"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

123 | gennaio 2015

9788898260683

titolo

Architetti in guerra

Recensione della mostra: Architettura in uniforme. Progettare e costruire durante la Seconda Guerra Mondiale (Roma, Maxxi, 19 dicembre 2014 - 3 maggio 2015)

Francesca Romana Dell'Aglio

English abstract

Lo scorso 18 dicembre ha inaugurato al Maxxi di Roma Architettura in Uniforme. Progettare e costruire durante la Seconda Guerra Mondiale. Concepita e realizzata nel 2011 al Centre Canadien d’Architecture di Montreal, è stata poi riadattata da La Cité de l’architecture et du patrimoine di Parigi. La lunga ricerca condotta da Jean Louis Cohen si rivela un tentativo – riuscito – di colmare un vuoto nella storia dell’architettura: la riflessione sugli anni intorno alla Seconda guerra mondiale, un periodo che, per quanto breve, ha lasciato in Europa tracce profonde, non sempre visibili, e un’eredità immensa, tutta da studiare. Il disegno generale della mostra è il proposito di sottrarre il tema alla dimensione tragica della guerra - a primo impatto più forte, ma anche più facile – restituendo, episodio per episodio, una lettura prettamente architettonica.

Fin dall’incipit si avverte lo scarto di questa intenzione: non a caso in apertura sono esposti i primi modelli di due prodotti straordinari di quel periodo, la Jeep e la Vespa, entrati nell’immaginario collettivo, ma in una modalità tutta diversa dalla loro prima genesi, strettamente legata alla Seconda guerra mondiale. La sperimentazione e la propaganda del design del periodo autarchico illuminano di un senso diverso i prodotti che hanno segnato la seconda metà del XX secolo: dalla Vespa ai tessuti, dai telai delle biciclette al tutore ortopedico in legno di Charles e Ray Eames. Si dimostra così la verità del titolo di un articolo della rivista americana Architectural Report uscito nel gennaio del 1942, un copia del quale è in mostra al Maxxi: “War Requirements Accelerate Progress in Design” (Le esigenze della guerra accelerano il progresso nella progettazione).

La mostra, articolata in 14 sezioni, si apre con una carrellata sui volti degli architetti protagonisti della Seconda guerra mondiale: volti convocati come testimoni diretti della portata epocale della guerra. Lasciandosi alle spalle la nota opera di Anish Kapoor e l’inquietante mulino rotante di Huang Yong Ping, si rivive il clima pre-bellico attraverso i filmati che testimoniano l’accurato programma di protezione dei monumenti nelle principali città italiane: questi materiali contribuiscono ad arricchire notevolmente la sezione iniziale dell’esposizione canadese-parigina con un’ampia parentesi italiana. Ai “monumenti in assetto di guerra” seguono le testimonianze fotografiche degli esiti dei bombardamenti nelle principali città europee. In questa prima parte, protagonista è la tensione, ben resa nell’allestimento, tra la propaganda e la preparazione delle città alla guerra, e gli effetti devastanti – inimmaginabili all’inizio del conflitto – dei bombardamenti aerei.

L’introduzione immette dunque nel clima della guerra, ma insieme dà la misura della distanza tra la nostra percezione e gli eventi (e la loro rappresentazione) di 70 anni fa. Dopo questa premessa si entra nella viva attività degli “architetti in uniforme”: un vero e proprio esercito, ma non di soldati, bensì di architetti “reclutati” in quanto tali. A questo punto sorge un dubbio sulle scelte operate nel, pur curatissimo, adattamento italiano. Considerando la semplicità delle mostre di Parigi o di Montreal (della prima vi è un’ampia documentazione fotografica nella recensione di Salvator-John A. Liotta in "Domus web"), viene un po’ da sospirare di fronte all’eccessiva, e in qualche misura fuorviante, frammentazione cui lo spazio, già problematico, di Zaha Hadid viene sottoposto. È quindi preferibile procedere autonomamente rispetto all’indirizzo prestabilito dai curatori, individuando un proprio percorso, perdendosi e facendosi catturare dalla varietà dei materiali – modelli, disegni e video – sperando di non perdere nulla della notevole quantità di documenti esposti. L’esposizione, con le approfondite ricerche che hanno preparato le tre mostre, ha il merito di fare luce sull’attività inedita di architetti a tutti noti come Ludwig Mies Van Der Rohe, Le Corbusier, Louis I. Kahn e Richard Buckminster Fuller, negli anni compresi tra il 1939 e il 1945.

