"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

42 | luglio/agosto 2005

titolo

Le fatiche della battaglia anziché le sofferenze della malattia (in acie/macie)

Una nota su un errore paleografico nella traduzione albertiana dell'ekphrasis di Luciano della Calunnia di Apelle

Elisabetta Borga

Luciano
(testo greco edizione M.D. Leold)
Luciano
traduzione letterale
Guarino
versione latina
Alberti
De Pictura III, 53
Alberti
Trattato Della Pittura III, 53
ἐν δεξιᾷ τις ἀνὴρ κάθηται τὰ ὦτα παμμεγέθη ἔχων μικροῦ δεῖν τοῖς τοῦ Μίδου προσεικότα Sulla destra un uomo stava seduto con orecchie grandissime che poco mancava fossero simili a quelle di Re Mida Vir unus a dextra sedet. Is ingentes admodum habet aures Midae auriculis ferme compares. Erat enim vir unus, cuius aures ingentes extabant, Era quella pittura uno uomo con sue orecchie molte grandissime 1.
τὴν χεῖρα προτείνων πόρρωθην ἔτι προσιούσῃ τῇ Διαβολῇ. tendendo la mano anche alla Calunnia che si avvicinava. Ipsique calumniae procul adhuc accendenti manum extendit, 2.
περὶ δὲ αὐτὸν ἑστᾶσι δύο γυναῖκες, Ἄγνοιά μοι δοκεῖ καὶ Ὑπόληψις Intorno a lui si trovavano due donne: l’Ignoranza, mi pare, e il Sospetto. quem circum duae mulieres adstant, Ignorantia, ut opinor, atque Suspicio, quem circa duae adstabant mulieres, Inscitia et Suspitio, appresso del quale, una di qua e una di là, stavano due femmine: l’una si chiamava Ignoranza, l’altra si chiamava Sospezione, 3.
ἑτέρωθεν δὲ προσέρχεται ἡ Διαβολή Dall’altra parte avanza la Calunnia parte alia ipsa horsum adventare calumnia cernitur. parte alia ipsa Calumnia adventans più in là veniva la Calunnia: 4.
γύναιον ἐς ὑπερβολὴν πάγκαλον, ὑπόθερμον δὲ καὶ παρακεκινημένον, οἷον δὴ τὴν λύτταν καὶ τὴν ὀργὴν δεικνύουσα, τῇ μὲν ἁριστερᾷ δᾷδα καιομένην ἔχουσα, donna straordinariamente bella, focosa e anche agitata, che mostrava come rabbia e risentimento, e portava nella mano sinistra una fiaccola accesa Ea muliercula est ad excessum usque speciosa, non nihil succalescens et concita, ut pote quae rabiem iracundiamque portendat. Haec dextra quidam facem tenet accensam, cui forma mulierculae speciosae sed quae ipso vultu nimis callere astu videbatur, manu sinistra facem accensam tenens, questa era una femmina a vederla bellissima, ma parea nel viso troppo astuta, tenea nella sua destra mano una face incesa 5.
τῇ ἑτέρᾳ δὲ νεανίαν τινὰ τῶν τριχῶν σύρουσα τὰς χεῖρας ὀρέγοντα εἰς τὸν οὐρανὸν καὶ μαρτυρόμενον τοὺς θεούς e con l’altra mano trascinava per i capelli un giovane con le mani alzate al cielo che chiamava a testimoni gli dei. altera vero casearie trahit adolescentem manus ad caelum porrigentem, ipsosque deos obtestantem. altera vero manu per capillos trahens adolescentem qui manus ad coelum tendit. con l’altra mano trainava, preso pe’ capelli, uno garzonetto, il quale stendea suo mano alte al cielo. 6.
ἡγεῖται δὲ ἀνὴρ ὠχρὸς καὶ ἄμορφος, ὀξὺ δεδορκὼς καὶ ἐοικὼς τοῖς ἐκ νόσου μακρᾶς κατεσκληκόσι. Un uomo pallido e brutto lo precede, dallo sguardo acuto che somiglia a quelli che escono scheletriti da una lunga malattia. Dux huius est vir quidam palore obsitus et informis acriter intuens quem eis iure comparavero, quos macie diuturnior confecit aegritudo. Duxque huius est vir quidam pallore obsitus, deformis, truci aspectu, quem merito compares his quos in acie longus labor confecerit. Ed eravi uno uomo palido, brutto tutto lordo, con aspetto iniquo, quale potresti assimigliare a chi ne’ campi dell’armi con lunga fatica fusse magrito e riarso: 7.
τοῦτον οὖν εἶναι τὸν Φθόνον ἄν τις εἰκάσειε. Quindi qualcuno potrebbe pensare che questo fosse il Rancore. Hunc ipsum merito esse Livorem quis coniectaverit. Hunc esse Livorem merito dixere. costui era guida della Calunnia, e chiamavasi Livore. 8.
καὶ μὴν καὶ ἄλλαι τινὲς δύο παρομαρτοῦσι προτρέπουσαι καὶ περιστέλλουσαι καὶ κατακοσμοῦσαι τὴν Διαβολήν. E inoltre anche altre due donne accompagnano la Calunnia, incitandola, adornandola e agghindandola. Aliae quoque duae comites sunt mulieres calumniae praeduces, quae illius ornamenta component. Sunt et aliae duae Calumniae comites mulieres, ornamenta dominae componentes Ed erano due altre femmine compagne alla Calunnia, quali a lei aconciavano suoi ornamenti e panni. 9.
ὡς δέ μοι καὶ ταύτας ἐμήνυσεν ὁ περιηγητὴς τῆς εἰκόνος, ἡ μὲν Ἐπιβουλή τις ἦν, ἡ δὲ Ἀπάτη. Come poi la guida del quadro mi spiegò, l’una era l’Insidia, l’altra la Frode. Harum altera erat insidia, fraus altera, sicut mihi quidam eius tabellae demonstrator explicuit. ----------------------------------------------------------------------------------- Insidiae et Fraus. -------------------------------------------------------------------- Chiamasi l’una Insidie e l’altra Fraude. 10.
κατόπιν δὲ ἠκολούθει πάνυ πενθικῶς τις ἐσκευασμένη, μελανείμων καὶ κατεσπαραγμένη, Μετάνοια <οἶμαι> αὕτη ἐλέγετο Dietro le seguiva una donna completamente vestita a lutto, nera e lacera nelle vesti, si diceva (credo) fosse il Pentimento. Subinde quaedam lugubri vehementer apparatu oscura veste seque dilanians assequitur, eaque esse penitentia ferebatur. Post has puella et sordidissima veste operta et sese dilanians adest Poenitentia. Drieto a queste era la Penitenza, femmina vestita di veste funerali, quali sé stessa tutta stracciava. 11.
ἐπεστρέφετο γοῦν εἰς τοὐπίσω δακρύουσα καὶ μετ ΄ αἰδοῦς πάνυ τὴν Ἀλήθειαν προσιοῦσαν ὑπέβλεπεν. Dunque ella si voltava indietro in lacrime e piena di vergogna guardava la Verità che veniva avanti. Obortis igitur lacrimis haec retrovertitur, ut propius accedentem veritatem pudubunda suspiciat. Proxime sequente pudica et verecunda Veritate. Dietro seguiva una fanciulletta vergognosa e pudica, chiamata Verità. 12.

