"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

8 | maggio 2001

9788894840063

titolo

Giorgio da Trebisonda, il mito di Venezia e il Platonismo

La Prefatio alla versione latina delle Leggi di Platone: saggio introduttivo, testo originale, traduzione italiana

Testo e traduzione

Fabrizio Mondì

Nell'intensa attività di recupero dei classici vediamo impegnati, all'inizio del Quattrocento, Umberto Decembrio e il Crisolora che traducono la Repubblica di Platone. L'impresa di questa traduzione potrebbe essere considerata di poco momento, nel periodo in cui tutti i grandi autori del passato venivano avidamente letti, compulsati, tradotti. Platone in particolare era già stato, almeno in parte, conosciuto e studiato anche in precedenza. Ma la carica rivoluzionaria di questa traduzione sta proprio nel fatto che vengono finalmente letti e resi accessibili quei testi del grande filosofo greco su cui nel Medioevo era caduto l'oblio. Non è più il Platone fisico del Timeo che suscita interesse, né quello dialettico del Parmenide, come già ricordava Eugenio Garin, ma un nuovo Platone: il Platone filosofico, morale e politico, che, aprendosi alla complessità del vissuto umano, diviene solido supporto per gli umanisti.

Su questa linea si pone anche Giorgio da Trebisonda, che dà prova della sua abilità traducendo le Leggi. Ricco di conseguenze il risultato di questa sua fatica. È lo stesso autore che, nel dicembre del 1451, scrive all'amico Francesco Barbaro rendendolo partecipe della sua intuizione: le Leggi di Platone ispirarono sicuramente i padri fondatori della Veneta Repubblica, nel momento in cui diedero alla città una forma costituzionale mista.

Questa intuizione assumerà, di lì a poco, una forma compiuta nella Prefatio alla traduzione, frutto di un lavoro a quattro mani che Giorgio porta a termine con l'aiuto del Barbaro. Il loro carteggio, giunto fino a noi, ci restituisce l'entusiasmo con cui viene accolta questa scoperta: sì, una vera e propria scoperta visto che il Barbaro, preso dalla concitazione, si rallegra del fatto che "ex memoria vetustatis" veniva svelata l'"antiqua nobilitas" delle leggi venete. Nasceva in questo modo un mito: all'argentea e volgare tradizione che esaltava i fondatori di Venezia quali padri e garanti di ogni libertà si sostituiva ora, tramite uno studio filologico dei testi antichi, un prezioso e rilucente mito, di autorevole matrice classica, capace per questo di poter eternare nel tempo la fama di Venezia.

Ancor di più quindi la città poteva fregiarsi dell'appellativo di Serenissima: Serenissima perché eterna, quasi svincolata dal divenire in quanto partecipe di una più alta dimensione metastorica, quella mitica appunto; eterna perché perfetta – cioè costituzionalmente completa – e perfetta perché mista. La costituzione veneziana, infatti, "trium civitatum que laudari videntur imaginem gerat: eius que unico principe, eius que primatibus sive optimatibus et eius que populo gubernetur" (così lo stesso Giorgio da Trebisonda, nella sua Prefatio alla traduzione delle Leggi). L'ordinamento monarchico, rappresentato dal doge, quello aristocratico, costituito dal Senato, e infine quello democratico, incarnato nel Maggior Consiglio, costituiscono dunque la struttura costituzionale della città e in virtù della loro compresenza Venezia, secondo la teorizzazione platonica – "censet ille", così nella Prefazione – può dunque aspirare a quella "firma perpetuaque civitatis libertas" che sarà vera dispensatrice di eternità.

La Prefatio, per vicende diverse, sarà letta quasi un decennio dopo la sua stesura, e paradossalmente sembrerà già sopravvivere a se stessa: assente alla sua lettura ufficiale è Francesco Barbaro, che Giorgio aveva prescelto come illustre diffusore delle sue osservazioni ("cui potius quam Francesco Barbaro, viro genere, doctrina, prudentiaque precipuo, et ipsius reipublice optimo senatori, attribuendum est"); ma soprattutto cambiato è l'orientamento speculativo-filosofico di Giorgio da Trebisonda. Il parallelismo fra la teorizzazione platonica e l'ordinamento veneziano sarà l'unico elemento platonico che Giorgio non disconoscerà.

Che cosa era dunque accaduto? Perché questa radicale abiura, senza alcuna possibilità d'appello? Sullo sfondo sta la figura di Gemisto Pletone, sbarcato a Venezia l'8 febbraio del 1438 al seguito dell'imperatore di Bisanzio, venuto in Italia per la riunificazione fra le due Chiese. Scandalo fece la presenza del filosofo di Costantinopoli al momento del trasferimento del Concilio stesso, qualche mese più tardi, da Ferrara a Firenze.

