"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

121 | novembre 2014

9788898260669

L'eros, e le rose. Fiori, piante e botanica nelle due letture dei rebus italiani

Stefano Bartezzaghi

English Abstract
Florilegio enigmistico

Sillabe come petali, consonanti come forme, vocali come colori. L'autore di rebus non è né uno dei montaliani “poeti laureati” che “si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”, né, di principio, il poeta che ama invece “le viuzze” che “mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni” (Eugenio Montale, I limoni). Eppure anche per il rebussista le piante sono i loro nomi e sarà il disegnatore che dovrà preoccuparsi di restituire sulla carta le forme della natura che a quei nomi corrispondono. Ma il giocatore non sceglie i nomi migliori per la nobiltà depositata nella tradizione letteraria né per la preziosità onomastica di lauri o acanti di cui parlava Montale, bensì per la disponibilità del nome stesso a essere reciso e a incastrarsi in un ikebana di pure parole.

Cesoia e cesura

Marcel Duchamp, Éros c’est la vie, 1968, inchiostro su carta, Roma, Galleria nazionale d’arte moderna.

Come sapeva Marcel Duchamp (che proprio in fatto di incroci, recisioni e innesti di parola e immagine è stato un pioniere dell’enigmistica artistica) la carnalità delle rose è ripresa dal loro nome che, in francese come in italiano, è un serpente che si morde la coda, una ghirlanda che dalle rosE insiste a produrre ciclicamente l’Eros.

Un rebussista ravvicina due immagini di Eros, vi appone le rispettive etichette L e SE, e il gioco è fatto: “L, Eros; Eros SE = Le rose rosse”. In alternativa a Gertrude Stein, la rosa è (anche e sempre) un’altra cosa.

L’operazione che per due volte recide la E da ros e la innesta una volta alla L e l’altra volta al ros precedente in enigmistica si chiama “cesura” (dove per i linguisti si dovrebbero forse scomodare la sillabe arcigne della “risegmentazione”). Il processo di risoluzione del rebus parte dall’analisi della vignetta per pervenire a una descrizione o a un’interpretazione di quanto la vignetta offre alla vista (nel nostro caso: “L, Eros; Eros SE”: è la “prima lettura” del rebus); questa, tramite cesure che rispettano rigorosamente l’ordine sequenziale delle lettere, produrrà la frase finale, o seconda lettura (“Le rose rosse”).
In questo la botanica è presente solo nella frase finale, e quindi non nella vignetta: ma molti sono i casi in cui i fiori finiscono per essere raffigurati.

Mazzo di fiori

Copertina del catalogo della mostra Ah che rebus! Istituto Nazionale per la Grafica, Roma 2010-2011 con, in primo piano, il rebus Bambole manierose (Piero Bartezzaghi, disegno di Maria Ghezzi), ripreso dall’artista Renato Mambor.

Sono rose, innanzitutto. Così come il fiore medesimo, il suo nome sembra buono per una quantità di occasioni: forma parole amorose e clamorose, odorose e saporose, prose e controsensi, senza contare le possibilità date dalle diverse cesure della parola (“poster osé”; “clero secolare”; “Eros e Thanatos”).

Il rebussista è come quel personaggio di Saul Bellow che dice “Peggio ancor sono quei nevrotici giochi di parole che non so smettere di fare: è l'uomo che ha messo rat (carogna) in rational” (Saul Bellow “Him with his foot in his mouth”, The Atlantic Monthly, novembre 1982; poi in: Him with hisfoot in hismouth, HarperCollins Publisher, NYC, 1984; trad. it di Ettore Capriolo, in Quello col piede in bocca e altri racconti, Mondadori, Milano 1984).

