"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

60 | dicembre 2007

9788898260058

titolo

Fare ricerca, comunicare e confrontare sapere e metodi

A proposito della formula-poster come medium di comunicazione della ricerca

Malvina Borgherini, Monica Centanni


Così Vitruvio, nell’introdurre il De architectura, disegna il profilo dell’architetto-umanista:

“Architecti est scientia pluribus disciplinis et variis eruditionibus ornata […] Quare videtur utraque parte [i.e.: fabrica et ratiocinatione, vel: ingenio et disciplina] exercitatus esse debere, qui se architectum profiteatur. Et ut litteratus sit, peritus graphidos, eruditus geometria, historias complures noverit, philosophos diligenter audierit, musicam scierit, medicinae non sit ignarus, responsa iuriconsultorum noverit, astrologiam caelique rationes cognitas habeat”.

La prima definizione di “architettura” parla dunque di una scienza composita, cui concorrono non soltanto pratica e grammatica, talento (ingenium) e studio (disciplina), ma nel cui territorio si intreccia il sapere di “discipline plurime”, tra cui secondo Vitruvio tengono il primo posto le litterae, ma hanno parte anche la geometria, la storia, la filosofia, la scienza musicale, la medicina, il diritto, l’astronomia e la geografia celeste.

Ma non vogliamo qui ribadire la necessità di una prospettiva pluridisciplinare – necessità ovvia, anche se più spesso dichiarata di quanto non sia, nei fatti, positivamente praticata: si tratta, soprattutto, di una questione di linguaggio e di comunicazione. Lavorare in una scuola di architettura costringe a riflettere quotidianamente sulla lingua con cui ci si esprime, e non solo per un banale motivo di comunicazione e di reciproca comprensione tra le diverse discipline chiamate a concorrere all’opus. Si tratta anche, per dirla nel lessico albertiano, di una utilitas legata all’aspetto più concreto dell’arte: l’utilizzo di un linguaggio confuso e non comprensibile non solo inquina esteticamente il disegno del progetto, ma compromette drasticamente il suo buon esito.

Le comunità scientifiche e in particolare le accademie più storicamente consolidate arrancano nei confronti dell’evoluzione dei linguaggi: la giustificazione teorica è che il patrimonio della ‘tradizione’ sarebbe messo a repentaglio dalle nuove forme di comunicazione, condivisione e comunicazione del sapere. Ma l’innalzamento di steccati disciplinari, che si sposa volentieri alla fiera diffidenza nei confronti delle conquiste tecniche, sembra avere come unico risultato un controllo più rigido sui singoli campi disciplinari.

Si registra così un arroccamento su mezzi di comunicazione ‘tradizionali’ che comporta di fatto uno scollamento sempre più consistente rispetto alle tecniche di comunicazione, ai media di condivisione del sapere e, più in generale, al modus operandi della società contemporanea. Lo studioso che crede nel senso del proprio impegno e nel valore politico del suo munus non può che avvertire forte, tanto quanto il piacere della ricerca e della scoperta, l’esigenza di comunicare e condividere i risultati del proprio lavoro, cercando e inventando, in consonanza con lo stile del suo tempo, forme efficaci di organizzazione dei materiali e, soprattutto, modi di evidenziazione dei percorsi di metodo che a quei risultati hanno condotto. Non basta studiare, è necessario mostrare come si studia, non solo a fini didattici ma anche più profondamente ermeneutici: mettere in verticale (in ‘tavola’) il proprio tavolo di lavoro; mettere in gioco il proprio sapere, sottoponendolo alla verifica di altri sguardi.

Come spesso accade a Penìa e Poros, Miseria ed Espediente (nel mito platonico, padre e madre di Eros) possono essere agenti vitali: per lo più costrette da drastiche riduzioni di budget, le università stanno iniziando a ripensare/riorganizzare il sistema di trasmissione dei saperi. Le difficoltà economiche e gli ormai insopportabili ritardi delle pubblicazioni scientifiche (riviste, atti di convegni, etc.) hanno fatto sì, ad esempio, che per prime le comunità tecnico-scientifiche abbiano quasi definitivamente archiviato la diffusione a mezzo stampa dei loro risultati di ricerca (si pensi alla riviste di fisica e di medicina, oggi nella maggior parte dei casi esclusivamente presenti in rete).

Si tratta di studiare forme che evolvano anche nell'aspetto, dal saggio, dall'articolo, dalla lezione, dalla comunicazione scientifica e da tutte le forme convenzionali della ricerca e della divulgazione del sapere. In una società che ha fatto del consumo bulimico di immagini il proprio tratto caratterizzante, finalmente si comincia a pensare che l’iconologia non sia solo una branca della storia dell’arte, ma possa anche essere anche il punto di partenza per lo sviluppo di nuove forme di linguaggio, più aderenti alle capacità percettive e interpretative di un pubblico del XXI secolo.

