"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

50 | luglio/settembre 2006

9788898260966

titolo

Psicoanalisi e sapienza greca 

Recensione a: Umberto Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Feltrinelli, Milano 2005

Daniela Sacco

In questo bel saggio Galimberti ci propone una summa del suo pensiero: raccolte le fila di tutti i suoi precedenti contributi, li elabora in una nuova sintesi, che ha come esito supremo la pacificazione del filosofo con lo psicologo. Ma il prezzo di questa pacificazione è la radicale messa in discussione della psicoanalisi. Una messa in discussione che si distingue per profondità nell’arena chiassosa del processo in corso alla giovane, ma già diagnosticata morente, disciplina inaugurata da Freud. La commemorazione dei 150 anni della nascita del suo fondatore, celebrata quest’anno in molte capitali del mondo, se non mette a tacere la realtà della sua crisi è un'importante spia della complessità della questione, di cui non si può evidentemente avere un giudizio unilaterale. 

La dichiarazione della morte della psicoanalisi appare in contrasto con i segni della sua vitalità: misconoscendo l’ambiguità della sua origine e della sua genesi disciplinare, che si pone sul confine tra studio e cura della psiche, si dimentica il duplice volto costitutivo della sua natura. Alla duplicità propria della scienza dell’anima non sembra però rendere sufficiente giustizia la pur lucidissima analisi di Galimberti. Secondo il filosofo, ciò che rende oggi inefficace la psicoanalisi è il suo essere fin troppo complice degli stessi meccanismi che, nella nostra società, generano malattia, ossia quell’assenza di senso che attenta all’orizzonte della realtà che viviamo. 

La psicoanalisi, dimentica delle sue origini in seno alla filosofia romantica, dimentica dei padri Schelling, Schopenhauer, Nietzsche, si è resa sempre più affine ai presupposti ideologici dell’età della tecnica, che annulla l’umana autenticità del desiderio e della domanda del senso dell’esistenza, per farla tacere nell’adeguatezza, come mero strumento, alla funzionalità del sistema. 

La psicoanalisi ha negato le sue radici filosofiche con l’obiettivo di guadagnare l’autorevolezza dello statuto scientifico proprio delle scienze della natura, ma così facendo ha perso la possibilità di comprendere l’uomo, e con l’uomo il limite che costituisce per definizione, rispetto all’antiumano, il divino. Ha perso di vista l’umano, ossia la peculiarità di dispiegarsi come intenzionalità nel mondo, come modalità di volta in volta differente di essere nel mondo, e ha inteso così la soggettività come objectum, quellares extensa che un altrettanto impersonale cogito cartesiano pone come unica realtà conoscibile in quanto controllabile dal metodo matematico. La pretesa scientifica d’altronde è assolutamente coerente – se non addirittura l’esito inevitabile – alla tradizione giudaico-cristiana, in seno alla quale la psicoanalisi è inscritta: una tradizione che intende il dolore e la malattia come ciò che deve essere eliminato, come frutto degenerato di una colpa originaria e da cui è nata la fede nella cura, la volontà di guarire, la pretesa terapeutica di cercare la causa del male per portarvi rimedio, salvezza.

Ma – e questa è la grande obiezione che sferra Galimberti contro la psicoanalisi e la visione del mondo che la sostiene – la cura rappresenta l’etica della salute e della salvezza di contro alla necessità, all’ineluttabilità del tragico. Per il pensiero tragico non c’è male che possa essere estirpato; il dolore, la malattia non sono effetti di una colpa ma, costitutivi dell’esistenza, alimentano la vita. Per uno sguardo capace di una visione d’insieme la morte e la vita si susseguono senza fine secondo il ritmo implacabile del divenire, delle infinite metamorfosi della natura, e tragico, secondo la lezione nietzscheana, è lo sguardo capace di sostenere tale vista, di travalicare bene e male per godere della vita nella pienezza della sua crudeltà.
Si tratta allora di recuperare quella visione del mondo in grado di contemplare lo spettacolo di crudeltà e bellezza che il divenire, la legalità propria della natura, offre, e che storicamente è appartenuta alla sapienza degli antichi Greci. Con questa visione si tratta di recuperare uno stile di relazione col mondo, un modo di percepire la natura e di percepirsi in relazione alla natura: si tratta in definitiva di ridefinire i limiti, i confini dell’umano. E, con i confini e i limiti, l’ordine che regola la posizione dell’uomo nel cosmo e la giusta misura con cui l’esistenza può essere vissuta e interpretata.

