"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

124 | febbraio 2015

9788898260690

titolo

La morte e l'eredità

Presentazione del volume Alessandro il Grande. La storia, il mito e le eredità culturali, Napoli 2014*

Lorenzo Braccesi

E avvenne che Alessandro, figlio di Filippo, macedone, uscito dalla regione dei Chittim, dopo che ebbe sconfitto Dario, re dei Persiani e dei Medi, regnò in luogo di questi, cominciando dalla Grecia. Egli intraprese molte guerre, si impossessò di fortezze e uccise i re della regione. Egli raggiunse l’estremità della terra, depredò una quantità di nazioni finché ammutolì la terra dinanzi a lui, mentre il suo cuore si esaltò e si insuperbì. Egli radunò un esercito fortissimo e ridusse in suo potere regioni, nazioni e re, che divennero suoi tributari. Infine, caduto ammalato, comprese che era vicino alla morte.

Così l’incipit del libro biblico dei Maccabei (1, 1-6) in un luogo che sarà presente al Manzoni che commemora nel Cinque maggio un altro superbo condottiero. Le parole ben ‘fotografano’ lo sgomento avvertito per l’improvvisa morte di Alessandro anche in ambito anellenico, anche nella sensibilità di altre storiche culture. Folgorante è la notizia della scomparsa di un uomo dinnanzi al quale “ammutolì la terra”, terra siluit, consapevole che l’assetto del vecchio mondo mediterraneo era stato da lui sovvertito per sempre.

Alessandro muore a metà del corso, mentre sogna la fusione delle genti, mentre provvede alla sostituzione di Antipatro, il reggente di Macedonia, mentre impone ad Atene il rientro dei banditi politici. Probabilmente è una causa naturale quella che il 13 giugno del 323 a.C. ne stronca la vita a soli trentatré anni di età. Ma proprio le polemiche, palesi o latenti, che suscitano i suoi ultimi atti di governo favoriscono la diceria, mai del tutto sopitasi, di una sua scomparsa traumatica, dovuta ad avvelenamento.

Il grande condottiero scompare dunque all’improvviso mentre si sforza di conferire un assetto definitivo a un impero già proteso verso ulteriori conquiste. Si spegne la sua luce – che come una meteora aveva fulmineamente abbagliato l’universo – mentre la Macedonia più non si riconosce nel modello della sua monarchia, mentre la grecità non nutre più illusioni o speranze su questo ultimo suo figlio, mentre lo stesso sterminato mondo persiano è incredulo sugli esiti della commistione di sangue tra Asia ed Europa voluta dal nuovo Gran Re, successore degli Achemenidi per diritto di conquista.

La grande spedizione in occidente avrebbe forse dovuto cementare la nuova realtà imponendo, il silenzio alle tante voci di fronda che si sarebbero ammutolite dinnanzi all’effettiva realizzazione del progetto ecumenico. Ma la spedizione non vi fu, e il progetto ancora in fase di incubazione sarà presto avvolto dal mistero e trasfigurato dalla leggenda. La quale, nel volgere dei secoli, attribuirà all’eroe il superamento di sempre nuove frontiere di conoscenza, alimentandone senza posa il mito con continue acquisizioni territoriali nell’ambito della geografia di conquista. Un mito che sempre più ne identifica la figura in quella eroica di Eracle, il mitico progenitore. Un Eracle che – come abbiamo ricordato – è l’eroe del mito attico che la pubblicistica ateniese rifunzionalizza alle esigenze della propaganda panellenica. Un Eracle che è appunto campione dell’unità greca, quale l’aveva affigurato al pensiero politico ellenico il preveggente Isocrate, ritraendolo come l’eroe che “per coronare le sue imprese” fissa presso Gibilterra, presso le porte della sera, le celebri colonne “trofeo della sua vittoria sulla barbarie, monumento del suo coraggio e confine dell’Ellade”.