Gemisto Pletone, richiamandosi alla filosofia neoplatonica, aveva fondato a Mistra un movimento che predicava e praticava la restaurazione dei culti degli deî dei Gentili. Nella sua ottica venivano a sfumare le potenzialità di un sincretismo tollerante, che permettesse una convivenza possibile, seppure instabile, tra neopaganesimo e cristianesimo. La rigida cosmologia, che Gemisto recuperava dai testi platonici e neoplatonici, rifiutava dunque qualsiasi accomodante compromesso per trovare il suo naturale compimento nell'inevitabile ritorno degli deî dei Gentili.

Come notava giustamente Teodoro Gaza (pur difendendo Pletone dalle accuse di Giorgio da Trebisonda) il platonismo di Gemisto ricordava quello di Celso e di Giuliano: un platonismo cioè che non prevedeva una rinascita del paganesimo, ma prometteva la sua integrale restaurazione. Proprio da questo platonismo, che con Garin potremmo definire "materialista, ateo, immorale", prende le distanze Giorgio di Trebisonda, scagliandosi nel 1454, con infiammata vis polemica, contro il suo fondatore:

Io stesso l'ho ascoltato a Firenze mentre diceva che pochi anni dopo il mondo intero avrebbe avuto una sola e identica religione, un animo, una mente, una predicazione sola. Ed avendogli domandato io se sarebbe stata la fede di Cristo o di Maometto, mi rispose: nessuna delle due, ma un'altra non diversa da quella dei Gentili. Sdegnato per tali parole, sempre l'ho avuto in odio e ne ho avuto orrore come di una vipera velenosa, né l'ho potuto più vedere o ascoltare. Ho sentito però da alcuni greci fuggiti qua dal Peloponneso che costui prima di morire, or è circa un triennio, affermò pubblicamente che, non molto tempo dopo la sua morte, Maometto e Cristo sarebbero caduti nell'oblio e per tutto l'universo ci sarebbe stato il fulgore dell'assoluta verità.

Di lì a poco la condanna sarà ancor più radicale: nelle Comparationes philosophorum Aristotelis et Platonis, rimaneggiate nel 1458 proprio per aderire alla recente polemica con il Gaza, Giorgio opporrà frontalmente i due filosofi greci, vedendo nel pensiero di Platone e nel platonismo in genere la causa unica dello sfaldamento della religione cristiana, e definendo Epicuro come secondo Platone, Maometto come terzo e Gemisto Pletone come quarto: tutti egualmente rei di aver diffuso filosofie che, contribuendo al crollo dell'Impero d'Oriente, avevano preparato e facilitato l'avanzata turca.

Il dibattito, che ormai trascendeva i confini della pura speculazione filosofica per inserirsi direttamente nel reale flusso storico, coinvolse lo stesso cardinale Bessarione che si era apertamente pronunciato a favore di Gemisto Pletone e aveva scritto ai figli parole di grande elogio per il filosofo al momento della sua morte. L'ammirazione per Gemisto, "il più saggio generato dalla Grecia dopo Platone", sfocerà in una vera e propria difesa del filosofo greco e del suo pensiero nel testo In Calumniatorem, in cui il Bessarione sosterrà che la condanna di Giorgio da Trebisonda contro Gemisto e contro lo stesso Platone altro non è che il risultato di una serie di fraintendimenti dovuti a numerosi e grossolani errori di traduzione.

Nei fatti Gemisto Platone uscì sconfitto anche a seguito della furiosa polemica scatenata, in ambito fiorentino, da Giorgio da Trebisonda. Caso raro tra gli umanisti approdati in Italia per il concilio di Firenze-Ferrara, in seguito tornò in Grecia, a Mistra, a presiedere la comunità filosofico-teologica neopagana da lui fondata. Ma il suo passaggio era destinato a lasciare tracce significative: proprio a seguito di quella polemica a Firenze venne fondata l'Accademia platonica che presto, per l'apporto di Marsilio Ficino e degli intellettuali della sua cerchia, farà del platonismo – riletto con Plotino e oltre di lui – la teoria etica ed estetica del Rinascimento. La traduzione delle Leggi di Giorgio con la sua importante Prefatio (che qui di seguito presentiamo per la prima volta in versione italiana) avrà grande fortuna, a dispetto – si potrebbe dire – dello stesso autore, nella costruzione del 'mito di Venezia'.

Infine il destino di Gemisto Platone post mortem si lega alla figura di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini. Questi, condannato al rogo in effigie per aver, fra l'altro, fatto riedificare una chiesa in onore di San Francesco riempiendola di immagini degli deî dei Gentili in cui tutto rimandava al paganesimo (il riferimento è ovviamente al Tempio Malatestiano dell'Alberti), nel 1464 intraprese, per conto di Venezia, una sfortunata spedizione contro i Turchi in Morea, portando con sé, come unico trofeo, le ossa di Gemisto Pletone, che ormai da tempo riposavano in terra turca. La tomba di Gemisto verrà posta da Sigismondo nella facciata destra del tempio. Proprio in Occidente dunque, Gemisto Pletone - nonostante la damnatio che Giorgio da Trebisonda, riconvertito all'osservanza cristiana contro i pericoli del platonismo, aveva cercato di attivare contro di lui - troverà l'estremo riconoscimento della sua grandezza: nel Tempio Malatestiano, opera simbolo della Rinascita degli antichi deî, riposano i suoi resti mortali, strappati da Sigismondo alla terra greca.