Se, come ci racconta Galimberti sulle orme di Nietzsche, Platone ha avviato quel dualismo che troverà destinalmente nell’Occidente una progressiva e implacabile estremizzazione, ed è pertanto il primo responsabile dell’alterazione di questa sproporzione, quale Grecia potrà essere recuperata, quale Grecia sarà modello da guadagnare per ritrovare la misura perduta? Forse possiamo rispondere che, se è la sapienza del logos a dare la risposta, se è la filosofia la sola a poter soddisfare la domanda di senso, allora a riempire il vuoto di senso sarà il logos interprete del mito, la sapienza che si nutre delle rappresentazioni del mito, e non la sua cristallizzazione nell’ordine concettuale della ragione. Le storie degli dei e degli eroi ci insegnano quanto bella e terribile possa essere l’esistenza: nel turbinio delle loro alterne vicende, nell’infinita varietà dei casi in cui si trovano coinvolti, nelle passioni che ciascuno di essi secondo il proprio daimon mette in scena, rappresentano di riflesso le multiformi possibilità di agire e patire date all’umano, nell’implacabilità del flusso del divenire.

Ma la psicoanalisi non ha rappresentato forse, nella storia della cultura occidentale, un esempio di ripresa e riutilizzo del mito classico? Se è giusto affermare con Galimberti che la disciplina inaugurata da Freud è inscritta nella tradizione giudaico-cristiana e collude con la ratio del sistema della tecnica, è pure giusto riconoscere all’atto della sua nascita una tendenza ‘controcorrente’ di apertura al pensiero mitico e simbolico. Quindi al tempo stesso un canale di recupero della tradizione classica che oggi può sopperire i vuoti di senso e rispondere all’istanza, al desiderio di politeismo che un tempo, come ha ben visto Nietzsche, è stato soddisfatto dallo ‘specchio trasfiguratore’ degli dei olimpici, e che la tradizione giudaico-cristiana non è costitutivamente in grado di soddisfare. 
Questo secondo aspetto della psicoanalisi ha senza dubbio a che fare con le sue origini romantiche, e con lo smascheramento del potere della ragione che la filosofia romantica ha compiuto, ma più radicalmente può essere rinconosciuto nella sua natura essenzialmente mitopoietica inscindibile dall’oggetto delle sue attenzioni: l’anima. 

La psicoanalisi deve cercare la sua dimora quindi in quei luoghi imaginali e, storicamente, in quei contesti culturali in cui il mito e la cura dell’anima hanno avuto la priorità su altre visioni del mondo, nella misura in cui hanno rappresentato un recupero della visione classica del mondo. Questa lettura della psicoanalisi ha i suoi principali referenti nella teoria degli archetipi dell’inconscio collettivo di Jung e nella teoria archetipale del suo erede James Hillman, entrambe significativamente criticate nello scritto di Galimberti come derive di un determinismo culturale.

Ma il mito non può tornare senza i suoi tipi: come si offre nella ricchezza della variazione dei suoi personaggi e delle vicende che narra, così fornisce i modelli, le invarianti che permettono all’umano il riconoscimento per analogia, la possibilità di specchiarsi, proprio in virtù della somiglianza individuata nella differenziazione. Entro un orizzonte attuale di senso che chiede la comprensione del molteplice in tutte le sue sfaccettature, il mito e i suoi archetipi soddisfano proprio l’esigenza fondamentale di ricucire la disarmonia, di ricomporre la relazione universale, ossia la composizione delle parti con il tutto, del particolare con l’universale: quella dimensione cosmica che Galimberti riconosce nella misura greca e che il mondo contemporaneo sembra avere inguaribilmente perso. 

La teoria degli archetipi inaugurata da Jung ha la sua ragione d’essere proprio nel tentativo di ricostruire il bilanciamento delle parti con il tutto, della molteplicità con l’insieme e l’unità, nel ricongiungimento dell’individualità con il molteplice universale; e le speculazioni che ne sono seguite rispondono alla stessa esigenza, quella di ridefinire la linea dell’orizzonte, di ridisegnare i limiti tra quanto è umano, naturale e divino, e con ciò di rimodellare la collocazione dell’uomo nel mondo. Se il piacere del vivere è il senso di un’esistenza colta in tutta la sua inguaribile crudeltà, e la misura è il metro dello sguardo che sa posarsi su di essa, la via che conduce alla misura è imprescindibile dalla ridefinizione dei parametri che definiscono la collocazione dell’uomo nel mondo rispetto ai mutamenti epocali che ne accompagnano la presenza.

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