 Ma la spedizione occidentale di Alessandro non vi fu, e oltretutto nulla sappiamo della sua meta. Eracle in occidente aspetta ancora l’eroe ellenico che ne rinnoverà le gesta! Ciò che, invece, sappiamo è che la morte improvvisa e repentina del Macedone dà il via a troppe forze centrifughe e alla disgregazione dell’esistente, che rimarrà frazionato in più monarcati retti dai luogotenenti del Macedone, divenuti suoi successori o – con termine greco – diadochi.

I quali impronteranno della propria azione la cultura dell’età che, nel levante mediterraneo, va dalla morte di Alessandro alla conquista di Roma. Cultura che definiamo ‘ellenistica’ perché essa – slargandosi dal Danubio al Nilo, e quindi dal Nilo all’Indo – nasce sì dalla fusione e dall’apporto di più esperienze acculturatrici, ma pur sempre mantenendo inalterato, quale polo aggregante, l’ideale di grecità plasmato dalla conquista del Macedone: quello, cioè, che misconosce frontiere municipali o egoistiche pregiudiziali di superiorità etnica. Se vogliamo, un modello di grecità che, consumata la carica propulsiva, si ricicla ‘barbarizzandosi’. Ma, di fatto, solo in apparenza; giacché in realtà, esportando la propria linfa più vitale in terra straniera, risorge a nuova vita in virtù di ininterrotti processi sincretistici.

Dai paesi della Grecia, accompagnandosi al flusso migratorio iniziatosi con la spedizione di Alessandro, approda nelle regioni di più recente conquista una turba molteplice di emigranti, che sono non solo mercenari, mercanti o avventurieri di ogni sorta, ma anche artisti e scienziati. Tutti contano di crearsi un futuro migliore in un mondo nuovo, ricco, dotato di sterminate risorse. Come nel caso delle migrazioni moderne, alcuni si trasferiscono in oriente in forma organizzata, con lunghe carovane, mentre altri si muovono in forma individuale. Una volta arrivati alle nuove sedi, i colonizzatori sia greci sia macedoni annullano divisioni etniche e contrasti personali per imporsi dovunque come classe dominante. Seppellendo per sempre l’idea, vagheggiata dal Macedone, della costruzione di un ceto amministrativo misto, nato dalla fusione di più etnie.

Sono dunque i neo-colonizzatori che costituiscono, nelle contrade e nelle città dove decidono di stanziarsi, la minoranza detentrice delle leve del potere. Una minoranza che è una moltitudine variopinta di individui appartenenti alle più disparate estrazioni sociali, confluiti in oriente da una molteplicità di patrie. Le loro città, fondate ex novo o rifondate su nuclei preesistenti, non sono solo il centro di irradiazione della cultura greca, ma, economicamente, anche il polo accentratore della proprietà terriera. Sono, infatti, organizzate secondo il modello caratteristico della città-stato, nella quale soltanto un gruppo di cittadini, molto limitato, detiene la proprietà della terra, che lavora tramite manodopera servile. 

La grecità, con l’emigrazione in oriente, trova così uno sbocco alla gravissima crisi politica ed economica che l’investe. Peraltro, in questa stessa età, le vecchie frontiere delle città-stato o delle circoscrizioni nazionali perdono gran parte della loro ragione di essere. Non solo i Greci, ma anche i Fenici, gli Egiziani e i Persiani cominciano a sentirsi sempre più cittadini del mondo e sempre meno figli della propria patria di origine. Tutti sono permeati dalla realtà di un mondo nuovo, dove la moneta battuta da Alessandro diviene valuta internazionale, dove la pratica del viaggiare dischiude inaspettati e rinnovati orizzonti di lavoro, dove la lingua greca si afferma dovunque come idioma ufficiale.

