"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

60 | dicembre 2007

9788898260058

titolo

Paesaggi rifiutati. Il progetto delle ultime cose

Sara Marini | Università Iuav di Venezia

La ricerca analizza le potenzialità trascurate di materiali e spazi dimenticati, abbandonati o nascosti nella città e nel territorio. Si guarda alle ‘emergenze minute’, agli spazi che quotidianamente vengono emarginati cercando e cogliendo nel loro spessore opaco le modalità di ri-attivazione di memorie elise.


"Una lingua che finalmente dica quello che dobbiamo dire. Perché le nostre parole non corrispondono più al mondo. Quando le cose erano intere, credevamo che le nostre parole le sapessero esprimere. Poi a mano a mano quelle cose si sono spezzate, sono andate in schegge franando nel caos. Ma le nostre parole sono rimaste le medesime. Non si sono adattate alla nuova realtà. Pertanto, ogni volta che tentiamo di parlare di ciò che vediamo, parliamo falsamente, distorcendo l’oggetto che vorremmo rappresentare. Tutto si fa disordine. Ma le parole, come anche lei comprende, hanno la capacità di cambiare. Il problema è come dimostrarlo".
Paul Auster, Trilogia di New York

Lo sguardo sull’opera proietta un’ombra sulla polvere residua: prodotto di un’azione di esclusione. L’accostamento dei due termini “paesaggio” e “rifiuto” può apparire paradossale nell’accezione usuale in cui l’uno è prodotto dell’esclusione dell’altro. Le due nozioni si incontrano però nel terreno comune dell’interpretazione soggettiva della realtà: entrambe riflettono modi di volgere lo sguardo. Operazioni di dislocamento o ri-significazione, di trasgressione della prassi, possono mutarne gli ambiti di riferimento: la Convenzione Europea del Paesaggio nel 2006 riformula il concetto stesso di “paesaggio” fornendone una nuova definizione che accoglie tutto il territorio e le azioni che lo trasformano. Il termine diventa associabile anche a spazi che quotidianamente vengono emarginati, superando il connubio ordine/bellezza sotteso alla parola kosmos. La ricerca analizza le potenzialità trascurate di materiali e luoghi dimenticati, abbandonati o nascosti nella città e nel territorio ed esplora la loro capacità di costruire paesaggi della diversità. Si assume la prospettiva che lo scarto, piuttosto che un problema, sia qualcosa in grado di aprire ad azioni sull’esistente.

Polvere residua e opera
Michel Blazy, Senza titolo (1996)

Struttura dello scarto
Hans Namuth, Il laboratorio di Joseph Cornell (1969)

Rifiuto come risultato di una qualificazione
Philippe Arman, Piccoli rifiuti borghesi

Il percorso di ricerca si articola attorno a un impianto etimologico: vengono affrontati materiali della letteratura critica e progetti che hanno anticipato la nuova definizione di “paesaggio”, sguardi sulle cose comuni e sulle pratiche dell’ordinario che modificano l’esistente attraverso operazioni di traslazione di significato. Esperienze appartenenti agli studi urbani, architettonici, dell’arte offrono modalità di palesamento di memorie elise o svuotate del reale nelle quali i termini “rifiuto” e “paesaggio” si incontrano.

Rifiuto come evidenza del fattore temporale
Rachel Whiteread, House, 193 Grove Road, London (1993)

Rifiuto come connotato di identità.
Gilles Clément, Ile Derborence, Parc Matisse, Lille

Le alterazioni di senso proprie a sperimentazioni artistiche e a pratiche dell’autocostruzione tracciano sfondi traducibili nel linguaggio del progetto e offrono la possibilità di mettere a nudo la propria natura processuale. Attraverso il progetto lo scenario statico della contemporaneità – statico nella ripetitività della scansione dei propri momenti (produzione-consumo-eliminazione) e nelle consuetudini delle proprie determinazioni di senso (positivo/negativo) – può essere aggiornato a processo continuo di evoluzione. Il tempo risulta quindi essere il fattore in grado di mettere in dialogo l’azione che conduce allo scarto e la materia stessa: spostando o ri-misurando il tempo le trasformazioni imposte assumono un carattere relativo e modificabile.

