"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

1 | settembre 2000

9788894840001

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NEWS | settembre 2000

Presentazione di: Salustio, Sugli dei e il mondo, edizione con testo greco a fronte a cura di Riccardo di Giuseppe, Adelphi, Milano 2000

Una recente riedizione di un testo chiave per la confluenza della religione della tarda paganità nel cristianesimo, mediante il filtro del misticismo. Nella preziosa introduzione viene riconsiderato lo schema del conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel IV sec. d.C., ridefinendo i concetti di educazione, di cultura e di religione che hanno opposto dialetticamente questi due mondi, nel tormentato periodo del declino dell’impero. In termini esplicitamente warburghiani viene sottolineato come la cultura classica abbia costituito l’ostacolo e insieme il veicolo del cristianesimo, fornendo modelli, parole, immagini, simboli che hanno legittimato la vita postuma dell’antico. La cultura classica era in realtà già dilacerata, pronta ad essere tràdita, ma anche tradita, perdendo l’originaria unità di valori e forme. A questa scissione si oppone Salustio. La figura del filosofo, stretto collaboratore e amico dell’imperatore Giuliano ‘l’Apostata’, ci viene restituita vividamente da Di Giuseppe, all’incrocio tra la prosopografia giulianea e la storia letteraria, tramite la testimonianza iconografica di un contornato, medaglia celebrativa destinata a commemorare non solo uomini politici, eroi o divinità, ma anche grandi figure della cultura: una paideia intesa dunque come attività militante, cosciente impegno di trasmissione dei valori di una classicità che proprio a partire dai suoi epigoni comincia a definirsi tale. (Giulia Bordignon)

Presentazione di: Aby Warburg, The Renewal of Pagan Antiquity. Contribution to the Cultural History of the European Renaissance, introduction by Kurt W. Forster, Los Angeles, 1999

Il grave ritardo nella traduzione inglese degli scritti di Warburg è compensato dalla recente edizione americana promossa da alcuni collaboratori del Getty Research Institute for the History of Art and Humanities, diretto fino a pochi mesi fa da Salvatore Settis. In una veste di notevole pregio vengono presentati tutti i saggi dello studioso (editi nel 1932 nella raccolta Die Erneuerung der heidnischen Antike) con un ampio corredo di appunti, in gran parte inediti, e di immagini tratte dall’Atlante della Memoria. L’introduzione di Kurt Forster traccia un quadro esauriente della biografia e delle opere di Warburg, rivalutando l’importanza del metodo innovativo e ripercorrendo la fortuna critica e l’eredità del suo lavoro. L’edizione riscatta la lezione metodologica del maestro dalle riduzioni e semplificazioni di matrice panofskyana, nonché recupera la tensione ermeneutica dell’insegnamento di Aby Warburg, attraverso i testi originali e grazie a un felice apparato che coniuga in “nozze alchemiche” immagini e parole. (Monica Centanni)

Presentazione di: TITUS, regia di Julie Taymor, sceneggiatura di Julie Taymor (da Titus Andronicus di William Shakespeare), USA 2000

Un'operazione scenografica nuova, kitsch ma geniale, grandguignolesca ma affascinante. Se l'antico non fosse passato, se l'Impero Romano si fosse trascinato stancamente fino al XX secolo, la cupa tragedia di Tito Andronico e della sua famiglia avrebbe potuto normalmente compiersi in una Roma degli anni '30, dove convivono centurioni e automobili, imperatori e microfoni, terme e asfalto e dove coesistono Colosseo, EUR, Pantheon. Gli spolia antichi vengono ricomposti in una scenografia cronologicamente eclettica: ciò rende godibile un film tratto dalla tragedia forse più noiosa di Shakespeare. Non un recupero, non una riemersione di segni e simboli, ma una continuità artificiale dell'antico; lo spirito che emana dal film è certo più vicino alla Bisanzio del 1400 che alla Roma del Rinascimento. Anzi è la rappresentazione di una storia fatta con i “se”, di un mondo possibile se Bisanzio non fosse caduta e l’Impero romano non fosse finito nel 1453. E se quindi il Rinascimento non avesse avuto occasione di sorgere. (Paolo Tonin)