Sulla copertina del catalogo della mostra Ah, che rebus! compare un dipinto di Mambor che ricalca la figura centrale di un rebus. Le due mani di una donna B che stringono un mazzo di rose E. La doppia lettura del rebus è: “B, ambo le mani; E, rose = Bambole manierose”. (Il rebus è di Piero Bartezzaghi; l’illustrazione è una delle prime di Maria Ghezzi Brighenti, che nei decenni avrebbe poi stabilito il canone iconico del rebus italiano, per la Settimana Enigmistica). Forse queste sono le rose più celebrate del rebus italiano; certamente fra l’eros trattenuto della scena e la sua rifrazione con la frase risolutiva “bambole manierose” (oltre al preziosismo della chiave “ambo le mani”), il rebus qui sembra voler prendere significati in esubero dalla più piatta funzione giocosa.

Fanny & Alexander, Zapruder Filmmakersgroup, Bambole manierose, da Rebus per Ada, 2004, still da video.

Maria Ghezzi, disegno per il rebus di Giancarlo Brighenti, Chi è senza riampianti non ha vissuto, china su carta: dettaglio con gli “ari” in primo piano.

Non solo rose, però. Fra esse, un successo personale lo riscuote la tea (“attori teatrali”, “aspirante attore”).

Le viole chiamano violenza.

La calla richiama la Callas.

Fra tutti i fiori da rebus, il più curioso è l’aro, chiamato anche “gigaro”, certamente non una specie davvero nota, se non ai floricoltori e, appunto, ai rebussisti.

Compare in molti rebus, soprattutto al plurale: ari. Non pare che la circostanza sia all’origine della denominazione dell’ “Associazione Rebussistica Italiana” (fondata nel 1981), il cui acronimo è, appunto, “A. R. I”.

Cesta di frutta

Maria Ghezzi, dettaglio del rebus Far compere, s. d., pennarello su carta da spolvero, dettaglio con le “pere”.

Estendendo l’orizzonte alla botanica non floreale avremo i pini negli alpini e l’abete nel diabete; il melo nella melodia e i pericoli connessi ai peri. Più di rado l’alloro sarà nel cuore dei giallorossi e l’anguria metterà in forma canguri australiani. Giungendo ai frutti, c’è un ananas nella banana sbucciata, e un fico perso nel traffico. Ma certamente i frutti più frequenti nelle macedonie rebussistiche sono altri due. Il primo è la mora, che al plurale forma moltissimi rebus che parlano d’amore.
L’altro è la pera che compare già nel modestissimo rebus che serve sempre come esempio per i principianti (“O, pera; N, uova = Opera nuova”), ma che poi è nell’incipit di molti rebus, come “Pera verde, VI: avo, L; teda, RE = Per aver devi a volte dare” (Giancarlo Brighenti, 1976). Gli stessi due frutti si trovano abbinati nella chiave: “Pera, more = Per amore”. Si ritorna così all’Eros.

“Volente o nolente”

L’enigmistica contemporanea italiana è stata codificata lungo un tracciato scandito dalla pubblicazione di alcuni manuali, fra il 1901 e gli anni Settanta. La pragmatica enigmistica consegna il rapporto fra autore e solutore a una condivisione di regole, sia prescrittive sia stilistiche, molto più complesso di quanto succeda nelle altre forme di interazione. Ogni enigma gira attorno a un’espressione linguistica assente, la soluzione: il suo nascondimento non può avvenire in modo idiosincratico, come in quegli enigmi senza soluzione che sono le opere d’arte, ma deve seguire precetti che garantiscano al solutore la lealtà dell’autore, ovvero il suo fair play.

Uno dei primi manuali di enigmistica, nonché uno dei migliori di sempre, è il Vademecum dell’Enigmista di Artù (pseudonimo di Andrea Gallina, 2a edizione, Milano 1938): a lungo la Settimana Enigmistica lo ha usato come style book, inviandolo ai suoi collaboratori perché si adeguassero alle norme tecniche lì esposte.

Fanny & Alexander, Zapruder Filmmakersgroup, Persona volenterosa, da Rebus per Ada, 2004, still da video.

A quell’epoca il rebus aveva già una lunga tradizione, che nell’Ottocento aveva decisamente visto imboccare all’arte minore rebussistica una strada di discreta magniloquenza, sia nella figura (spesso di grande formato, e rigonfia di soggetti illustrati) sia nella frase risolutiva, di caratteristica sentenziosità. Dal punto di vista letterario, e per la parte linguistica, il rebus riprendeva così le tradizioni impresastiche ed emblematiche, depurandole però da ogni residuo di arguzia. L’agudeza rebussistica stava puramente nella frammentazione delle parole della sentenza, che andavano ricostruite dal solutore decriptando l’illustrazione.

