"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

124 | febbraio 2015

9788898260690

titolo

I. Giuseppe Magnini, Analisi descrittiva delle tracce del rilievo perduto

Sulla facciata della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Corato, in provincia di Bari, comunemente conosciuta come Chiesa Matrice (i cui primi documenti risalgono al 1081), nella zona a sinistra del portale a ridosso del campanile è inserita una lastra lapidea in pietra calcarea di forma rettangolare di 1,88 m di lunghezza per 1,03 m di altezza, posta a 2,43 m da terra. Il perimetro della lastra è definito da una cornice e nella parte superiore vi sono tre archetti a tutto sesto.

Posizione, dimensioni e particolare della lastra lapidea sulla facciata della Chiesa Matrice

La maggior parte della superficie risulta abrasa, a esclusione dei tre archi tra i quali compaiono con diversa inclinazione due figure dall’aspetto ovoidale interrotte al centro da due spezzoni di lancia appuntita convergenti verso il centro della lastra. A un’analisi ravvicinata queste figure presentano un corpo centrale e due estroflessioni sia nella parte superiore che in quella inferiore. Esse possono essere paragonate a delle prede scuoiate e infilzate dalla lancia in senso longitudinale, come si vede dalla seguente ricostruzione.

Particolari della lapide e ipotesi di ricostruzione

Nella parte inferiore della cornice si può osservare come alcune parti risultino mancanti, mentre è possibile scorgere in un punto delle protuberanze a forma triangolare e con la punta rivolta verso il basso.

Particolari della parte inferiore della cornice della lapide

Sia nella parte centrale della lastra che in quella di sinistra si possono notare delle irregolarità della superficie, la quale risulta più grossolana (a causa della rimozione effettuata con martello e scalpello) e più annerita, mentre nelle zone non abrase la superficie risulta più uniforme. La parte di destra ha subito una abrasione molto più profonda ed e più bianca, a causa dello scolo dell’acqua proveniente dalla finestra presente nella parte superiore della chiesa.

La superficie annerita ha creato un’ombra, definendo una parte centrale con due prolungamenti orientati in alto verso le figure ovoidali e una figura a sinistra più grande che sembra poggiare sul margine inferiore della cornice. Con tutta probabilità la stessa figura era presente anche a destra.

Dall’osservazione dei particolari e dai documenti ritrovati (v., infra, il capitolo di Luigi Soldano) in cui si parla di una figura umana centrale affiancata da due grifoni, si può ipotizzare che il soggetto del bassorilievo cancellato sia il “Volo di Alessandro Magno”. Nella figura sottostante è possibile osservare una ipotetica ricostruzione effettuata in modo digitale, seguendo l’inclinazione delle aste, l’ombra sulla superficie e le parti abrase sulla cornice inferiore.

Particolari evidenziati della parte annerita della lapide e ipotetica ricostruzione dell’immagine del Volo di Alessandro Magno

Si può osservare che in prossimità delle parti mancanti, sul margine inferiore della cornice, vi erano le zampe dei grifoni e si può dunque ipotizzare che i frammenti triangolari siano proprio i residui degli artigli (o della coda); inoltre le due figure ovoidali in alto non possono essere altro che le esche di animale (coniglio o maialino) presenti in tutte le rappresentazioni iconografiche dell’episodio del Volo, usate da Alessandro Magno per indurre i grifoni a volare. Questi animali mitologici vengono infatti rappresentati generalmente con la teste rivolte in direzioni opposte, nell’atto di guardare le prede. La figura di Alessandro Magno, interamente perduta, è stata ipoteticamente ricostruita sul modello di altre rappresentazioni, come quella di un imperatore con la corona seduto su di un trono, che regge in mano due lance.

Il Volo di Alessandro Magno di Corato risulta essere anche l’unico esempio su scala monumentale in cui la scena ha luogo sotto tre archi. L’unico accostamento si può fare con la scena intagliata su di un lato di un cofanetto di avorio ora conservato a Darmstadt, in cui però l’imperatore regge una sola lancia con l’esca.

Confronto tra l’immagine della scatola di avorio di Darmstadt e il bassorilievo della Chiesa Matrice

Il Volo di Alessandro Magno di Corato andrebbe pertanto ad aggiungersi a quelle rappresentazioni iconografiche del Volo presenti in altre località della Puglia come Otranto, Taranto, Bitonto (distante 26 km da Corato) e Trani (distante solo 15 km). In quest’ultima, il volo di Alessandro Magno è rappresentato nel mosaico del pavimento della Cattedrale e le due esche raffigurate sono molto simili a quelle del bassorilievo della Chiesa Matrice di Corato.