Spostandosi dall’uno all’altro capo del mondo ellenistico, vivono un’esistenza di movimento continuo soprattutto gli attori – i technitai – organizzati in corporazioni, e i mercenari organizzati per schiere di pronto intervento. Ma non sono pochi anche i singoli individui che viaggiano per motivi professionali o commerciali. Così gli ingegneri, gli architetti, gli scienziati e i filosofi, tutti spinti dalla necessità di lavoro a errare per molte città e soprattutto a frequentare le corti dei nuovi sovrani, dove maggiori sono le possibilità di impiego. Anche i musicisti e i poeti vagano di terra in terra in cerca del mecenate che li adotti, sempre adeguando la propria arte alle contingenze del momento e al desiderio dei potenti che loro elargiscono ospitalità. Viaggiano ancora i giudici e con essi gli arbitri di contese; viaggiano i devoti pellegrini che si arricchiscono, di ritorno dalle sedi oracolari, riferendo e interpretando i responsi divini. Viaggiano, infine, i medici, tra i quali i più ricercati sono coloro che hanno appreso la professione nell’isola di Cos, sede della cultualità di Asclepio e della scuola iatrica di Ippocrate.

Ovunque questa folla di persone si rivolga, lì trova sempre un’analoga umanità, che parla la stessa lingua, che adotta le medesime norme di diritto, che costruisce città con identica planimetria, che frequenta templi e ginnasi quasi costruiti in serie.

Tanto viaggiare comporta la pratica di una lingua franca. Questa è la koiné, la lingua greca comune. La quale, nella sua accezione popolare e cosmopolita, si diffonde rapidamente in oriente sull’enorme distesa dei paesi conquistati da Alessandro. Come la realtà dei monarcati ellenistici vanifica il particolarismo politico della città-stato, così la koiné annulla il particolarismo linguistico dei dialetti greci. Ancora una volta la cultura della polis cede a istanze soprannazionali. La lingua, peraltro, non subisce arretramenti anche dinnanzi a mutamenti di linee di frontiera, contribuendo a tenere culturalmente amalgamata la smisurata estensione della conquista macedone. La koiné è così la grande lingua franca. La sua rapida diffusione non si deve solo alla superiorità politica di chi la parlava, ma anche alla massiccia emigrazione in oriente di genti greche, emigrazione che, per oltre un cinquantennio, è in tutto simile all’onda di un fiume in piena.

Per comprendere la portata storica della civiltà ellenistica dobbiamo, anzitutto, quantificare la proiezione culturale dell’incontro tra genti di Europa e di Asia. Il quale si estrinseca dapprima con un flusso di cultura greca che pervade l’oriente e, quindi, con un riflusso di spiritualità orientale che penetra in occidente.

La cultura ellenica è quella dei dominatori. In oriente la classe dirigente è dovunque greca e annovera in seno solo persone profondamente ellenizzate. Tecnica, arte, costumanze greche sono assunte come modello fondamentale di riferimento per tutte le contrade dell’oriente, dall’Egitto all’India. Le culture locali rapidamente si ellenizzano per influsso delle capitali dei nuovi stati retti da monarchi discendenti dai luogotenenti ed eredi di Alessandro. Alle loro corti si raccolgono ora le torme di intellettuali, di scienziati, di artisti provenienti – come abbiamo detto – da ogni parte del mondo greco.

In particolare, Alessandria di Egitto diviene presto il principale centro di assimilazione e di irradiazione della nuova cultura in virtù della creazione della Biblioteca e del Museo. Istituzioni che sono sempre amorevolmente coltivate e potenziate dai sovrani di Egitto. Nella prima si raccoglie il sapere libresco universale, e qui operano i massimi eruditi del tempo, attendendo allo studio critico dei testi letterari del passato. Nel secondo, nel Museo, si cataloga la summa di tutte le esperienze tecnologiche, consentendo alla scienza del tempo progettazioni sempre più innovative. Come quella – dovuta a Sostrato – della costruzione del faro di Alessandria, reputato dai contemporanei una delle sette meraviglie del mondo. Come quelle che ispirano le molte e varie tecnologie al servizio della produzione agricola: tra le quali l’aratro di ferro, il prototipo della trebbiatrice e la cosiddetta ‘vite di Archimede’ impiegata per l’irrigazione meccanica.