Per quanto ci riguarda abbiamo tentato di sfruttare il ‘vantaggio di posizione’ che una scuola di architettura concede: il confronto tra saperi e discipline anche molto distanti tra loro per tradizione richiede l’elaborazione e l’uso di formule logico-figurative semanticamente connotate, secondo un codice riconoscibile, comunicabile, condivisibile. C’è la necessità per gli studiosi di ambito storico-linguistico-filologico di uscire dalla loro iconoclastia; e, in parallelo, la necessità per gli studiosi di ambito grafico-artistico-progettuale di uscire dalla loro logofobia.

Un esperimento organizzato in due fasi è stato il primo passo compiuto in occasione del convegno "Ereditare il Passato" organizzato alla Fondazione Cini il 12-14 settembre 2007, e poi della giornata Simposio IUAV del 9 ottobre 2007: una poster-session su un tema su cui fosse plausibile un coinvolgimento pluridisciplinare, come un piccolo ‘Atlante’ delle ricerche in corso negli Atenei veneziani, e quindi l’immediata pubblicazione on-line dei materiali dei poster. La presentazione di uno studio, anche in fieri, in forma di tavola-poster si propone di creare uno spazio dove i temi, le parole e le immagini che animano la ricerca precipitino in una sintesi logico-figurativa. Il poster si presenta sempre, per altro, come elemento/tassello di una serie varia e composita: i poster sono sempre declinati al plurale.

La modalità espositiva del poster è stata scelta programmaticamente per la sua essenzialità e il suo carattere interattivo: gli studiosi hanno avuto modo di esporre i progetti di ricerca e i lavori in corso, sottoponendo alla verifica dell’esposizione e del dibattito la comunicazione di risultati, le diverse metodologie di ricerca. La rapida pubblicazione on-line delle stesse tavole-poster, corredate da approfondimenti degli stessi ricercatori, persegue e amplifica il primo obiettivo della formula: creare uno spazio/tempo critico e dialettico di relazione e scambio tra i diversi fronti della ricerca, umanistica e scientifica, che possa essere praticamente utile alla discussione, al completamento, all’integrazione delle singole ricerche, attraverso l’interrogazione e il dialogo reso possibile dalle grandi potenzialità della comunicazione via web

Sotto il profilo pratico l’idea della poster-session è mutuata dall’esempio dei convegni scientifici che già da decenni prevedono questa forma di comunicazione delle ricerche in corso. Ma la lezione di metodo si ispira invece alla grande opera incompiuta di Aby Warburg, il Bilderatlas. Le tavole dell’Atlante Mnemosyne – archetipo e insieme incunabolo della forma-poster – non sono, soltanto, prodotti ‘oggettivi’: chiamano in causa anche direttamente il ricercatore e lo invitano ad affrontare il viaggio armato dei ferri del proprio mestiere. Parole e immagini. La forma-tavola, la forma-poster, chiede allo studioso di non lasciare le immagini sole, di non abbandonarle in balia della loro propria suggestione icastica: di non fidarsi troppo della loro muta, e accattivante, espressività. Zum Bild das Wort – motto di Aby Warburg – insegna anche la necessità di coniugare alle immagini parole congruenti e appropriate. Dare parole alle immagini: restituire, anche, alla parola un ruolo ordinatore, un criterio di razionalizzazione della tempesta estetica che le immagini provocano. Ossia, anche, inventare formule descrittive che contengano le espressioni del pathos in una necessaria misura di oggettivazione. O, ancora, tradurre l'eccedenza della vis imaginalis, la pluralità del dato estetico, in eloquente precisione verbale.

Se pensiamo a Mnemosyne di Aby Warburg come esempio e punto di partenza del nostro esperimento, l’evoluzione del modello può lavorare sulla pluridimensionalità dello schermo di un computer collegato in rete: non più un pannello fisico su cui collocare immagini che si muovono e cambiano a seconda di sinapsi stabilite, ma un’infinita gamma di forme, dimensioni e luci perfettamente controllabili con “n” possibilità di connessioni e stratificazioni leggibili per sovrapposizioni e trasparenze. Documenti di ogni genere possono così intrecciarsi nella tessitura di un discorso coerente dal punto di vista metodologico ma, insieme, narrativamente innovativo e capace di comunicare la nuova luce di senso che, sul dato positivo dei materiali, la ricerca criticamente articolata è capace di effondere.

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