"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

60 | dicembre 2007

9788898260058

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Fantasmi per adulti e simulazioni del classico nell’opera di Alma-Tadema

"Alma-Tadema e la nostalgia dell’antico", mostra a cura di Stefano De Caro, Eugenia Querci, Carlo Sisi, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fino al 31 marzo 2008, catalogo a cura di Eugenia Querci e Stefano De Caro, Electa, Milano 2007

Antonella Sbrilli

Fantasmi per adulti e simulazioni del classico nell’opera di Alma-Tadema

Alma-Tadema e la nostalgia dell’antico, mostra a cura di Stefano De Caro, Eugenia Querci, Carlo Sisi, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fino al 31 marzo 2008, catalogo a cura di Eugenia Querci e Stefano De Caro, Electa, Milano, 2007

“Dicono che gli spettri amano le rovine come il capelvenere: ed io pensai di passare una nottata a Pompei, nella dolce speranza d’imbattermi con l’anima di qualche infelice abitante insepolto”: così lo scrittore Vittorio Imbriani, nel racconto in forma epistolare Pompei notturna (pubblicato sul giornale napoletano “Progresso” nel 1863) confessa al suo interlocutore il desiderio potente di evocare i fantasmi. È un desiderio, condiviso da tanti della sua generazione, che gli fa scavalcare le siepi dei cimiteri e infine lo porta nella Pompei notturna del titolo, dove è testimone di scavi al lume di fiaccole e di favolosi rinvenimenti.

Una sorta di racconto di fantasmi per adulti è stata la storia ottocentesca di Pompei, alimentata dai reperti venuti alla luce durante gli scavi diretti dall’illuminato Soprintendente Giuseppe Fiorelli. Ombre e malombre provenienti dagli “ultimi giorni di Pompei” (che è il titolo del celebre libro di Bulwer-Lytton, del 1834) appaiono nei racconti dalla metà del secolo sulla scia dell’impareggiabile Arria Marcella (1852) di Théophile Gautier, mentre in tanti quadri si compie l’operazione inversa e speculare di rappresentare ‘in toga’ i contemporanei, in scene peculiari della vita quotidiana, come accade nei moderni documentari storici venati di fiction.

Il maestro acclamato di questa evocazione, che ricostruisce la città antica e la ripopola di persone somiglianti agli spettatori e agli acquirenti dei quadri, è stato Lawrence Alma-Tadema, uno dei pittori di maggior successo dell’età vittoriana. Originario dei Paesi Bassi (da cui deriva il singolare cognome) ma vissuto in Inghilterra, innamorato dell’Italia, ammirato da D’Annunzio, Alma-Tadema interpreta con originale autorevolezza il genere e il gusto neo-pompeiano. In Italia fu apprezzato da colleghi come Francesco Netti e Domenico Morelli, il cui Bagno pompeiano del 1861, ambientato nello spogliatoio delle Terme Stabiane di Pompei e documentato nel catalogo della mostra, è una precoce interpretazione del tema pompeiano.

Dopo la morte, avvenuta nel 1912, Alma-Tadema è riposto da molta critica nell’album di famiglia della pittura classicista accademica, ma l’interesse nei suoi confronti (come, analogamente, nei confronti dell’arte pompier) sopravvive seguendo itinerari carsici e alterne vicende.

Lawrence Alma-Tadema, Un sacrificio a Bacco, 1889, olio su tela, Amburgo, Hamburger Kunsthalle

La mostra in corso al Museo Archeologico Nazionale di Napoli rappresenta una delle prime occasioni di vedere le opere dell’artista in Italia, nel contesto della pittura legata all’immagine e all’immaginazione di Pompei nell’Ottocento: nell’allestimento accanto ai dipinti sono collocati gli originali (conservati nello stesso Museo) di alcuni dei reperti antichi che l’artista rappresentò nei suoi quadri interpolandoli in modo creativo, grazie anche alla sua poderosa raccolta di fotografie dall’antico.

Così per esempio nel grande dipinto La galleria di statue (1874) si riconoscono sculture di varia provenienza, candelabri, lampade, cornici e una vasca, copia dell’originale in marmo rosso scavato a Pompei. La messa in scena del mercante antico che vende oggetti d’arte alla famiglia dello stesso Alma-Tadema (con moglie, figlie e suocero, tutti panneggiati all’antica) è emblematica di un certo tipo di ricezione del classico da parte dei benestanti del secondo Ottocento. Un classico la cui cifra sembra essere la simulazione di una presenza. Tale simulazione è aiutata dalla circolazione di piccole copie in bronzo, in terracotta e altri materiali dei reperti più ambiti, e ad essa fa da corrispettivo simmetrico la rappresentazione plastica di alcune delle figure dipinte dallo stesso Alma-Tadema.

Lawrence Alma-Tadema, La galleria di statue, 1874, olio su tela, Hanover, Dartmouth College, Hood Museum of Art

Il gioco di specchi tra passato e presente, tra dentro e fuori il quadro, tra le due e le tre dimensioni, è uno dei temi della mostra, tangibile nell’allestimento stesso, che avvicina le celebri lastre con le danzatrici di Ruvo, il tripode con satiri itifallici, frammenti di affreschi da Ercolano e poi bracieri, patere, candelabri, lucerne, elmi e schinieri, alle tele su cui i medesimi sono raffigurati, di rado con fedeltà assoluta, più spesso trasformati, traslati, ibridati (significativo è il caso degli affreschi antichi, che in molti quadri vengono rappresentati incorniciati come pannelli alle pareti). L’indagine delle motivazioni culturali, estetiche e commerciali di questi inserti è un capitolo affascinante della storia della tradizione classica.

Ma la mostra è una torta a più strati, un complesso di itinerari che trovano in Alma-Tadema un centro non esclusivo. Sotto le spoglie di Pompei, infatti, il rapporto con l’antico si intreccia con le scelte pittoriche del periodo, con le personalità degli autori, con le loro vicende espositive, con il mercato. Nel percorso che va dai quadri paesaggistici che rappresentano lo stato degli scavi con occhio vedutistico, alla ricostruzione di scene quotidiane declinate con piglio verista e consapevolezza archeologica, alla rievocazione storica di tono drammatico, all’invenzione di situazioni narrativo-sentimentali, si incontrano numerosi capolavori: Gli scavi di Pompei di Filippo Palizzi; I funerali di Britannico di Giovanni Muzzioli con l’inserto del tavolo con protomi leonine della casa di Cornelio Rufo; la Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei di Francesco Netti; Pigmalione di Giulio Bargellini; le piccole sculture di Giovan Battista Amendola e di Gérôme.

Francesco Netti, Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei, 1880 circa, olio su tela, Napoli, Museo di Capodimonte

Elmo in bronzo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (modello dell’elmo del gladiatore)

Lo stesso Museo Archeologico Nazionale è parte integrante della mostra, non solo perché ospita le opere provenienti dagli scavi vesuviani, ma perché, fra il 1864 e il 1870, fu oggetto di una campagna di decorazione neo-pompeiana, voluta dall’allora direttore (nonché Soprintendente agli scavi, come ricordato sopra) Giuseppe Fiorelli. Rimosso nella seconda metà del Novecento, il tessuto decorativo neo-pompeiano esprimeva la “nostalgia di un contesto [...] e della ‘vita’ che da esso emanava. Una vita che voleva evocare, risvegliare, anche collegando quel contesto – e gli oggetti che da esso provenivano – alla produzione artistica e al mercato contemporanei” (Milanese).

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