Una delle sezioni più interessanti – e forse meglio organizzate del percorso espositivo – è quella dedicata a quattro macro-progetti: Il Pentagono di Washington, l’edificio che ospitava gli uffici del Dipartimento di Guerra; la Città segreta di Oak Ridge, nel Tennessee progettata da SOM, luogo dove fu costruita e sperimentata la bomba atomica; la base di Peenesmünde nell’isola di Usedom, dove vennero prodotti e lanciati i razzi V2; e infine il progetto del campo di concentramento di Auschwitz. Nomi, luoghi, aspetti della guerra tra i più universalmente noti a tutti, ma dei quali questa ricerca ha aiutato a svelare anche la dimensione puramente architettonica.

Da quel punto in avanti si aprono due ipotesi di percorso. Il primo itinerario, seguendo i corridoi laterali, mette in mostra le varie attività degli architetti durante gli anni di guerra, e qui una delle sezioni più coinvolgenti è la panoramica sull’attività del camouflage di siti militarmente sensibili, ma anche di intere aree urbane. Importanti anche i progetti di costruzione di rifugi collettivi antiaerei. E proprio nelle azioni di travestire, occultare, proteggere gli architetti danno le migliori prove di quella nuova efficienza e creatività richieste dall’emergenza bellica. Nel secondo percorso, attraverso gli spazi centrali dell’allestimento, ci si trova invece già proiettati nel dopoguerra: importanti i tentativi messi in atto da Bruce Goff ad Aurora in Illinois e a Camp Parks in California o la Dymaxion Dwelling Machine di Richard Buckminster Fuller. Sono entrambi progetti di riciclo di materiali accumulati e di strutture costruite durante la guerra che, nonostante il loro insuccesso, affrontarono un tema cruciale, che ora è al centro del dibattito architettonico: il riciclo e riuso di materiali residui.

Relegato in un punto forse un po’ infelice della esposizione è uno dei pezzi più coinvolgenti dell’intera mostra: il progetto di Dan Kiley per il tribunale di Norimberga. Il plastico della ristrutturazione delle sale che ospiteranno il processo più duro e doloroso del XX secolo rende in modo estremamente chiaro l’obiettivo di Kiley: mettere in scena teatralmente la contrapposizione tra accusati e accusatori. Sintetica ma incisiva, questa sezione induce alla riflessione sul ruolo dell’architettura come manifestazione formale di un atto rituale.

Infine, concepita come una sorta di explicit dell’itinerario espositivo, è la sala che ospita i progetti per l’Architettura della memoria. L’ampia panoramica sui suggestivi disegni per i memoriali delle vittime della guerra – che riguarda la Russia, la Francia, la Germania e l’Italia – si conclude con l’indimenticabile modello del Mausoleo delle Fosse Ardeatine che porta la firma di Giuseppe Perugini (sul memoriale vedi, in questo stesso numero di Engramma, il contributo di Aldo Aymonino): una perfetta e toccante conclusione per una mostra così ricca. Ma viene il desiderio, a questo punto, di ritornare a percorrere l’esposizione costruendo un altro itinerario che ricolleghi i nomi e i volti degli “architetti in uniforme” (all’inizio probabilmente ignoti a molti dei visitatori) ai loro progetti, al loro difficile impegno, a quel che resta delle opere. Riconoscenti di aver imparato a leggere, grazie a questa mostra, un capitolo di storia dell’architettura che fino ad ora era rimasto oscuro.

In attesa del catalogo italiano, si può consultare la versione inglese e francese: Architecture en uniforme. Projeter et construire pour la Seconde Guerre Mondiale / Architecture in uniform. Designing and building for the Second World War CCA (Montréal) / Hazan (Paris), 2011, oppure la mini-guida online curata dalla Fondazione Maxxi di Roma.

English abstract

Presented in Montreal in 2011–then in Paris in 2014–, Architecture in uniform is a thorough research on a period of history of architecture not yet very well studied – the Second World War. This exhibition was brilliantly coordinated by the historian Jean Louis Cohen, and inaugurated last 18th December at Maxxi in Rome. Its most interesting aim is the intention to study and present events of the Second World War outside their tragic dimension. "Architecture in uniform" talks about an army formed by architects, not by soldiers.

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