Le capitali dei nuovi monarcati, donde si irradia la cultura greca, si trovano tutte in prossimità del Mediterraneo, che diviene l’asse portante di qualsivoglia relazione interstatale, assicurando con ciò un fattore di determinante omogeneità alla nuova cultura ellenistica. Non soltanto Alessandria, Pergamo e Atene sono lambite dalle grandi rotte del Mediterraneo, ma lo è ora, e non a caso, anche la nuova capitale del regno di Asia, cioè Antiochia di Siria. La sua posizione non baricentrica, e volutamente decentrata rispetto al cuore dello stato, attesta la volontà dei Seleucidi di allineamento all’asse relazionale ormai instauratosi fra i grandi monarcati ellenistici. Il Mediterraneo è il centro, l’Asia la periferia.

La cultura greca permea sì rapidamente i popoli dell’oriente; ma, ciononostante, col tempo, dalla vasta compagine del mondo ellenistico germinano anche stati nazionali non culturalmente omogenei, con proprie autonome e marcate connotazioni. Come quello degli Ebrei, il quale acuisce forme di auto-coscienza assai più marcate che non al tempo della dominazione persiana. Ma ciò si spiega facilmente se consideriamo che la civiltà greca impone sì modelli culturali, ma non credi religiosi.

Anzi, è proprio l’elemento greco che subisce con maggiore permeabilità l’influsso religioso delle genti dell’oriente, le quali ne catturano l’interesse e la curiosità. Infatti, in questa età, i Greci si informano sugli usi e i costumi dei popoli sottomessi da Alessandro, leggendo avidamente le molte divagazioni di antichità orientali che non tardano a comparire sul mercato librario. Ciò che li porta a dare soverchio credito ai tanti predicatori che, in veste più o meno ufficiale, diffondono la religione egiziana di Iside e Serapide, o quella asiatica di Cibele e di Atti, o di Mitra, o perfino di Buddha. Al che consegue, per la prima volta nella storia della grecità, il fenomeno di conversioni, o comunque di lacerazioni e di profonde trasformazioni nell’ambito della religiosità tradizionale. Sussistono sì dèi o eroi ellenici, come Dioniso o Eracle, che riscuotono ancora ampia fortuna, ma ciò avviene per la valorizzazione di talune loro peculiarità più congeniali alla spiritualità orientale. Sopravvive sì nei regni ellenistici l’uso della lingua greca per le pratiche di culto, ma esse per lo più interessano divinità orientali. Sono queste che ottengono il maggiore numero di proseliti, e spesso per tramite di accorti sincretismi religiosi. Cioè per trasfusioni in un nuovo dio di attributi pertinenti più divinità. Come nel caso di Zeus Oromasdes o di Serapide. L’uno germinato dalla sovrapposizione di Zeus ad Ahura Mazda; l’altro, in Egitto, dall’unione - per volontà sovrana - di Osiride con Api.

Particolare fortuna hanno le religioni di carattere soteriologico che promettono una salvezza futura di carattere soprannaturale. L’uomo greco, ricorrendo ad altre credenze, ricerca così nuovi significati da dare alla vita, mentre dall’ambito circoscritto della polis è improvvisamente sbalzato in un mondo più grande di lui. La religione placa sì la sua ansia, ma soltanto tramite una tensione comunitaria, soteriologica, provvidenzialistica, quale quella che si ritrova nei vecchi culti misterici dell’Ellade od ora nei nuovi culti esotici importati dall’oriente. Non stupisce quindi che egli finisca per accomunarli in forme di spiritualità sempre più esasperate. Gli dèi sereni dell’età classica sono morti per sempre; prevale, riplasmata su nuove forme di culto, l’altra faccia della religiosità greca: quella latente e irrazionale che sopravvive nei misteri eleusini o riesplode, in forme selvagge, nelle celebrazioni dionisiache.