Confronto tra le esche del bassorilievo della Chiesa Matrice e quelle del mosaico della cattedrale di Trani

II. Luigi Soldano, Identificazione del Volo di Alessandro a Corato e ricognizione documentaria

L’eroe involatosi dal trittico in pietra

Per almeno cinque secoli la figura di un dio-eroe è stata visibile sulla facciata della Chiesa Matrice di Corato, dedicata all’Assunta, contenuta in una cornice rettangolare, sotto una triplice archeggiatura. Si tratta della stessa figura che campeggia sulla lastra bizantina del lato nord della Basilica di San Marco a Venezia; la stessa che compare sulla torre destra del Duomo di San Donnino a Fidenza. Entrambe grandi lastre, con il medesimo soggetto, con la differenza che a Corato il rilievo venne posizionato molto più in basso, a due metri dall’antico livello stradale, quindi a contatto di mano dei fedeli. La medesima figura, ma assai più piccola, compare anche nella ex Cattedrale di Santa Maria a Narni, oggi San Domenico, sullo stipite a destra del portale, in basso ma schiacciata tra due dei clipei con busti degli apostoli.

Come si dirà, l’iconografia, per quanto ora sia misconosciuta, è stata per secoli molto diffusa nell’arte europea e non solo: una particolarità dell’immagine di Corato è che il “dio-eroe” era inserito in un trittico, una sorta di tabernacolo definito da tre archi a tutto sesto, i cui piedritti d’imposta centrale erano forse sorretti da due colonne o paraste. Si tratta inoltre dell’unico caso in cui la figura fosse offerta alla vista su di in una facciata totalmente spoglia, osservata soltanto dalla Trinità della Deesis, cioè Cristo tra la Vergine e San Giovanni Evangelista, nella lunetta del portale scolpita nel primo decennio del Trecento.

Particolare della lunetta del portale della Chiesa Matrice di Corato

Fu dunque probabilmente nel primo decennio del XIV secolo, in occasione del rifacimento della Cattedrale in modalità gotiche, che la lastra venne posizionata dov’è attualmente. O, secondo un’altra ipotesi, potrebbe essere stata mantenuta in situ, dove forse già si trovava sin dal 1081, anno a cui risalgono i primi documenti. Sia che la lastra risalga all’epoca della fondazione della chiesa (ovvero delle prime attestazioni documentarie in nostro possesso), sia che sia stata inserita nel rifacimento successivo, possiamo ipotizzare che, comunque, dal XI al XIV secolo, tutti – clero, notabili e feudatario – conoscessero la storia che l’immagine raccontava. L’iconografia, derivata da quella indo-iraniana del dio del sole Surya, o Mitra sulla biga condotta da cavalli, poi usata dai Greci per il mito di Alessandro, era nota alle popolazioni apule che, fin dal III secolo a.C., la usarono spesso sulla loro ceramica a figure rosse. La conoscenza dell’episodio del Volo di Alessandro non è improbabile che si sia conservata almeno sino al XV secolo.

In Puglia, tranne che sul capitello sul Duomo di Bitonto, la figura di Alessandro era presente sui pavimenti musivi di ben tre cattedrali con l’onore di una didascalia: nella vicina Trani (coperta nel 1600); a Taranto (in sigla, ma anch’essa coperta come tutto il pavimento nel 1600), e infine nel celebre mosaico di Pantaleone della Cattedrale di Santa Maria Annunziata a Otranto, dove è rimasta visibile ininterrottamente dal XII secolo fino ai nostri giorni.

Nell’Inventario della maggiore chiesa di Corato, compilato nel 1599 e aggiornato sino al 1769, non si fa alcun cenno alla lastra e neppure alla facciata. È solo nel 1787 che la lastra viene menzionata per la prima volta e interpretata. A farlo è il modesto “Muratori” locale: Nunzio De Mattis, canonico e Protonotario Apostolico di Corato, nato nel 1714 e morto nel 1794, il quale, pur non essendo affatto dotato della necessaria cultura storica, paleografica e diplomatica, raccolse in una miscellanea in otto volumi una gran quantità di documenti, stampe, pergamene, bolle etc. Nel IV volume, andato perduto dopo il 1930, vi era una sua descrizione della Chiesa Matrice. Oggi se ne conserva soltanto una trascrizione manoscritta, fatta eseguire prima del 1923 dallo storico tranese Giovanni Beltrani e conservata nel fondo Beltrani della Biblioteca De Gemmis di Bari. Dopo la descrizione dell’interno, con spirito antiquario De Mattis scrive:

In qual tempo, ed anno la suddetta chiesa fosse stata edificata e costruita nella forma ora si vede, non si ha contezza, si giudica però essere antica perchè nel prospetto si vedono scolpiti in una lapide ben grande due Grifoni che dan segno di antichità.

