò unicamente in base ad una esigenza che non aveva altro fondamento se non una valutazione critica” (Pane [1948] 1952, pp. 645-47). Solo Barbacci nel 1956, quasi inconsapevolmente, esprime delle critiche al ‘brillante’ restauro: “Si sarebbe potuto consolidare il monumento con le deformazioni anzidette, non sensibilissime, come vediamo in tanti edifici veneziani; […] la temeraria operazione è eseguita con grandissima abilità, così che solo l’occhio dell’architetto specializzato è in grado di osservare lelievi sbrecciature arrecate agli spigoli delle pietre dalle varie manipolazioni, la lieve diversità delle commessure e l’alterazione della patina” (Barbacci 1956, p. 100).

Il fianco sinistro dopo il rimontaggio dei conci

Il Tempio Malatestiano, allora, è sempre stato considerato più come ‘simbolo’ che come manufatto, e forse più che ristabilire ciò che c’era si è voluta creare o rafforzare quell’idea di un Rinascimento totalmente geometrico e razionale, allora proposta dalla storiografia. I danni bellici, poi, con il crollo del chiostro del convento francescano sulla sinistra e il conseguente isolamento su tutti i lati, hanno aumentato l’effetto di solitudine dell’edificio, contribuendo a farne ancora di più un simbolo ideale e astratto del Rinascimento. L’attenzione degli esperti, infatti, rimane circoscritta al rivestimento albertiano e non si estende all’intero edificio, né al convento di cui era parte, e così dopo il restauro esso risulterà completamente avulso dal suo contesto quasi a esaltarne lo ‘splendido isolamento’. Conseguenza ultima di tale interpretazione è anche il fatto che al progetto di ricostruzione dell’abside sia data un’importanza del tutto marginale. Secondo De Angelis (1947), infatti, l’abside “era di epoca barocca e non presentava importanza artistica. È stato pertanto facile predisporre un progetto – ispirato a linee semplici e dignitose – per la ricostruzione” (SBAPRa 1948; Biffi 1996, p. 46). Anche riguardo all’interno, se ne sottolinea sempre la “alterità” rispetto al disegno albertiano, e ciò fa si che in questo caso si reputi possibile lasciare le deformazioni negli archi e le tracce delle lesioni sulle murature (Lavagnino 1950b).

Il restauro, dunque, rispetto agli obiettivi, risulta perfettamente ‘riuscito’, consentendo di restituire il monumento in forma più che ‘smagliante’ per il V centenario della fondazione, che ricorreva appunto nel 1950. E se il restauro trova il suo fondamento nella storia e nella critica, e più in generale nella concezione estetica del momento, la domanda fondamentale prima di ogni intervento è sempre “che cosa si restaura?”. Nel 1947 si decise di restaurare la “la geometrica cristallina purezza di linee”.

  

Il Tempio Malatestiano oggi: la facciata e un dettaglio del paramento murario restaurato