Riferimenti bibliografici

Franco Gaeta, Alcune considerazioni sul mito di Venezia, in "Bibliotheque d’Humanisme et Renaissance", 23, 1961, 57–75.

Franco Gaeta, Giorgio da Trebisonda, le "Leggi" di Platone e la costituzione di Venezia, in "Bullettino dell’Istituto storico per il Medioevo", LXXXII, 1970, 479–501.

Eugenio Garin, Cultura filosofica toscana e veneta nel Quattrocento, in "Umanesimo europeo e umanesimo veneziano", a cura di V. Branca, Fondazione Cini 1963, 11–31.

Eugenio Garin, L’età nuova. Ricerche di storia della cultura dal XII al XVI secolo, Napoli, 1969.

Eugenio Garin, Il platonismo come ideologia della sovversione europea. La polemica antiplatonica di Giorgio Trapezuntio, in "Studia humanitatis Ernesto Grassi zum 70 Geburtstag", a cura di E. Hora, München 1973, 113–120.

Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Bari 1976.

John Monfasani, George of Trebizond: A Biography and a Study of his Rhetoric and Logic, Leiden 1976.

John Monfasani, Collectanea Trapezuntiana. Texts, documents and bibliographies of George of Trebizond, Binghamton–New York 1984.

In libros Platoni de legibus [...] Georgi Trapezuntii Prefatio
Nota al testo

Quattro sono i testimonia che ci tramandano la prefazione di Giorgio da Trebisonda alla sua versione in lingua latina delle Leggi di Platone.

Il primo è un manoscritto miscellaneo conservato nella Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli (N. 28). Il secondo è il Vat. lat. 5220, tutto composto di lettere di e a Francesco Barbaro. Il testo della dedica in esso contenuto presenta incertezze linguistiche e sintattiche e per questo si può supporre che sia la copia della dedica inviata al Barbaro perché eventualmente la correggesse. Il testo tramandatoci da questi due codici differisce sensibilmente da quello degli altri due testimonia, contenenti opere di Giorgio.

Il manoscritto dell'Archicollegio di Bologna è l'unico completo di prefazione e di testo tradotto, e presenta in alcuni casi delle lectiones faciliores; il Vat. lat. 2926 invece contiene una silloge di opuscoli teologici del Trapezuntio. La maggiore correttezza condivisa da questo manoscritto e da quello bolognese rispetto al Vat. lat. 5220, nonché il titolo autorevole e altisonante, quasi si trattasse di un saggio a sé stante, che Giorgio dà alla dedica nell'indice autografo di questo stesso codice, Equiparatio reipublice Platonis ad rempublicam Venetorum (citiamo il titolo dell'indice perché l'intestazione del manoscritto non è né di mano di Giorgio né del copista del testo della prefazione), fanno supporre che esso sia la versione finale della prefazione, cioè la stesura definitiva del lavoro predisposta dallo stesso Trapezuntio dopo le correzioni del Barbaro.

La traduzione qui proposta si basa sull'edizione critica del 1984 di John Monfasani, che segue il Vat. lat. 2926, cui preferisce il codice bolognese solo ove questo non presenti errori chiaramente imputabili al copista.

Testo e traduzione

In libros Platoni de legibus ex Greca lingua in Latinam versos ac illustri Venete reipublice senatori Francisci Barbaro, sancti Marci procuratori, et per eum ipsi reipublice dedicatos Georgi Trapezuntii Prefatio.

Prefazione di Giorgio Trapezuntio alla traduzione in lingua latina delle Leggi di Platone, dedicata all'illustre Senatore della Veneta Repubblica Francesco Barbaro, Procuratore di San Marco, e per suo tramite dedicata a tutta la Repubblica.

[1] Cum libros Platonis de Legibus latinos nuper fecerim, vir illustris et optime reipublice Venete senator, res ipsa me adhortata est, imo certe impulit ut reipublice tue laborem hunc meum offerrem et excellentissimo inclitoque Venetorum nomini dedicarem, tum quia sicut hi libri nostrorum maiorum sententia ceteris operibus Platonicis prestare videntur (superavit enim vicitque se ipsum in istis eloquentia Plato), sic et respublica Veneta omnes certe que olim fuerunt queque future sunt, ut coniicio, civitates liberas, que populo aut optimatibus gubernantur, iustitia, magnitudine animi, ceterisque virtutibus et belli pacisque artibus longe antecellit, tum quia siquis eas leges Platonis quas ille sancit ut sibi perpetua liberaque civitas futura sit diligentius penitusque inspiciat, is mea quidem sententia negare non poterit primos Venete libertatis fundatores sintillas rivulosque constituende civitatis sic a Platone accepisse ut maiores inde fluvii emanarint maioresque splendores rutilarint quam unquam aut ille ipse de republica sua aut quilibet alius cogitasset.

