"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

39 | febbraio 2005

9788898260959

titolo

Il Bello e le Bestie

Recensione della mostra: "Il Bello e le bestie. Metamorfosi, artifici e ibridi dal mito all'immaginario scientifico", Rovereto, Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, 11 dicembre 2004-8 maggio 2005

Matteo Zadra

    

In questo caso, “dal mito all’immaginario scientifico” non è un’indicazione propriamente cronologica. Il percorso della mostra non passa da un prima a un poi, ma si sposta attraverso sale tematiche che presentano numerose sfaccettature dell’immagine dell’animale: la violenza, il grottesco, la mitologia, il fantastico. Il tema scelto dal Mart di Rovereto per la “grande mostra invernale” è un campo sterminato che dev’essere parzialmente precisato: “Metamorfosi, artifici e ibridi”.

L’allestimento si concentra principalmente su affinità iconografiche e sull’eclettismo degli accostamenti, ma allo stesso tempo invita il visitatore al montaggio di un proprio percorso, raccogliendo e accostando i vari materiali presentati, che comprendono reperti archeologici, sculture, video, disegni e pitture. Subito si fa chiaro che quando l’arte mostra l’incontro tra umano e animale, puntuale si presenta la scena di un combattimento: tra ‘noi’ e ‘loro’ si respira un intenso odore di minaccia, entrambi sappiamo da tempo di non essere molto affidabili. Le figure più seducenti e pericolose che si incontrano durante la visita sono invece quelle che stanno in entrambe le sfere, uomo/animale o animale/uomo, e per questo conoscono il segreto e il dramma di questa rischiosa convivenza.

La violenza contenuta in questo incontro primitivo ha attratto molta arte del secolo scorso, che per parlare di questo rapporto ha abbandonato l’addomesticamento naturalista della bestia e ha cercato nuove forme, a volte così estreme da non poter quasi essere dipinte.

Il mito è la fonte primaria delle opere presentate, e fin dalle prime sale, dove si riconosce una recrudescenza nella tradizione delle immagini mitologiche al giro del secolo XIX. È veloce il passaggio di testimone tra la centauromachia di Böcklin (due versioni presenti, 1837 e 1872) e la visione sanguinolenta della stessa scena che de Chirico dipinge nel 1909. Un movimento simile si può seguire anche per altre figure mitologiche a cui i curatori hanno dedicato apposite sale: la sfinge, il minotauro e Medusa.

Ancora più radicali sono le trasformazioni nell’immaginario della sirena: dalla dolcissima e sensuale perdizione di Max Klinger (Il bacio della sirena, 1895) ai pinnuti maschi libidinosi dei disegni di Francis Picabia (Savon, 1924 e Thermomètre Rimbaud, 1924), per arrivare al definitivo rovesciamento delle parti (busto di pesce e gambe umane) ne Le meraviglie della natura di René Magritte (1953).

Un discorso a parte si trova invece nelle numerose acqueforti di Picasso (Suite Vollard, 1933) sul minotauro. La frequenza con cui in quegli anni Picasso disegna questa figura è ossessionante, e in queste opere grafiche dà forma all’irruzione di un’antica forza creatrice, sia erotica o distruttiva, morente oppure accecata, e che in seguito diventerà la copertina e l’emblema della rivista surrealista fondata da André Breton, Minotaure.

Ma lo spazio più denso e inquietante della mostra è la sala di Francis Bacon (Scimpanzé, 1955; Ritratto di Michel Leiris, 1978; Sfinge ­ Ritratto di Muriel Belcher, 1979), che si incontra come un buco nero a metà del percorso. Il trittico è quasi un riassunto delle diverse linee della rappresentazione dell’animale nel XX secolo: la violenza dello scimpanzé selvaggio e ingabbiato, le sembianze del volto umano che si fondono con quello animale e infine la sfinge mitologica, sempre più enigmatica e indecifrabile.

Alla sala di Bacon fa seguito una sezione di video. Qui la ripresa dell’animale mostra il rischio innanzitutto fisico della prossimità uomo/bestia. È ciò che accade nella registrazione dell’azione di addomesticamento del coyote fatta da Beuys negli Stati Uniti (1974) o per la testa di Marina Abramovic avvolta dalle spire di un boa in Testa di drago (1992).

Altra cosa sono i due video di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi (…ai vinti!, 2004) che si trovano al termine del percorso e che per primi ci propongono una riflessione alimentare; si tratta di pellicole di archivio (rifilmate, rallentate e colorate) che accostano una ripresa di tecnica di caccia alla lepre a un filmato pubblicitario di una cucina futuristica, dove si affetta un pollo al forno dorato.

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