Spazio dell’abbandono
Edward Burtynsky, Oxford Tire Pile #8, Westley, California (1999)

L’indagine traccia un percorso che dal significato delle parole procede a declinare i luoghi del rifiuto e a strutturare un’antologia di esperienze per prospettare possibili strumenti capaci di mettere in cortocircuito la costruzione dello spazio con la presenza dello scarto.

Monumento del rifiuto
Abalos & Herreros, Recycling and general service building, Valdemingomez (1999)

Il rapporto scarto-progetto si struttura su parametri deformabili e revisionabili, ossia appartenenti alla sfera della codifica del reale, della sua sistematizzazione. Gli oggetti della ricerca e i processi che ne determinano l’esistenza vengono di conseguenza riletti in base al rapporto tra ‘parole e cose’. Attraverso alcuni termini guida e le loro declinazioni in testi o la loro trasposizione nella costruzione o trasformazione di luoghi si delineano ‘quadri letterari’, costruiti sul significato delle parole, dei quali si vuole sottolineare l’instabilità ma anche la capacità di aprire nuove prospettive.

Se si affronta in particolare il termine “paesaggio” nel suo significato originale, emerge come l’oggetto al quale esso rimanda subisce una interpretazione, viene letto attraverso un filtro; il termine consente quindi di leggere la realtà ma al tempo stesso la nasconde. L’adozione di una lettura di tipo archeologico nella riformulazione del rapporto interpretazione-oggetto rende possibile una descrizione dei processi di sedimentazione. La restituzione della successione stratigrafica dei processi di produzione dell’oggetto o di trasformazione del territorio permette di soffermare lo sguardo sulle discontinuità, sui cambiamenti di significato riportando quindi all’evidenza del succedersi delle differenze nel tempo.

La norma, ulteriore elemento di decodifica del reale, viene evidenziata sia dalla letteratura che nelle sperimentazioni come generatore dello scarto e allo stesso tempo come strumento capace di tradurre strategie di ri-connotazione in azioni progettuali. È infatti attraverso la definizione della norma che lo scarto ha luogo, ma è sempre attraverso di essa che si costruisce una revisione del significato di ciò che è residuale. Passa sempre attraverso l’apparato normativo la collocazione dell’uomo nel paesaggio e, di conseguenza, la corrispondenza delle sue azioni con la trasformazione. Le sperimentazioni progettuali che emergono a questo proposito verificano la possibilità di strutturare il luogo attraverso il suo uso, demandando la determinazione del disegno all’esperienza dello spazio e cercando quindi nella normativa l’elemento di dialogo o scontro, comunque l’elemento di riferimento.

Spazi residuali come risultato di un processo di ordine
Gordon Matta-Clark, Reality Properties: Fake Estates (1973)

L’obiettivo che si persegue è quello di delineare un’epistemologia dello scarto e una sua ridefinizione: un quadro di strumenti teorici e interpretativi applicati, infine, per rileggere la costruzione del sistema lagunare veneziano e per ipotizzare nuovi scenari che insistono sulla natura di questo ‘arcipelago del rifiuto’. Si cerca nella natura di questo territorio la capacità fondativa che sia oggi che in passato hanno assunto i rifiuti per trarne nuove strategie di trasformazione.

Ricerca condotta presso l’Università Iuav di Venezia, Dipartimento di Progettazione Architettonica, all’interno del programma “Palinsesti. Architetture e paesaggi della stratificazione”, diretto dal prof. Renato Bocchi

Bibliografia di riferimento

G. Clement, Manifesto del terzo paesaggio [2004], tr. it. Macerata 2005
M. Foucault, Le parole e le cose [1966], tr. it. Milano 1967
E. Grazioli, La polvere nell’arte, Milano 2004
K. Lynch, Deperire. Rifiuti e spreco nella vita di uomini e città [1990], tr. it. Napoli 1992
J. Scanlan, Spazzatura [2005], tr. it. Roma 2006

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