[1] Avendo appena finito di tradurre in latino le Leggi di Platone, tu illustre senatore della Veneta Repubblica, e anzi la stessa realtà dei fatti mi esortò, o meglio mi spinse a offrire questa mia fatica alla tua patria e a dedicarla alla fama insigne e gloriosa dei Veneziani. Infatti allo stesso modo in cui quest'opera di Platone è ritenuta già dagli antichi superiore alle altre (Platone qui infatti supera e vince sé stesso in eloquenza), così anche la Veneta Repubblica di gran lunga si è distinta in passato e si distinguerà in avvenire – io presumo – fra tutte le altre libere forme di governo, cioè quelle rette dal popolo o dai patrizi, per giustizia, per liberalità, per le altre virtù, e per l'arte della pace e della guerra. A ciò si aggiunga che chiunque guardi a quelle norme che Platone considera necessarie perché una forma di governo si mantenga stabile e profondamente vigilante sulle istituzioni, non potrà negare, credo, come i primi fondatori della libertà di Venezia, nel dar vita alla Repubblica, abbiano tratto da Platone delle scintille e dei rivoli per far scaturire da lì fiumi di più ampia portata e luci di maggior fulgore, più di quanto Platone stesso per il suo stato o chiunque altro avesse mai potuto pensare.

[2] Censet ille non aliter firmam perpetuamque fore civitatis libertatem nisi trium civitatum que laudari videntur imaginem gerat: eius que unico principe, eius que primatibus sive optimatibus, et eius que populo gubernetur. Sed hec ille verbis que soli Veneti re ipsa intellexerunt et rebus ipsis vera esse approbare potuerunt. Nam et principem unicum secuntur et optimates in consulendum rei publice, qui prudentia, iustitia, claritateque fulgent, electi omnibus rebus que ad bellum pacemque pertinent presunt. Sed populi quoque imaginem, imo veram ipsius populi potestatem non neglexerunt.

[2] Platone infatti è dell'opinione che nessuna forma di governo potrà mai essere stabilmente e perpetuamente libera se non comprende in sé la figura di ciascuna delle tre forme di governo che gli appaiono lodevoli: quella monarchica, quella aristocratica, e quella democratica. Ma ciò che Platone fu capace di teorizzare a parole i soli Veneziani in realtà compresero e furono capaci di comprovarne la verità nella realtà dei fatti. Essi infatti seguono un solo premier; per altro anche i patrizi, illustri per senno, giustizia e fama, sono preposti a occuparsi, nell'ambito del governo della cosa pubblica, di tutto quanto pertiene alla pace e alla guerra. Però anche la figura del popolo, vera espressione del potere popolare, non fu trascurata dai Veneziani nella costituzione della Repubblica.

[3] Ad comitia enim quibus magistratus creantur omnes qui eius reipublice non sunt expertes conveniunt. Custodes legum ille precipue magistratus statuendos in civitate iubet. Hos Veneti, sive legum custodes sive censores quis appellare velit, sic adhibuerunt ut omnibus assidere, omnia perspicere ac audire iusserint nequid adversus leges non modo sanciatur, sed ne dicatur quidem. Cuius certe magistratus vel appellatio ipsa ex Platone mihi sumpta videtur. Quid enim differt custodes legum dicere vel ipsius reipublice advocatos atque defensores? Suffragiis ille populi exquisitissimis varietateque multiplici ab omni ereptis suspicione magistratus creat. Quid patres vestri? Nonne omnia hec et ipsi prudenter posteris tradiderunt et vos recte sequimini?

[3] Tutti coloro i quali non sono inesperti di politica si riuniscono in assemblee che hanno il compito di nominare le magistrature pubbliche. Platone dispone che i custodi delle leggi siano i primi magistrati da insediare nella comunità politica; sia che li si voglia chiamare custodi delle leggi o controllori, queste figure sono state predisposte dai Veneziani in modo che fossero presenti in ogni circostanza e sorvegliassero e ascoltassero ogni cosa, così che non solo non si compisse nulla, ma non si pronunciasse neppure una sola parola contro le leggi. E a me sembra che tale magistratura, sia nella funzione che nel suo stesso nome derivi direttamente da Platone. Che differenza c'è infatti fra la denominazione 'custodi delle leggi' o quella di 'avvocati' o 'difensori' di questa Repubblica? Platone istituisce tali magistrature ricorrendo a votazioni popolari controllatissime e con sistemi diversificati, e perciò al di sopra di ogni sospetto. E i vostri padri? Non è forse vero che anch'essi con la loro saggezza hanno tramandato ai posteri tutte queste procedure e che voi continuate a seguirle rettamente?