Più oltre, parlando delle probabili modifiche subìte dalla facciata, aggiunge:

E se bene nella porta maggiore della nave di mezzo nel bastardo [si tratta probabilmente dello stipite o dell’architrave] superiore... si legge nella cornice scolpito in pietra l'anno 1524 ciò fu per essersi in detto anno rinnovato il prospetto ed abbellita la porta, vedendosi ocularmente, che la connessione delle signe [si intendono i conci], che compongono esso prospetto non si unisce con uno spontone dell'antico prospetto accanto al campanile, lasciato forse ad arte, che lega col campanile sudetto, e con la lapide in cui si vedono scolpiti i Grifoni [...] in mezzo il dio Forco.

Dopo questo punto la trascrizione degli anni venti recita tra parentesi (la nota fu aggiunta a margine):

Questi Grifoni e dio Forco sono stati un tempo dell'arciprete D. Michele Patroni Griffi cancellati perché creduti sciocchezza contrari alla decenza mentre i ragazzi ne diedero un significato puerile.

Una precedente “aggiunta al margine e posteriore nel testo originale” parla di una nuova nicchia per il busto argenteo di San Cataldo realizzata tra il 1791 e il '92 con la cura e assistenza del Dr. Don Nunzio Canonico De Mattis. Questa nota è certamente dovuta a un’altra mano. Ho quindi il sospetto che anche la nota su chi avesse fatto scalpellare i grifoni e il dio Forco non sia del De Mattis. Se fossimo in possesso dell’originale sarebbe certamente possibile sciogliere il dilemma, essendo nota sia la grafia del De Mattis sia quella del glossatore che si può a buona ragione sospettare sia l’agostiniano padre Cosma Loiodice (Corato 1830-1908) che per tanti anni compulsò e annotò gli otto volumi della miscellanea De Mattis. Fu lui, nel 1879, in una nota del volumetto Memorie storiche di San Cataldo, a dare per la prima volta alle stampe la notizia e a suggerire come fosse venuto fuori il nome del dio Forco. Scrive padre Loiodice:

È fuor di ogni dubbio, che Corato paganeggiato, bruciando incenso, scannando vittime al dio Forquo, il di cui tempio s'ergeva dove presentemente è la chiesa Matrice e nel territorio eravi il luco dell’Idolo, che fin oggi vi tiene da lui il nome di Forquetta.

È pur vero che nel testo del De Mattis, nella sua seconda citazione dei grifoni c'è una lacuna – un’abrasione o forse una cancellatura – dopo la quale continua con la frase: “in mezzo il dio Forco” che dovrebbe essere di sua mano. Riconoscendo al De Mattis la paternità dell’identificazione della divinità marina, padre delle gorgoni e delle sirene, resta da ipotizzare la genesi della trasformazione di Alessandro in ‘dio Forco’. Mi pare improbabile che l’erudito potesse aver interpretato le due aste tenute dalla figura come dei tridenti di Nettuno. Il fraintendimento, invece, potrebbe forse essere scaturito dall’antico nome della contrada ‘Forchetto’. Ma potrebbe anche, all'inverso, la contrada ad aver preso nome dal dio pagano.

È probabile che nel 1700 dovessero conservarsi su di una piccola altura dei ruderi o la loro memoria che gli eruditi dell’epoca credettero essere antichi ma di cui oggi non avanza nulla.

Indagini svolte tra il 1987 e 1991 mi hanno permesso di individuare in zona insediamenti dell’età del Bronzo (1700-600 a.C.) e di recuperare, attraverso vaghi cenni cartografici, il ricordo di una cappella dedicata a Sant'Elia. Attribuita antichità a qualcosa che doveva esser stato ritrovato sulla collinetta della contrada Forchetto, forse antichi cocci, il De Mattis ipotizzò che il nome della contrada tramandasse traccia di una antica divinità, e l’unica divinità pagana che richiamasse il toponimo era il dio Forco. Ma se il De Mattis o dopo di lui il Loiodice avessero dato una lettura più accurata ai registri delle nascite e dei matrimoni dell’Archivio Capitolare, compilati a partire dal 1584, avrebbero potuto trovare un raro agnome di un’importante esponente di famiglia coratina e questo agnome suona esattamente 'Forquette/a': il toponimo starebbe dunque a testimoniare che l’altura era una proprietà della famiglia, come per altro parrebbe confermare l’attuale presenza in loco della ‘masseria Forchetto’.

Non possiamo escludere che fosse una voce popolare a dare il nome di Forco o Forchetto al rilievo. In questo caso, più che dai due spiedi o 'forchette' (nella loro stilizzazione ricordano piuttosto uno scettro a boccioli, prodromo del giglio di Francia) che campiscono le strombature centrali tra gli archi, potremmo essere di fronte alla corruzione di un nome di qualche personaggio d’epoca: per esempio il notaio Falco, che nel novembre del 1081 verga la prima pergamena coratina in cui viene citata la Chiesa di Santa Maria Vergine; o il giudice Falcone che nel marzo del 1100 assiste i due fratelli che donano all’arciprete della chiesa due libri di cronache. Sarà comunque da notare che sia sulla scorta di queste storie di popolo o sia solo sulla base della 'autorità' del Loiodice, il racconto del dio Forco sembra trovare diverse e concorrenti conferme.