Con la stampa periodica e la diffusione dell’enigmistica al pubblico generalista, il rebus ha trovato la sua dimensione più confacente, che è quella della vignetta. Di imprese ed emblemi ora recuperava anche la sintesi figurativa, nonché, di frequente, la bizzarria degli accostamenti. Specularmente, come in un curioso chiasmo, dalle frasi sentenziose o gnomiche si passò a brevi sintagmi, spesso soltanto nominali. La svolta avrebbe germogliato solo nel Dopoguerra, all’inizio della fase più energica dell’enigmistica italiana: ma è già testimoniata nel Vademecum con l’immagine di due fiori etichettati rispettivamente con V e con ON. Soluzione: “V, olente; ON olente = Volente o nolente”.

L’assente da tutti i bouquet

Lo stesso aggettivo, “olente” ritorna in un rebus molto più vicino a noi nel tempo, che parve segnare una sorta di limite invalicabile della comunicazione verbovisiva enigmistica.

La vignetta mostrava una chiazza di musco su cui si chinava il volto di un ragazzo, nell’atto di annusarne l’effluvio. In totale assenza di etichetta, al lettore era richiesto di ricostruire questa descrizione della scena: “D’olente musco, l’odor sale = Dolente muscolo dorsale” (Enrico Parodi, Snoopy, e Gianni Malerba, Cocola; illustrazione di Maria Ghezzi Brighenti, Settimana Enigmistica, 1986).

La frase risolutiva è pregevole: “muscolo dorsale” è un perfetto luogo comune (per i linguisti, un “lessema complesso” o “paralessema” o “espressione polirematica”) e “dolente” è un aggettivo di assoluta pertinenza, anche tecnica. Ma la forza del rebus è nella prima lettura. “D’olente musco l’odor sale” è forse la più bella prima lettura della storia del rebus italiano. Un novenario lirico, reso poetico dall’elegante troncatura di “odore” e dal parallelismo “olente / odor”.

L’odorato è presente nel rebus anche per formare il rifiuto con il fiuto e la piacevolezza con ciò che olezza. Naturalmente è un tipo di soggetto che pone una severa sfida all’illustratrice. Ma è proprio con i fiori, e l'effetto che ci fanno, che l’arte già screziata del rebus, dopo aver saturato il senso oculare impegnandolo contemporaneamente nella lettura e nella visione, cerca di estendere la sua missione sinestetica. Un gioco che il rebus fa con il suo nome, quando ci illude di poter sciogliere l’enigma della prossimità e della lontananza che sentiamo dividere e assieme unire i nostri organi di senso e la nostra intelligenza con le cose.

Riferimenti Bibliografici
English Abstract

In the Italian word puzzle called rebus - where letters and images alternate and cooperate to produce a mixed espression, where segments of words can be represented by things - flowers can be frequently found. Flowers (and fruits, too) can be present in the solution phrase (for example: L eros eros SE = le rose rosse / red roses), or in the drawing of the rebus itself, when rose, violet, calla lily, arum are pictured to suggest words and phrases containing their names (rose/manierose; viole/violenta; pera, more/per amore). The long Italian tradition in inventing and drawing rebuses has honored a mottled bouquet of floreal shapes and flowers are evoked also by their scent (odore), using the different forms of the verb “to smell” (e.g. olente). The challenging representation of smell as a key for the solution shows the synesthetic mission of this game, that addresses in the meantime to sight, reading, sense and meaning. 

 

keywords | Flowers; Roses; Eros; Botany; Rebus.

Per citare questo articolo / To cite this article: S. Bartezzaghi, L’eros, e le rose. Fiori, piante e botanica nelle due letture dei rebus italiani, “La Rivista di Engramma” n. 121, novembre 2014, pp. 42-48 | PDF di questo articolo

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2014.121.0002