[4] Ego medius fidius nec ante Platonem nec post Platonem sic ordinatam in ferendis pro magistratibus creandis suffragiis varietatem ad hunc usque diem fuisse contenderim sicut aut ille dicit aut re ipsa vos expressistis. Multa praeterea sunt quibus doctrina maiorum vestrorum Platonica tenetur et usus rerum inauditus prudentiaque mirabilis notior atque illustrior fit.

[4] Io sarei più che certo nel sostenere che, né prima né dopo Platone, sia mai esistito fino ad oggi un sistema di elezione delle magistrature congegnato così bene come quello teorizzato da Platone e concretamente realizzato da voi. Molti sono inoltre gli aspetti per cui la dottrina dei vostri antenati si attiene a quella di Platone, e la loro eccezionale pragmaticità e la straordinaria assennatezza sono ormai noti a tutti ovunque.

[5] Nec ego miror quod Platonem illi legerint intellexerintque, cum universa pene Italia temporibus illis Grecam linguam non ignoraret et nobiliores Italie viri, quorum concursu ex iniquitate temporum facto Veneta urbs condita est, non minorem Grece litterature quam latine peritiam haberent. Illud mihi etiam atque etiam mirum videtur, quod ommia que probabant re ipsa et quidem melius quam ipse scripsit assecuti sunt. Quod certe numquam illi facere potuissent nisi et natura et doctrina et usu rerum et omni virtutis genere singulares mirabilesque viri fuissent.

[5] E io non mi stupisco del fatto che essi abbiano letto Platone e lo abbiano compreso: in un'epoca in cui quasi tutta l'Italia non ignorava la lingua greca, certo anche i più nobili fra gli Italiani, che per l'iniquità dei tempi si erano riuniti e avevano fondato la città di Venezia, non avevano una conoscenza inferiore delle lettere greche rispetto a quelle latine. E ancora più straordinario mi sembra il fatto che in tutto quello che varavano nella realtà dei fatti seguivano Platone anche meglio di quanto lui stesso avesse scritto. Ed essi certamente non sarebbero mai stati in grado di fare tutto questo se per natura, per cultura, per esperienza e per ogni genere di virtù, non fossero state persone uniche ed esemplari.

[6] Nam videre quidem atque probare que honesta utiliaque sunt multi possunt; consentire autem convenireque multos ad eligenda que probant, idque antea quam legibus coacti conglutinatique sint, omnino difficile, dicerem impossibile nisi Respublica vestra pre oculis esset. Nam ea que de perpetuitate civitatis Plato scripsit quis multis etiam ante Rempublicam Venetam seculis et postea quam ipsa initium cepit parumper doctus non intellexit? Quis autem intellexit, qui non probavit? Fabule tamen figmentaque ac omnino impossibilia hec videbantur. Cur ita? Quia cum cupiditates nostre alium alio rapiant, dum imperare gliscimus, parere nequimus. Unde ne periculum quidem huiusmodi statuende civitatis factum umquam antea fuit.

[6] Sono certamente molti, infatti, quelli che possono rendersi conto di ciò che è giusto e ciò che è utile, e riconoscerlo; invece sul trovarsi d'accordo che siano in molti a decidere ciò che si deve approvare, e ciò prima di essere costretti dalle leggi e omologati nelle intenzioni, questo direi che è davvero difficile o addirittura impossibile, se non ci fosse l'esempio della vostra Repubblica davanti agli occhi di tutti. Infatti chi c'è, per quanto poco colto, che sia vissuto anche molti secoli prima della Veneta Repubblica o dopo la sua fondazione, che non abbia capito le cose che Platone ha scritto riguardo alla durata della costituzione? Ed esiste poi qualcuno che abbia capito, e non sia d'accordo? Tuttavia queste cose sembravano favole e invenzioni del tutto impossibili. Perché mai? Perché, quando le nostre ambizioni ci fanno prevaricare gli uni sugli altri, via via che diventiamo più forti nel comandare, non siamo più capaci di obbedire. Perciò prima non ci fu mai neppure il pericolo che fosse fondato uno stato di quel tipo.

[7] Ipse Plato numquam suas leges sanciri posset speravit nisi tyrannus quispiam populum eis uti coegisset, qui se ipsius principem ita constitueret ut ipso vivo in hac libertate popolus assuesceret. Aperte namque ait, nisi quis tyrannus in hac voluntate reperiatur, leges suas absque civitate futuras. Quare qui civitatem Venetam fundarunt, tanto ceteros omnes homines omni virtutis numero civilique scientia vicerunt quanto non a tyranno compulsi, sed a se ipsi inducti Platonice civitatis effigiem in rem ipsam verterunt. Et quod nullum mirandi excessum relinquit, multo meliorem etiam quam ipse dicit, vir Iove quoque ipso, ut gentiles dicerent, eloquentior, condiderunt.