Nel 1909 lo storico Salvatore Addario nel suo libro sulla storia di Corato scrive che:

Corato ebbe in quei tempi ad adorare ed a far sacrifici, col bruciare incensi al falso dio Forco, il quale vedesi scolpito a rilievo in mezzo ad altre due Deità, sull’architrave della porta maggiore della nostra Cattedrale. Vuolsi ritenere, che sebbene detto tempio surse pagano, ed abbia avuto nelle varie epoche degli ampliamenti e modifiche, pur tuttavia si vollero far restare tali effige, nel medesimo posto ove in origine furono collocate.

Forse per difetto di una base di conoscenze storico-artistiche Addario arriva a confondere la lastra ad archetti con la lunetta del portale. O forse non si accorse neppure della stessa lastra dalla quale, probabilmente già da un secolo, erano state abrase la tre figure.

Dal concorso di tutte queste testimonianze possiamo affermare, con una certa dose di sicurezza, che l'abrasione delle figure è stata dovuta a una sciagurata opera di damnatio memoriae, forse operata da un bigotto e ignorante arciprete, o forse, sul finire del 1700, da qualche emulo dei giacobini rivoluzionari in vena di vandalismi contro i simboli della religione e della regalità.

Dobbiamo aspettare il 1930 perché un altro documento, dopo quello del De Mattis e purtroppo anch’esso irreperibile e incompleto, ci fornisca una data.

I giacobini contro il re

Nel marzo 1930, sulla neonata rivista letteraria “La Disfida”, il redattore Michele Capozza riferisce di una lettera inedita del Dott. fisico [sic!] Vitantonio Ripoli (Corato 1788-1866) riportandone soltanto questo brano:

L’altro monumento distrutto nel 1799 da una mala intesa pietà è il dio Forco scolpito in una pietra ordinaria della facciata anteriore della nostra Chiesa collegiale in un pezzo di antica fabbrica che s’innesta nella facciata anteriore del nuovo tempio. Il detto nume era in mezzo a Grifoni con i simboli che gli appartengono.

Riferimento forse quest’ultimo alle due aste, che potevano sembrare due scettri regali, di cui avanzano i puntali. Il Ripoli, che abitava nel palazzo avito nei pressi della Cattedrale, potrebbe aver avuto un ricordo personale delle figure. Prima di mettersi a discutere sulle feste in onore del dio Forco, il Capozza accenna alla voce popolare che indicava nell’arciprete Modesti l’autore della cancellazione. Ma il canonico Alfonso Modesti era stato arciprete nel primo ventennio dell'Ottocento. Ripoli forse nella lettera non ne faceva alcun cenno, ma la data 1799 e il riferimento a un altro monumento distrutto, di cui Ripoli parlava nella parte precedente della lettera, potrebbe ricondurre lo sfregio ai moti di popolo, con scontri e caduti, che coinvolsero Corato allo scoppio della “rivoluzione napoletana”.

Corato fu infatti la prima città pugliese a insorgere contro il re Borbone e a piantare il famoso “albero della libertà” nella piazza del seggio, il 31 gennaio 1799. Un gruppo di giovani repubblicani, in gran parte di estrazione borghese o aristocratica, riuscì a tenere la città, tra alti e bassi, fedele alle truppe francesi e al nobile rivoluzionario Ettore Carafa almeno sino al maggio del 1799. Sin dal 1789 i Francesi rivoluzionari nella loro patria avevano preso a distruggere non solo regge, ville e castelli, ma anche abbazie, chiese e conventi. E quindi tutti i simboli reali, aristocratici e religiosi ovunque essi fossero esposti. Fra i moltissimi monumenti e opere d’arte medievali che vennero distrutti in quegli anni, restano tracce, in un disegno e in una descrizione, di due raffigurazioni del Volo di Alessandro Magno che oggi non esistono più. Tutte le altre immagini del Volo di Alessandro, identificate più tardi nelle chiese francesi, si trovano su capitelli di colonne molto alte. Quelle distrutte erano invece a portata di martello.

Nella Francia del sud, a Nîmes, andarono distrutti i rilievi (nel 1823) al di sopra del portale della Cattedrale di San Castore, dove sulla destra vi era un Alessandro tra due grifoni accovacciati, mentre nella cittadina di Moissac, poco più a nord est, nella chiesa abbaziale di S. Pietro, venne fatto a pezzi un mosaico che, in base a un resoconto, sappiamo che raffigurava una analoga scena e il capitello del chiostro fu mutilato nelle teste del re e delle aquile-grifoni in volo. Ciò dimostrerebbe che i giacobini francesi riconoscevano ancora in questo mito un tema cristologico o regale, o comunque interpretavano l’iconografia di Alessandro sollevato in volo da aquile o grifoni come un simbolo, religioso o politico, di regalità: potrebbe dunque essere stato lo stesso spirito anticlericale e antitirannico ad armare la mano di un rivoluzionario coratino, emulo delle azioni vandaliche dei giacobini d’Oltralpe.