Note

[1] Notissimo è il dibattito tra Berenson e Bianchi Bandinelli su come ricostruire i lungarni, borgo San Jacopo e Por S. Maria a Firenze della primavera del 1945 (B. Berenson, Come ricostruire la Firenze demolita, in “Il Ponte”, I, n. 1, aprile 1945; R. Bianchi Bandinelli, Come non ricostruire la Firenze demolita, in “Il Ponte”, I, n. 2, maggio 1945). Bianchi Bandinelli auspica che le città siano ricostruite “in stile moderno” e “secondo lo spirito del tempo”. La posizione romantica di Berenson invece fa leva sul fatto che “quando si pronunciava o si leggeva il nome ‘Firenze’, l’immagine visiva che prima balenava alla mente era quella del Ponte Vecchio e del lato opposto dell’Arno” e che l’aspetto tradizionale della città è importante per il cittadino, ma “un’importanza ancora maggiore acquista per il forestiero che, appunto perché non ha con il luogo alcun rapporto di vita pratica quotidiana, può contemplarlo come una emanazione di pura bellezza”. Bianchi Bandinelli ribatte che “al pensiero che qualche cosa di simile possa divenir stabile e perpetuo, che si possa dare un cuore artificiale alla nostra Firenze, solo per non deludere i turisti abituati alla stereotipa cartolina del Ponte Vecchio con le sue case specchiate nell’Arno, non possiamo fare a meno di sentirci orripilare” e “ci rifiutiamo di non essere altro che i custodi di un museo, i guardiani di una mummia, e rivendichiamo il diritto di vivere entro città vive”. Sul tema si veda anche R. Bonelli, Danni di guerra, ricostruzione dei monumenti e revisione della teoria del restauro architettonico, in “Architettura-Cantiere”, n. 6, 1953, ora in Id., Architettura e Restauro, Venezia 1959, pp. 41-58, pp. 42-44.), per il quale quella di Berenson è una “posizione culturale ultraromantica, semplicistica ed attivamente ingenua […]. La ricostruzione fedele degli antichi isolati distrutti non può essere infatti che un falso, storicamente vano e praticamente dannoso, una finzione priva di ogni validità”, anche se non risparmia critiche anche alla posizione “modernista” di Bianchi Bandinelli, anch’essa “rudimentale e semplicistica”, perché trascura due aspetti fondamentali dei tempi attuali: l’atteggiamento critico, che non può trascurare il significato storico e figurativo delle parti distrutte, e l’aspetto “povero, brutto, banale” dell’architettura contemporanea, che non riesce a trovare un nuovo linguaggio figurativo.

[2] Il 4 dicembre 1947 Capezzuoli si schiera pubblicamente dalla parte del Ministero, sia perché non può fare altrimenti come dirigente dello stesso ente, sia perché i risultati ottenuti gli sembrano rincuoranti: “Si pone quindi il dilemma di optare per la conservazione dell’antiestetico stato attuale, giustificato da infondato sentimentalismo, o per la definitiva e completa resurrezione del tempio con un razionale restauro che rispetti patine e strutture architettoniche, limitando le correzioni e i rifacimenti alle parti contorte e più corrose per poter allungare nel tempo l’ammirazione”, pur avendo ben chiaro che “questa è la tassativa condizione affermata dal Comitato italo-americano per ottenere il finanziamento promesso”. Capezzuoli e Rinaldi inizialmente si erano mostrati molto cauti, valutando l’effettiva difficoltà dell’operazione e il rischio di peggiorare la statica dell’edificio appena riconquistata, avendo per altro dalla loro parte in questa prima fase gli autorevolissimi pareri di Gustavo Giovannoni (1873-1947), Pane, Alfredo Barbacci soprintendente dell’Emilia Romagna, nonché Luigi Crema soprintendente di Milano (lettera di Capezzuoli a De Angelis, 20 novembre 1946, cit. in Biffi 1996, p. 50 nota; lettera di Capezzuoli al Comitato comunale, 4 dicembre 1947, cit. in Turchini 1998, p. 78 nota; lettera di Capezzuoli a De Angelis, 24 dicembre 1946, cit. in Biffi 1996, p. 50 nota).

[3] La commissione è composta dal vice sindaco socialista Gomberto Bordoni; Aldo Spallicci, deputato alla Costituente e senatore repubblicano; Gustavo Soci, canonico della cattedrale; Pietro Reggiani, ispettore onorario ai monumenti di Forlì; da Antonio Corbara, ispettore onorario ai monumenti di Faenza; Gino Ravaioli, ispettore onorario ai monumenti di Rimini; Virginio Stramigioli, ingegnere capo del comune; Carlo Lucchesi, bibliotecario della Biblioteca civica Gambalunga di Rimini; Luigi Silvestrini, senatore della Democrazia cristiana; Costantino Ecchia; Luigi Campanini; Alessandro Tosi, socialista ed erudito d’arte; Giuseppe Pecci, storico della letteratura; Luigi Pasquini.

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