Presentazione della mostra: Kazmir Malevich e le sacre icone russe, Palazzo Forti, Verona

Attraverso un percorso immediato e di forte impatto visivo, la mostra di Palazzo Forti riesce a rendere bene ciò che promette: esemplificare la vicinanza delle ricerche figurative e delle sottese teorie estetiche di Malevich, non solo ai grandi artisti e alle avanguardie europee, ma soprattutto alla sua tradizione culturale, alle sue radici orientali e popolari. Una ricca esposizione di più di cento opere consente di comprendere e ripercorrere l’iter mentale dell’artista dai primi esperimenti cubisti agli ultimi anni di ritorno al figurativismo. Ma ciò che sorprende e affascina maggiormente è l’accostamento di antiche icone tradizionali russe ai più famosi quadri di Malevich; sono evidenti le persistenze e ricorrenze di cromatismi, di geometrie compositive, addirittura di scelte iconografiche, pur nella lontananza dei linguaggi stilistici. La semplice giustapposizione di icona e quadro rende percepibile con un solo sguardo il mondo interiore e la memoria culturale che tracciano le coordinate dell’originalità di quest’opera.Il teosofismo di un altro grande artista russo, Kandinskij, nasce dalla crisi della percezione del visibile e dalla decostruzione dell’immagine che già si era avviata con gli Impressionisti; lo spiritualismo suprematista di Malevich invece parte proprio dal rapporto antico e complesso del mondo russo con l’arte giungendo comunque a una sintonia con il pensiero estetico europeo.Per Malevich il traguardo dell’astrattismo, inteso come unico linguaggio artistico capace di esprimere l’Assoluto, l’Essenza non-oggettiva del reale al di là dell’empirismo figurativo e naturalistico, è immediatamente riconducibile alla teologia e all’estetica delle icone russe. Nella scelta e nella canonizzazione di un linguaggio “antianatomico, icastico e geometrizzante”, l’arte di Malevich, come le icone, supera i limiti della rappresentazione figurativa per lasciare spazio all’emergenza del contenuto: la forma si assolutizza e rinuncia a se stessa nella ricerca della somma verità spirituale. Prendendo a fondamento questa visione estetico-teologica, se pur laica, l’arte di Malevich si discosta fortemente dalle proiezioni costruttiviste e neoplastiche, che nella ricerca puramente formale e razionale di equilibri geometrici e cromatici arrivano a eliminare il significato, l’intenzione espressiva dell’opera.L’arte per Malevich è invece la porta della conoscenza, lo svelamento dell’archetipo, proprio come la Porta Regale nelle iconostasi. (Maria Bergamo)

Presentazione di: J. Hillman, Politica della bellezza, a cura di F. Donfrancesco, Moretti & Vitali Editori, Milano 1999

Una nuova pubblicazione conferma la continua attenzione che la cultura italiana con riconoscenza presta a chi ha saputo rivolgersi ad essa centrando al cuore pulsante della sua tradizione. Un filo conduttore intreccia questa raccolta di saggi: è la percezione visionaria dell’Anima mundi che l’antica sensibilità del neoplatonismo rinascimentale può ancora donare a chi oggi è capace di farsi persuadere del valore di una controeducazione. La dimensione politica è l’inevitabile più recente sviluppo di una teoria che recupera, con tutto l’ampio raggio delle sue profonde implicazioni, l’antico senso della parola greca aisthesis. Si tratta di un recupero che Hillman, fedele al percorso che guida tutta la sua produzione, conduce nell’acuta comprensione delle attuali necessità terapeutiche: la cura dell’Anima per risvegliarsi dai tragici ottundimenti di una troppo comune an-estetizzata modalità di stare al mondo. (Daniela Sacco)

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