Ma qual era l’altro monumento distrutto nel 1799? Di certo da più fonti viene attribuito ai Francesi lo scempio del monumento eretto nel 1583 nella vicinissima contrada Sant’Elia, in ricordo della Disfida di Barletta del 1503. Una notte del 1804 un manipolo di soldati del 42° reggimento dei cacciatori francesi di stanza ad Andria si recò sul posto rompendo la lapide commemorativa con la lunga iscrizione latina. Sappiamo che lo stesso Vitantonio Ripoli in una interrogazione consiliare del 1835 chiedeva al sindaco e alla giunta di Corato di attivarsi per chiedere al nuovo Intendente il ripristino del monumento.

Il contesto di episodi vandalici intorno agli anni della rivoluzione francese ci porta a circoscrivere la data in cui il nostro altorilievo venne scalpellato nel periodo che va dal 1787 e il 1799.

L'inizio degli studi scientifici

Nel 1897-98 un giovane storico dell’arte francese, Émile Bertaux, passò da Corato e visitò la Chiesa di San Domenico, di cui poi scrisse. Certamente dovette dare un’occhiata anche alla Chiesa Matrice e forse la sua guida locale gli raccontò della tradizione riguardante quella lapide trilobata, ma i resti scampati allo scalpello non gli suggerirono nulla perché non ne troviamo nessuna menzione nei suoi scritti. La sua abilità ermeneutica rimase silente anche di fronte ad altre due rappresentazioni scolpite che egli vide nei suoi viaggi. La prima era l’Alessandro in volo su un cesto nella chiesa abbaziale di S. Maria della Strada, non lontano da Campobasso (che nel Medioevo faceva parte del territorio pugliese), che, per quanto scolpita in maniera rozza intorno al 1145-50, presenta tuttavia inequivocabilmente l’iconografia che conosciamo. La seconda era sul magnifico capitello del Duomo di Bitonto in cui la triade volante, scolpita forse intorno al 1180-90, è raffigurata per due volte su due lati del capitello, in due momenti diversi della scena: la prima volta con i grifoni che salgono al cielo, la seconda quando ritornano sulla terra.

Bertaux ebbe però il merito di riconoscere Alessandro, sciogliendone la sigla "R. AE" in "Rex Alexander", nel mosaico della Cattedrale di Taranto attraverso il disegno che fu fatto eseguire all’indomani della sua scoperta nel 1844. I resti del mosaico che non erano stati staccati dal canonico Ceci erano poi stati nuovamente ricoperti nel 1873 da un nuovo pavimento a lastre di marmo. Lo studioso tarantino che aveva fatto eseguire il disegno del mosaico nel 1888 descrisse Alessandro come la figura di un buffone con un berretto a tre corni, posto in una gabbia a mo’ di canestro dalla quale si dipartono due grifi alati.

Neppure lo studioso francese François Lenormant, assiriologo e orientalista, che nel 1879 visitò la casa museo del canonico Ceci, riconobbe il re macedone nel frammento conservato. La favola medievale continuava a essere ancora misconosciuta dagli studiosi d’arte italiani.

L’architetto romano Ettore Bernich, che a fine Ottocento condusse numerosi studi e restauri sui monumenti medievali della provincia di Bari, insieme a un folto comitato di colleghi e studiosi locali preparò un ingente numero di foto, disegni e calchi in gesso per l’Esposizione Nazionale di Torino del maggio 1898. Del capitello di Bitonto fu eseguita una foto (compare nel fascicolo stampato in quell’anno a Trani con il titolo: Nella terra di Bari, ricordi di arte medioevale) e forse un calco in gesso che, insieme a tutti gli altri, venne inviato a Torino nel padiglione dell’arte pugliese.

Fu uno studioso tedesco a riconoscere il soggetto, Hans von Gabelentz nel suo volume Mittelalterliche Plastik in Venedig pubblicato a Lipsia nel 1903. Non sappiamo se vide il capitello nella mostra di Torino o se compì un viaggio in Puglia, in contemporanea con quello di Bertaux che l’anno dopo, a Parigi pubblica la sua monumentale opera L’art dans l’Italie Méridional.

Pochi anni dopo passa da Corato uno studioso d’arte tedesco, Rudolf Pagenstecher, per occuparsi dei capitelli della chiesa di S. Domenico che descriverà nel volume Apulien, edito a Lipsia nel 1914. Ma anche lui, se mai notò la lastra, non fu in grado di identificarne il soggetto.