[7] Lo stesso Platone infatti non ha mai sperato che fosse possibile attuare le sue leggi se non in presenza di un tiranno che costringesse il popolo ad adottare quelle leggi, e che si ponesse come premier, in modo che durante la sua vita il popolo si abituasse a quella forma di libertà. Egli infatti dichiara apertamente che, nel caso in cui non si trovi un tiranno con questa intenzione, le sue leggi rimangono senza città. Per questo motivo i fondatori della Veneta Repubblica tanto più si sono dimostrati superiori a tutti gli altri uomini in ogni tipo di virtù e per la pratica politica, quanto più non sono stati spinti da un tiranno, ma si sono condotti autonomamente a tradurre nella realtà l'immagine dello stato platonico. E lo stupore non è certo eccessivo: infatti essi fondarono uno stato di gran lunga migliore di quello di cui parla lo stesso Platone, che, come direbbero i Gentili, è più bravo di Giove in persona.

[8] Nam ut cetera, ne longior sim, pretermittam, hec ipsa capita que perstrinximus quanto prestant! Princeps non ad annum sed ad vitam eligitur, non solum ut peritia et usu polleat, verum etiam ne reipublice maiestas in mutandis quot annis principibus deiici atque labi videatur. Optimates divinarum rerum atque humanarum peritia prediti, pietate ac religione in creatorem precipui, quorum facilitas et humanitas in omnes cognita sit, in senatum eligitur, ut sicuti nomen ipsum ostendit, digni esse videantur qui rogentur sententiam. Popolus vero ipse nonne huiusmodi est ut collatione quidem ad senatores populus, re autem ipsa, si quales singuli sint qui comitia petunt consideres, non multitudo confusa nec vulgus ignavum aut seditiosum, sed patricii omnes ac senatores esse inveniantur?

[8] E pur volendo tralasciare altre considerazioni per non dilungarmi troppo, quanto straordinari sono già gli spunti fin qui accennati! Il doge viene eletto non con carica annuale ma a vita, non solo perché in questo modo può esercitare il potere facendo tesoro della sua propria esperienza, ma anche perché la grandezza e solidità della Repubblica non sembri minacciata o diminuita dal cambio, ogni tanti anni, della figura del doge. I patrizi, esperti di questioni religiose e civili, animati da singolare devozione e fervore religioso verso il creatore, di cui siano universalmente riconosciute l'abilità e la cultura, sono eletti in senato, perché come rivela il nome stesso, si ritiene che siano degni di essere consultati. Il popolo dal canto suo non è un partito contro i senatori, ma nella realtà dei fatti, se guardi alle singole persone che si candidano, non è una moltitudine confusa, né una massa informe e sovversiva, ma scopri che sono tutti patrizi e senatori.

[9] Hoc quippe novum atque inauditum nec humanum, sed divinum vobis solis contigit donum, quod omnes patricii ac senatores estis et omnes vicissim quasi in populum redundatis. Ita fit ut soli et imperare et parere iuste ac humaniter sciatis. Sic Veneti a Platone quidem semina quedam ordinande civitatis cepisse nec aliorum qui ante ipsos fuerunt exempla contempsisse et a se ipsis meliora illustrioraque adeo peperisse ac re ipsa consumasse inveniuntur ut siquis omni ex parte optimam rempublicam mente confingat, non aliam fingere possit quam Venetam. Nullum enim excessum, quoad prestantius via detur, reliquistis.

[9] Un dono senza precedenti, non umano ma divino, toccò a voi soli: siete tutti patrizi e senatori e vicendevolmente tutti rifluite in certo qual modo nel popolo. Così a voi soli accade di saper comandare e obbedire in modo giusto e civile. Cosi si viene a scoprire che i Veneziani hanno preso da Platone alcuni semi per dare una costituzione alla loro città, che non hanno disdegnato gli esempi di altri che vennero prima di loro, e tuttavia hanno partorito e portato a perfezione da soli una forma istituzionale migliore e più illustre, a tal punto che se chiunque da ogni parte del mondo si mette a pensare alla forma costituzionale migliore possibile, il suo pensiero non potrà che rivolgersi alla figura di Venezia. Voi non avete lasciato nulla di intentato purché la via fosse tracciata nel modo migliore.

[10] Arachnearum tellas puerorumque ludos audire mihi videor cum excellentes veterum civitates in medium afferuntur. Quid enim? Atheniensiumne populum Venetis comparabimus? Nolo a diuturnitate illius imperii quam brevissima vestigium capere ne id fortune potius quam reipublice culpa fuisse videatur. Illud dico: furiosum illum popolum non bonis imperium institutis quaesiisse, sed paucorum eximia virtute regnasse, in quos post accepta maxima beneficia adeo seviebat ut non minus preclara imperatorum suorum facinora quam ipsorum in eos furor predicetur. Sic confusus ille popolus et, ut Plato dicit, nihil aliud erat quam popolus.