Come si evince dal confronto tra il testo di Luciano (nell'edizione M.D. Leold) e la traduzione latina di Guarino, le due traduzioni di Alberti (sia la latina che l'italiana) presentano una versione sostanzialmente fedele (anche se a tratti compendiata) rispetto al senso dell'originale greco e della sua puntuale versione guariniana. L'unico punto in cui il confronto rivela un'anomalia significativa riguarda la similitudine tra la personificazione di Phthonos/Livor/Livore, e "chi esce scheletrito da una lunga malattia" (testo greco; Guarino) e invece "chi nei campi dell'armi con lunga fatica fusse magrito e riarso" (Alberti latino e italiano).

Il testo di Luciano, secondo la traduzione letterale che proponiamo condotta sull'edizione M.D. Leold, recita infatti:

"Un uomo pallido e brutto lo precede, dallo sguardo acuto che somiglia a quelli che escono scheletriti da una lunga malattia".

Guarino verbum de verbo traduce:

"Dux huius est vir quidam palore obsitus et informis acriter intuens quem eis iure comparavero, quos macie diuturnior confecit aegritudo".

Leon Battista Alberti, invece, sembra leggere proprio un altro testo e traduce:

(versione latina) "Duxque huius est vir quidam pallore obsitus, deformis, truci aspectu, quem merito compares his quos in acie longus labor confecerit".

(versione italiana) "Ed eravi uno uomo palido, brutto tutto lordo, con aspetto iniquo, quale potresti assimigliare a chi ne' campi dell'armi con lunga fatica fusse magrito e riarso".

Ricapitolando: in riferimento all'aspetto fisico e all'espressione di Phthonos il testo lucianeo propone un paragone con un uomo emaciato che esce da una lunga malattia; paragone che ritroviamo esattamente nella versione guariniana: Luciano "ἐοικὼς τοῖς ἐκ νόσου μακρᾶς κατεσκληκόσι", Guarino "Compares his quos macie diuturnior confecit aegritudo". Alberti invece abolisce il paragone Livore/Uomo che esce da una lunga malattia e introduce il nuovo paragone Livore/Uomo che esce da una lunga battaglia.

Il confronto tra la versione latina di Alberti e la precedente versione guariniana consente di proporre un'ipotesi sulla genesi della variante albertiana. Guarino traduce il greco "ἐοικὼς τοῖς ἐκ νόσου μακρᾶς κατεσκληκόσι" con le parole "his quos macie diuturnior confecit aegritudo". Nella versione latina del De pictura Alberti traduce lo stesso passo con le parole "his quos in acie longus labor confecerit".

Pare evidente che la versione di Alberti dipenda da un'errata lettura non del testo greco, ma della versione latina: al posto dell'"ἐκ νόσου" che Guarino traduce "macie", Alberti probabilmente legge, malamente, "in acie". Si tratta con tutta evidenza di un errore di lettura, forse dipendente da un'errata trascrizione paleografica che per facile confusione m/in porta Alberti a leggere l'allusione a una battaglia laddove c'è un'allusione legata allo stato di malattia.

Questo errore macie/in acie è anche importante da un punto di vista più generale, che riguarda la tradizione del testo di Luciano nella prima metà del Quattrocento. La confusione paleografica costituisce una prova ulteriore della mancanza di un accesso diretto di Alberti al testo originale greco: Alberti usa come testo mediatore una versione latina (molto probabilmente la prima, che è proprio quella che Guarino fa circolare in Italia intorno al 1408): e da questa prima versione latina dipende la versione latina albertiana. Quindi, in difetto di emendamento successivo da parte dello stesso Alberti, l'errore si trasmette alla seguente versione in volgare del De pictura che, ancora sotto l'effetto di quello stravagante "in acie", ormai entrato nel testo albertiano, propone un "ne' campi dell'armi... magrito e riarso".

temi di ricerca

indici

colophon

archivio