Intanto, nella pubblicistica locale, della lastra si continuava a parlare sempre in relazione al dio Forco. Così, nel marzo 1934, l’avvocato coratino Tommaso Venitucci nella rivista da lui diretta “La Rassegna”, si rimette alla tradizione popolare, non sappiamo se all’epoca ancora viva o che egli deriva solo dal Loiodice e dall’Addario:

È tradizione raccolta…dalle parole dei nostri vecchi, che asserivano averla udita raccontare dai loro vecchi, i quali a loro volta dicevano di averla appresa dai padri… è tradizione, dicevamo, raccolta senza vaglio dagli scrittori locali delle storie di Corato, che nei tempi del paganesimo fosse stato da noi adorato il dio Forco o Forchi e che … fino a un secolo addietro vi fosse l’effige del dio rappresentato tra due tritoni.

La variante interpretativa dei tritoni è una aggiunta originale, non derivata dalla vox populi. È chiaro che due tritoni sono più adatti ad affiancare il dio del pelago Forco, rispetto ai grifoni, come si può vedere in questa ricostruzione:

Confronto tra l’ipotetica ricostruzione dell’immagine del dio Forco e il Volo di Alessandro Magno

Nel 1959, tra i pochi resti del mosaico pavimentale di Trani, torna alla luce una figura di Alessandro tra grifoni, simile a quella di Otranto. È probabile che sulla fine degli anni sessanta Chiara Frugoni sia passata per la nostre plaghe, in preparazione del suo studio iconografico e letterario che la porterà a pubblicare gli studi più completi sul tema: nel 1973 Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem e, nel 1978, La fortuna di Alessandro Magno dall’antichità al medioevo. Ma certo non ebbe notizia della lastra di Corato, dal momento che essa non compare nel vastissimo repertorio messo insieme dalla studiosa.

Si giunge così alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, quando cominciai io stesso a occuparmene. La prima pubblicazione che dà notizia della lastra con il Volo a Corato è dell’aprile del 1991: nell’articolo Memorie dell’invisibile pubblicato nel mensile coratino “Lo Stradone”, facendo i primi confronti con la vasta iconografia e proponendo una ricostruzione grafica dell’ipotetica forma delle figure, avanzavo l’ipotesi che la figura scalpellata fosse un nuovo esemplare del Volo di Alessandro. I documenti e l’ipotesi di ricostruzione che qui presentiamo rappresentano un’ulteriore conferma della mia ipotesi: la lastra coratina va quindi ad aggiungersi al repertorio del Volo di Alessandro con i grifoni, a conferma della particolare fortuna del soggetto in terra pugliese.

Mappatura del 'Volo di Alessandro' in territorio pugliese: una galleria

Il Volo di Alessandro Magno di Trani (Barletta-Andria-Trani)
L’esistenza di un pavimento in mosaico nella cattedrale di S. Nicola Pellegrino, costruita tra il 1143 e il 1186, è attestata da varie fonti a partire dal XVII secolo: sono menzionate le figure con le iscrizioni di Salomone e di Davide. Agli inizi del Novecento ne restava solo un frammento con due cerchi, in uno dei quali, mutilato, rimane l’immagine di Salomone. Nel 1959 vennero scoperti altri grandi frammenti, specie ai lati dell’originario altare maggiore. Tra questi, datata 1160, sul lato destro, l’immagine frammentaria di Alessandro Magno portato in volo da due grifoni con la scritta “Rex Alexander” è posta al di sotto della raffigurazione del peccato di Adamo e Eva. (Bibliografia essenziale: C. Frugoni, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di un tema, Roma 1973, 289; V. M. Schmidt, A Legend and Its Image: The Aerial Flight of Alexander the Great, Groningen 1995, 177; M. Centanni, Il lungo volo di Alessandro, “La Rivista di Engramma” 76 (dicembre 2009), 12-40; M. Centanni, ‘Alexander Rex’ tra Bisanzio e Venezia. La doppia lettura ideologica del volo di Alessandro tra XII e XIII secolo, in Divinizzazione, culto del sovrano e apoteosi, tra Antichità e Medioevo, a c. di T. Gnoli e F. Muccioli, Bologna 2014, 391-426.)

Il Volo di Alessandro Magno di Otranto (Lecce)
Nella cattedrale di Santa Maria Annunziata, fondata intorno al 1080, vi è il notissimo e mirabile pavimento musivo realizzato dal prete Pantaleone nel 1163-1165, l’unico in Puglia a essere sopravvissuto intatto a vandalismi e cattivi restauri. Presenta nella navata centrale, alla base del grande albero della vita, l’immagine del Volo di Alessandro Magno, abbigliato come un imperatore bizantino, inserito come allegoria negativa, fra altri exempla superbiae puniti della storia biblica, come il peccato di Adamo ed Eva e la costruzione della Torre di Babele. (Bibliografia essenziale: C. Frugoni, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di un tema, Roma 1973, 289; V. M. Schmidt, A Legend and Its Image: The Aerial Flight of Alexander the Great, Groningen 1995, 177; M. Centanni, Il lungo volo di Alessandro, “La Rivista di Engramma” 76 (dicembre 2009), 12-40; M. Centanni, ‘Alexander Rex’ tra Bisanzio e Venezia. La doppia lettura ideologica del volo di Alessandro tra XII e XIII secolo, in Divinizzazione, culto del sovrano e apoteosi, tra Antichità e Medioevo, a c. di T. Gnoli e F. Muccioli, Bologna 2014, 391-426.)