Strettamente connessi agli dèi sono i sovrani. Dai quali dipendono, per diritto di conquista, e per prassi ereditaria, i regni ellenistici. Qui la volontà del sovrano ha valore di legge. La vecchia monarchia di stampo macedone – patriarcale, militare, collegiale – è trasformata dai successori di Alessandro in un dominato autocratico e assolutista. Nei monarcati di Egitto e di Siria non pochi re, affiancati dalle regali consorti, impongono ai sudditi il proprio culto. Soprattutto in Egitto, dove per le costumanze indigene i Tolemei, di stirpe làgide, sono nello stesso tempo eredi tanto dei Faraoni quanto di Alessandro.

Efficienza dell’esercito e funzionalità dell’amministrazione assicurano poi ai singoli monarchi il più assoluto controllo del regno. Il loro governo è personale e mai - tranne che in Macedonia - assume connotazioni nazionali. L’amministrazione è sapientemente ramificata in virtù di un vasto apparato burocratico. Al suo vertice c’è il re affiancato da un gruppo di dignitari: i philoi, cioè gli amici. Tra essi spesso si annoverano artisti, scrittori, filosofi, medici e scienziati che operano nelle corti ellenistiche come ministri o consiglieri o ambasciatori, cioè con ruolo di specialisti in vari e determinati settori. I sovrani ellenistici si circondano di tali ‘amici’ perché, conquistato il trono con la forza delle armi, ovvero acquisitolo in forma ereditaria, sono inizialmente privi del carisma della legittimità dinastica: quindi carenti di una classe di dignitari cui possano rivolgersi solo in virtù del loro ruolo.

Dalla corte dipendono poi tutte le province del regno; ovvero le satrapie in Siria, i nomoi in Egitto. Il re è al vertice sia dell’esercito sia della macchina amministrativa. Ragione per la quale le singole province sono governate da un comandante militare - lo strategós - che ha poteri tanto sulle truppa quanto sulla popolazione civile. Da lui dipendono gli ufficiali subordinati – gli epistatai – che sono preposti al controllo di singoli distretti territoriali o di singole città. Le finanze del regno sono controllate da un ministro, supervisore delle entrate, da cui dipendono gli uffici periferici del fisco. Al monarca spettano tributi dalle province e dalle città, e dècime sui prodotti agricoli del territorio. La giustizia si basa sul diritto greco; ma il re può esentare dal rispetto della legge città e templi che abbiano acquisito particolari benemerenze nei suoi confronti.

Gli indigeni hanno accesso in forma molto graduale alla ristretta élite della classe dominante, in numero ridotto e solo adattandosi a mutare panni, cioè a grecizzarsi. Il che è l’esatto opposto della politica di fusione razziale avviata e perseguita da Alessandro! I suoi successori l’affossano, affrettandosi a cacciare via gli orientali dalle postazioni strategiche di tutti i pubblici servizi.

L’efficiente macchina amministrativa trova poi il suo corrispettivo nella macchina militare, altrettanto curata dai sovrani ellenistici, i quali, almeno ai primordi, altro non sono che comandanti di ventura. L’incremento e lo sviluppo degli armamenti è davvero notevole. Gli eserciti sono ora essenzialmente costituiti da soldati di professione e si avvalgono, per la prima volta, di sofisticate macchine belliche prodotte da una tecnologia in continuo avanzamento.

Immense sono le risorse economiche dei monarcati ellenistici; superiori, pure facendo debite proporzioni, alle rendite di un qualsiasi stato moderno. Ovviamente è la terra a fornire il principale cespite di ricchezza: quindi la distesa sconfinata dell’Anatolia per i Seleucidi, la valle fertilissima del Nilo per i Làgidi, le pianure rigogliose di Macedonia e di Tracia per gli Antigonidi. Regioni, queste due ultime, coltivate da una classe di piccoli proprietari terrieri che, in caso di guerra, si trasformano in soldati costituendo anche il nerbo della falange. Ciò che non avviene in Siria e in Egitto, nonostante le numerose fondazioni di colonie militari o le periodiche elargizioni fondiarie ai mercenari. Qui la terra è solo coltivata da una manodopera indigena, addensata in apposite strutture rurali che sono tenute al più scrupoloso rispetto delle direttive impartite dall’alto.