[10] Quando si prendono in considerazione le gloriose forme costituzionali degli antichi mi sembra di sentir parlare dei fili di Aracne o di giochi da bambini. Perché? Vogliamo paragonare gli Ateniesi ai Veneziani? Non voglio prendere spunto dalla brevissima durata di quell'impero perché non sembri che essa sia stata dovuta al caso piuttosto che a un difetto costituzionale. Questo voglio dire: quel popolo dissennato ottenne il potere non servendosi di buoni organi istituzionali, ma lo esercitò fondandosi sull'eccezionale qualità di pochi; e una volta che i più alti privilegi si concentrarono nelle mani di questi, a tal punto il popolo si incrudelì contro di loro che i misfatti compiuti dai capi non sono meno famigerati dell'accanimento popolare. Così quel popolo fu disorientato e, come dice Platone, non era altro che popolo.

[11] Lacedemoniarum libertas diutius duravit, sed nec navalia gloria valuit nec dignitate imperii maiestate digna perfulsit et cupiditate vincendi semper inflammata nulla in re alia quam in acie valuisse comperitur. Romana respublica magna quidem illa, sed non diuturna libertas, quia nunquam eadem pene constansque in se fuit, sed chamaleontis more quotidie alia atque alia ut non ab unitate civitatis, sed ab urbe una et uno loco unum illud imperium fuisse videatur. Ita dum quotidie mutaretur semperque divisa esset, numquam una civitas fuit.

[11] La libertà degli Spartani durò più a lungo, però non si distinse né per glorie navali, né brillò per l'autorevolezza della sua potenza, ma incendiata continuamente dal desiderio di vittoria si dimostrò valida solo sul campo di battaglia. Lo stato di Roma fu certo potente, ma la libertà non durò a lungo poiché non fu quasi mai stabile; ma come un camaleonte, di giorno in giorno mutante, sembrava che quel potere non fosse espressione di una popolazione in sé coesa e coerente, ma sempre e soltanto di una città, unico fulcro accentratore ed emanatore del potere stesso. Così mentre di fase in fase si trasformava, rimanendo pur sempre divisa, non assunse mai la fisionomia di una forma costituzionale espressiva di un unico stato.

[12] Unde ipse dubito si civitas illa sit appellanda in qua nemo domi quiete poterat vivere, ubi intestina semper bella seditionesque viguerunt ut externa bella plerumque loco pacis susciperentur et multi quo quietius vitam agerent militiam proficiscerentur. At vero Veneta Respublica, iustitie domicilium, pacis magistra, numquam bella nisi pro pace suscepit; numquam bella cum pace commutavit.

[12] E per questo io ho forti dubbi sul fatto che possa essere un vero e proprio stato, quello in cui nessuno poté vivere nella quiete della pace, dove in ogni momento si ebbero numerosi focolai di guerre civili e sommosse, al punto che per lo più le guerre esterne furono intraprese come succedanee della pace e molti si arruolavano per vivere più tranquillamente. Invece la Veneta Repubblica, casa della giustizia, maestra di pace, non intraprese mai guerre se non per la pace, e non scambiò mai lo stato di guerra con la pace.

[13] Nam iam ultra quam decies centies annis in amplissimo terra marique imperio, quod ab ultimis Adriaticis maris secessibus ad extremam Greciam semper patuit, quod ad magnam nobilioremque nunc partem Italie patet, cuius opes, potentia, copie tantum et dei favore et virtute creverunt ut nihil addi posse videatur, nulla factio, nulla seditio, nullum dissensionis vestigium fuit, que omnia sic omnem admirandi locum excedunt ut nihil aliud quam stupere cum silentio reliquatur. Quare si unum illud breviter perstringam, cursum orationis ad propositum revocabo.

[13] Infatti sono più di mille anni che nel vastissimo dominio terrestre e marino, che si estende dai più lontani recessi dell'Adriatico fino alle propaggini più estreme della Grecia, che comprende una grande parte della penisola italiana, la più nobile, le cui risorse, potere e mezzi crebbero solo grazie al favore e alla forza di Dio, in modo che nulla vi si possa aggiungere e non ci sono né fazioni, né sommosse, né alcuna traccia di dissenso; sono più di mille anni dicevo che tale dominio sembra essere perfetto. Tutto ciò va al di là di ogni possibile ammirazione: non si può reagire di fronte a tutto ciò che rimanendo in attonito silenzio. Però se solo brevemente provassi a riassumere questo per sommi capi, già rinuncerei al mio iniziale proposito di brevità.