Il Volo di Alessandro Magno di Taranto
Nel duomo di San Cataldo, fondato intorno al 1070, a metà del XII secolo il pavimento fu interamente rivestito di mosaico. Intatto ancora nel 1577, quando ne fu fatta una descrizione, esso venne successivamente ricoperto e riaffiorò soltanto nel 1844. Ne fu tratto un disegno, mentre i pezzi più belli, che erano stati strappati e conservati dal canonico Ceci, vennero poi distrutti. Il mosaico era opera di un certo Petroius e fu eseguito nel 1163-1165. All’ingresso della navata centrale era un grande riquadro con Alessandro Magno, identificato dalla scritta e rappresentato dentro un cesto, mentre, affiancato dai grifoni, regge le due aste con le prede. (Bibliografia essenziale: G. Antonucci, Il musaico pavimentale del Duomo di Taranto, “Archivio per la Calabria e la Lucania” 12, 1942, 121-132; C. Frugoni, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di un tema, Roma 1973, 294-296 e 302-303; V. M. Schmidt, A Legend and Its Image: The Aerial Flight of Alexander the Great, Groningen 1995, 176; M. Centanni, Il lungo volo di Alessandro, “La Rivista di Engramma” 76 (dicembre 2009), 12-40; M. Centanni, ‘Alexander Rex’ tra Bisanzio e Venezia. La doppia lettura ideologica del volo di Alessandro tra XII e XIII secolo, in Divinizzazione, culto del sovrano e apoteosi, tra Antichità e Medioevo, a c. di T. Gnoli e F. Muccioli, Bologna 2014, 391-426.)

Il Volo di Alessandro Magno di Bitonto (Bari)
La Cattedrale di San Valentino, costruita tra il 1095 e il 1190, possiede, sulla prima colonna della navata a sinistra dell’ingresso, un capitello su cui il Volo di Alessandro Magno compare ben due volte. Alessandro Magno è nella posizione canonica, affiancato dai due grifoni, sul lato del capitello rivolto verso la facciata, mentre sul lato destro contiguo, verso la navata centrale, egli ha abbassato un’asta, perso il copricapo e un grifone è capovolto, certamente a indicare il precipitoso ritorno sulla terra. (Bibliografia essenziale: C. Frugoni, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di un tema, Roma 1973, 289-294; V.M. Schmidt, A Legend and Its Image: The Aerial Flight of Alexander the Great, Groningen 1995, 168.)

Il Volo di Alessandro Magno a Matrice (Campobasso)
Su di una altura di 795 m poco a nord del paesino di Matrice si erge isolata la chiesa di Santa Maria della Strada, un tempo con annessa abbazia. Fu consacrata nel 1148 in quella che allora era la contea della famiglia normanna De Molinis, dal 1053 parte del Ducato di Puglia. Il portale secondario che si apre sul fianco destro presenta nella lunetta la raffigurazione del Volo di Alessandro Magno. Rappresentato in posizione frontale, Alessandro è vestito con una tunica pieghettata e si regge tenendosi aggrappato a due manici con terminazione a forma di cubo; al di sotto vi sono i due grifoni alati, posti a destra e sinistra di una grande cesta dagli intrecci viminei. Nella parte superiore della lunetta compare, al centro, un agnello crucifero e in basso, ai lati, altri due grifi. (Bibliografia essenziale: E. Jamison, Notes on Santa Maria della Strada at Matrice, Its History and Sculpture, “Papers of the British School at Rome” 14, 1938, 32-97; C. Frugoni, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di un tema, Roma 1973, 298-302; V. M. Schmidt, A Legend and Its Image: The Aerial Flight of Alexander the Great, Groningen 1995, 172.)

