"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

50 | luglio/settembre 2006

9788898260966

titolo

Politica delle immagini

Recensione a: Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino 2006

Daniele Pisani

Pubblicato in Germania nel 1987, Augusto e il potere delle immagini era già uscito in italiano nel 1989 per Einaudi; se ora se ne segnala la recente riedizione da parte di Bollati Boringhieri è per il carattere meritorio dell'operazione editoriale.

Il tema intorno a cui Paul Zanker fa ruotare il saggio è l'intreccio di politica e cultura, e in particolar modo il ruolo svolto dalle arti figurative nelle varie fasi della politica augustea. All'interno di un vasto spettro di possibilità interpretative, che in astratto oscilla tra quella di una determinazione delle forme artistiche da parte del potere e quella di una loro reciproca indipendenza, Zanker assume una posizione complessa e articolata. E se è vero, com'egli stesso è solito dichiarare, che la sua indagine ha avuto come spunto di partenza l'ipotesi di un uso propriamente "propagandistico" delle immagini all'interno della politica augustea, è certo che quanto emerge dalle sue ricerche delinea invece un quadro estremamente sfaccettato.

La conclusione cui Zanker giunge è infatti che, per l'arte della prima epoca imperiale, di propaganda vera e propria sia improprio parlare. Eppure, lo stesso autore non si stanca di insistere a proposito della portata intrinsecamente politica di una vasta serie di immagini che – in parte già durante le lotte politiche che conducono Augusto al potere, ma soprattutto nel corso del suo lungo principato – si diffondono capillarmente in tutto l'Impero, a partire dall'epicentro di Roma. Di immagini si tratta, e non di forme, come implicitamente sottolinea Zanker impiegando già nel titolo, Augustus und die Macht der Bilder, il vocabolo "Bild": vuoi di ritratti stereotipi dell'imperatore e dei suoi familiari esemplati su modelli 'classici', vuoi di specifici edifici – quali un particolare tipo di templi, immediatamente riconoscibili per l'altezza del podio su cui si ergono e per la ricchezza dell'apparato ornamentale – o, invece, di determinati motivi ornamentali. Proprio in questi ultimi il carattere intrinsecamente politico dell'arte augustea emerge, a giudizio di Zanker, in maniera esemplare. In virtù della loro vastissima diffusione, nei monumenti a diretta committenza pubblica come negli oggetti di mero uso privato, i principali e più diffusi motivi ornamentali dell'arte del primo Impero – rostri, tripodi, bucrani, girali, sfingi, strumenti rituali, etc. – acquistano un significato sempre più generico; eppure, non perdono mai del tutto il loro potere evocativo. L'evocazione ruota intorno a un nucleo che è tutto politico: al rinnovamento culturale, e in primis religioso, su cui si fonda, nella sua aura mitica, il principato di Augusto. I motivi ornamentali, allora, pur risultando sempre più dimentichi delle loro premesse ideologiche, continuano ciò nondimeno a veicolarle, a bassa intensità, forse, ma per contro capillarmente. 

Qui sta forse il centro di Augusto e il potere delle immagini. Nel capitolo dedicato a Le nuove immagini e la vita privata, Zanker si interroga sulle ragioni per cui anche nell'arte privata viene non di rado reso omaggio ai dettami ufficiali. È evidente che tali dettami non sono imposti, e non possono essere attribuiti a un diretto controllo o a pressioni da parte delle autorità. Come se ne spiega allora l'adozione? La risposta, a giudizio di Zanker, sta proprio nel carattere delle immagini augustee: immagini che, nonostante il deliberato impiego politico cui sono strumentalizzate, riescono esemplarmente a cogliere e a reinventare – veicolandole – le esigenze di un'intera epoca, e che riescono in questo intento proprio in virtù della loro relativa genericità. Questo non significa che lascino spazio per interpretazioni altre da quelle per cui sono originariamente intese, quanto piuttosto che il loro messaggio tende a perdersi, a farsi – per dirla con un anacronismo – 'subliminale'. Ed è pertanto proprio per questa ragione che, in virtù della progressiva rinuncia all'articolazione narrativa e all'inequivoca identificazione delle figure e dei motivi impiegati, l'arte imperiale si diffonde capillarmente, e non per un'imposizione dall'alto ma, piuttosto, prima come segno distintivo dei seguaci del principe, quindi come status symbol, e infine come lingua in cui riconoscersi tutti, come lingua parlata. Il successo della politica augustea delle immagini, allora, consiste proprio nella sua capacità di imporsi come la lingua dell'immaginario – una lingua a tal punto egemone da prevedere addirittura e segnalare l'altro da sé, il "fuori": quei pochi ambiti, detto in altri termini, in cui è lecito derogare alla convenzione retorica delle immagini ufficiali.

Con le armi della filologia, pertanto, Zanker s'interroga su un tema scottante come il carattere intrinsecamente ideologico e politico delle immagini – e tale anche al di là delle direttive impartite da un certo regime. Costringe così a volgere uno sguardo non ingenuo sulle vie, molteplici, del condizionamento. Oltre che il magistrale frutto della ricerca condotta da un archeologo classico, Augusto e il potere delle immagini è un libro politico.

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