[14] Omnes quibus Veneta Respublica gubernatur, qui post principem in patrum et populi ordines distributi esse videntur quique vicissim hos ipsos ordines subeunt, reges re ipsa mihi videntur. Nam et regum more vivunt et dignitateatque auctoritate regibus non cedunt, usu vero peritiaque rerum et divinarum et humanarum etiam reges ipsos excellunt. Quasobres non humano consilio sed veri dei metu, non hominum iudicio, sed divina providentia et civitatem statutam et urbem in medio mari preter opes et cogitationes hominum conditam, nisi qui Venetias non viderit, nemo certe negabit.

[14] Tutti quelli che sono impegnati nel governo della Veneta Repubblica, i quali, dopo il doge, sembrano essere distribuiti tra le classi dei patrizi e del popolo, e quelli che si avvicendano in queste classi, mi sembrano di fatto dei sovrani. Infatti vivono secondo il costume dei sovrani e non sono inferiori in dignità e autorità ai sovrani stessi, ma tuttavia superano gli stessi re per la loro esperienza nella gestione degli affari umani e divini. Per tutti questi motivi nessuno, se non chi non abbia visto Venezia, oserà negare che non per decisione umana ma per timore del vero Dio, non da un progetto degli uomini ma ad opera della Divina Provvidenza è stata istituita una costituzione e fondata una città in mezzo al mare al di là di ogni risorsa e umana possibilità di progettazione.

(15) Huic ergo divine reipublice que de celo ad nos lapsa est, ego laborem quantulumcumque hunc meum per te offerre dedicareque statui. Nam cum necesse mihi sit uni hoc opus dare per quem in certos quoque omnes ac in ipsam Rempublicam redundet, cui potius quam Francisco Barbaro, viro genere, doctrina, prudentiaque precipuo, et ipsius reipublice optimo senatori, attribuendum est, presertim cum hec mea Latina studia ortum abste acceperint? Tu enim post deum causa fuisti ut Grecia in Italiam venerim et Latinis litteris operam dederim.

[15] E dunque a questa divina Repubblica, che è calata a noi giù dal cielo, io ho deciso di dedicare e offrire, tramite te, questa mia fatica per quanto piccola sia. Visto che è inevitabile che io consegni fisicamente questa mia fatica a una sola persona che abbia la possibilità di farla conoscere a tutti in tutta la Veneta Repubblica, a chi affidarla meglio che a Francesco Barbaro, nobile per stirpe, cultura e saggezza, nonché valente senatore della repubblica, tanto più che grazie a te sono stato iniziato agli studi latini? Tu infatti, dopo Dio, sei responsabile della mia venuta in Italia dalla Grecia, e della mia dedizione alle lettere latine.

[16] Ita fit ut reipublice in qua natus educatusque et tibi per quem, ut ita dicam, renatus sum hoc opere gratias feram, si non dignas, at quantas possum. Accedit quod doctrina tua tum Greca, tum Latina non postulat solum, sed etiam flagitat ut quid in linguam Latinam ex Greca de republica presertim eaque Veneta versum sit non antea in publicum exeat quam tuo iudicio nixum mordaces possit linguas effugere. Preterea illud me ita facere impulit quod tua dignitas inter primos iam optimatum sedeat et optime reipublice pro virili optimatum parte gubernacula teneat.

[16] Perciò con questo mio lavoro io ho modo di rendere grazie, non abbastanza degnamente ma per quanto mi è possibile, alla patria in cui sono nato e sono stato educato e a te grazie al quale, per così dire, sono nato una seconda volta. Inoltre la tua competenza sia nelle lettere latine che in quelle greche domanda e anzi pretende che tutto quello che è stato tradotto dal greco al latino riguardo alle forme costituzionali e in modo particolare alla Veneta Repubblica, non sia reso pubblico prima che mi sia avvalso del tuo giudizio e possa sfuggire le lingue mordaci. Inoltre mi ha spinto ad agire in questo modo il fatto che la tua autorevolezza siede accanto a quella dei più prestigiosi patrizi e sei impegnato al governo per la parte degli aristocratici.

[17] Quasobres, vir illustris, hoc opus tibi et per te reipublice Venete dedicatum ita libenter suscipias, oro, ceterosque id facere auctoritate tua persuadeas ut ego libenter offero. Et me, si Platonis tui divinam eloquentiam assecutus in traducendo non sum, sub auctoritatis tue defensione delitescere patiaris. Nam id tanto facilius facere tu potes quanto utriusque lingue doctrina excelles et vertendi hoc munus optime ab adolescentia experssisti.

[17] Per questi motivi, illustre senatore, accetta di buon grado questo lavoro dedicato a te, e tramite te, a tutta la Veneta Repubblica, te ne prego, e con la tua autorevolezza persuadi anche gli altri ad accettare questa mia fatica di buon grado come io la offro. E se nella mia traduzione non ho eguagliato la divina eloquenza del tuo amato Platone, permetti che io possa trovare rifugio sotto la difesa della tua stessa autorevolezza. Infatti a te tanto più è permesso fare questo perché eccelli in entrambe le lingue e fin dalla giovinezza hai dato ampia prova delle tue straordinarie doti di traduttore.

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