Il Volo di Alessandro Magno di Corato (Bari)
Sulla facciata della Chiesa di Santa Maria Maggiore, dedicata a Maria Assunta in cielo, comunemente conosciuta come Chiesa Matrice, nella zona a sinistra del portale a ridosso del campanile una grande lastra lapidea in pietra calcarea di forma rettangolare con tre archi, conteneva la figura di Alessandro in volo coi due grifoni. L’attuale collocazione, che risale ai primi del Trecento, potrebbe riprendere quella originaria della chiesa del XI secolo. Una esposizione sulla nuda facciata che purtroppo ha resistito solo sino alla fine del Settecento, quando una mano ignota scalpellò le tre figure, risparmiando solo nella parte superiore le due esche di animale infilzato dalle lance, presenti in tutte le rappresentazioni iconografiche dell’episodio del Volo. (Bibliografia essenziale: L. Soldano, Chiesa Matrice: la sua storia fa corpo con la storia di Corato, “Lo Stradone” 15, ottobre 1980; L. Soldano, Facciata Chiesa Matrice. Una pietra abrasa fa sognare, “Lo Stradone” 142, aprile 1991; L. Soldano, La testa fra le nuvole dietro il volo dei Grifoni, “Lo Stradone” 167, maggio 1993; L. Soldano, Per grazia ricevuta (con l’intercessione di S. Giovanni), “Lo Stradone” 305, giugno 2005.)

Riferimenti bibliografici
Fonti

Bari, Biblioteca De Gemmis, Fondo Beltrani
N. De Mattis, Miscellanea (1787), Corato, Archivio Chiesa Matrice

Bibliografia critica

Sulla Chiesa Matrice di Corato e il contesto salentino
C. Loiodice, Memorie Storiche di S. Cataldo, Bologna 1879; F. Lenormant, À travers l'Apulie et la Lucanie, Paris 1883; E. Bernich, Nella terra di Bari, ricordi di arte medioevale, Trani 1898; H. von der Gabelentz, Mittelalterliche Plastik in Venedig, Leipzig 1903; E. Bertaux, L’art dans l’Italie Meridionale, Paris 1904; S. Addario, Storia di Corato, Corato 1909; R. Pagenstecher, Apulien, Leipzig 1914; G. Blandamura, Il Duomo di Taranto nella storia e nell’arte, Taranto 1923; M. Capozza, Lettera inedita di V. A. Ripoli, “La Disfida”, marzo 1930; T. Venitucci, I documenti storici più antichi di Corato, “La Rassegna”, marzo-aprile 1934; G. Antonucci, Il musaico pavimentale del Duomo di Taranto, “Archivio per la Calabria e la Lucania” 12, 1942, pp. 121-132; L. Soldano, Chiesa Matrice: la sua storia fa corpo con la storia di Corato, “Lo Stradone” 15, ottobre 1980; L. Soldano, Facciata Chiesa Matrice. Una pietra abrasa fa sognare, “Lo Stradone” 142, aprile 1991; L. Soldano, La testa fra le nuvole dietro il volo dei Grifoni, “Lo Stradone” 167, maggio 1993; L. Soldano, Per grazia ricevuta (con l’intercessione di S. Giovanni), “Lo Stradone” 305, giugno 2005; M. Piccarreta, E. Torelli, Corato nel medioevo. Urbanistica ed edifici di culto, Bari 2008 (parte II capitolo I); P. Tandoi, Corato. Dalle società segrete all'Unità d'Italia (1799-1876), Corato 2010, p. 36.

Sul tema iconografico del 'Volo di Alessandro'
C. Frugoni, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di un tema, Roma 1973; C. Frugoni, La fortuna di Alessandro nel Medioevo, in Alessandro Magno: storia e mito, a cura di C. Alfano (Roma, Palazzo Ruspoli 21 dicembre 1995-21 maggio 1996), Milano 1995, pp. 160-173; V.M. Schmidt, A Legend and Its Image: The Aerial Flight of Alexander the Great, Groningen 1995; Le imprese di Alessandro Magno in Oriente. Collezione Doria Pamphilj: presentazione dell’arazzo restaurato, a cura di L. Stagno, Genova 2005; R. Stoneman, Alexander the Great: A Life in Legend, New Haven and London 2008 (sulle rappresentazioni del Volo nell’area salentina, si vedano pp. 119-120); M. Centanni, Il lungo volo di Alessandro, “La Rivista di Engramma” 76, dicembre 2009; L’histoire d’Alexandre le Grand dans les tapisseries au XVe siècle. Fortune iconographique dans les tapisseries et les manuscrits conservés: la tenture d’Alexandre de la collection Doria Pamphilj à Gênes, a cura di F. Barbe, L. Stagno e E. Villari, Turnhout 2013.

English abstract

On the façade of the Chiesa Matrice of Corato, near Bari in Apulia, there is a rectangular stone slab with three arches carved at the top. Nothing remains of the relief that once decorated it; few surviving fragments at the frame edges, however, allow us to identify with certainty the lost relief as a representation of 'The Aerial Flight of Alexander the Great with Griffins'. 

By comparing the material evidence to other contemporary examples of the Flight and by discussing the relevant archival documentation and scholarly literature, the authors are able not only to digitally reconstruct the Corato relief, but also to provide an important addition to the catalogue of the Italian (and Apulian) representations of Alexander’s Flight known to this day.

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