L’economia dei monarcati ellenistici, e in particolare della Macedonia, ha inoltre una risorsa davvero inesauribile nelle miniere metallifere. Ciò provoca un’ampia circolazione della moneta che favorisce un commercio su lunghe distanze ora basato sull’economia di mercato. Commercio che interessa perfino l’India e la Cina. Di fatto, è conseguenza diretta delle campagne di Alessandro il diffondersi di un’economia monetaria in tutte le città dell’oriente. Le sue conquiste immettono sul mercato una grande quantità di metallo monetabile accumulato negli smisurati tesori delle regge persiane. Rimesso in circolazione, da una parte abbassa il valore dell’argento e dell’oro e, dall’altra, almeno in Asia, accresce quantitativamente la disponibilità di valuta.

Ma tale diffusione dell’economia monetaria vale solo per le aree urbane. Non ha, viceversa, effetti sensibili sugli indigeni che vivono nei villaggi, dove rimane inalterato il ricorso all’economia di baratto o il pagamento dei tributi in natura. Notevoli sono quindi gli squilibri economici entro il sistema. Nel quale la sproporzione tra situazioni di povertà e di ricchezza acuisce le conflittualità di classe, preludendo – per quanto riguarda le città greche – a un futuro di aperte rivoluzioni sociali.

Tale sull’arco di quasi tre secoli il ‘dopo-Alessandro’! Non riesce il Macedone a trasmettere integro il suo impero, non riesce nel sogno della fusione delle stirpi, ma, seppure distruggendo la dimensione politica della polis, riesce a irradiarne la cultura per tutta l’area della sua conquista. Eredità per le generazioni venture davvero grandiosa, titanica, irripetibile e degna di lui, soprattutto se ci si soffermi a riflettere come l’ondata della cultura ellenistica sia davvero inesauribile perché si autorigenera di continuo con forme e con esiti sempre differenti, irradiando la vecchia cultura greca nelle più svariate direzioni e rendendola interprete dei più inaspettati connubi. Quella ellenistica non è più una cultura chiusa, patrimonio di un popolo eletto, quale quello delle poleis, ma una cultura aperta che, proprio come un fiume in piena, si frange con impeto contro altre civiltà, vivificandosi e vivificandole. La fusione di un’onda greca con una indiana genera la religione buddista, così come il suo incontro con un’onda siriaca origina la spiritualità cristiana.

La lingua valica i confini della stessa estesissima ecumene ellenistica. Nello spazio si estende fino in India, dove il re Ashoka della dinastia Maurya, nel terzo secolo avanti Cristo, in non poche regioni del suo regno, trascrive anche in greco i suoi numerosi editti. Nello spazio e nel tempo fino ad Adule sul Mar Rosso; dove, nel quarto secolo dopo Cristo, un ignoto sovrano abissino detta in greco un’epigrafe per porre il suo regno in diretta continuità con quello di un grande predecessore vissuto sette secoli prima: Tolomeo III Evergete, re di Egitto.

Ma non soltanto la lingua, vera e propria lingua franca, bensì anche le espressioni artistiche valicano i confini del mondo ellenistico. Nell’India nord-occidentale la cosiddetta arte del Gandhara attesta, ancora nel primo secolo dopo Cristo, l’influsso sull’arte locale di stilemi greco-ellenistici. Con una coesistenza di motivi che non è solo stilistica, ma anche contenutistica, come possiamo rilevare sia nel tratto delle rappresentazioni sia, soprattutto, nella scelta dei temi narrativi. In questo senso davvero parlanti sono l’immagine della dea Athena effigiata con elmo attico, conservata nel museo di Lahore, ovvero la raffigurazione del cavallo di Troia che ci è dato ammirare su un rilievo di Charsada.

Tutto ciò contrassegna l’eredità più duratura della conquista di Alessandro! Senza di lui mai sarebbe germogliata la civiltà ellenistica, e pure la cultura dei popoli dell’occidente mediterraneo, e dei Romani in primis, ne sarebbe stata fortemente ridimensionata.

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