"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

39 | febbraio 2005

9788898260959

titolo

Maddalena Sacer non è Medea

Recensione dello spettacolo: Madre e Assassina di Teatrino Clandestino; ideazione di Fiorenza Menni e Pietro Babina; regia, drammaturgia e musiche di Pietro Babina; Milano, Teatro Leonardo 30 gennaio 2005

Katia Mazzucco

Ideazione di Fiorenza Menni e Pietro Babina; regia, drammaturgia e musiche di Pietro Babina; Milano, Teatro Leonardo 30 gennaio 2005; prossime date: Ravenna, Teatro Rasi 26 febbraio; Barcellona, Mercat de les Flors 10-13 marzo; Palermo, Teatro Bellini 30 marzo-10 aprile

Maddalena Sacer non è Medea. Siamo liberi dal vincolo del mito antico: non è percepibile alcuna eco, non esiste nessun richiamo. Tutto ciò che accomuna Maddalena e Medea è l'essere donne, l'avere un uomo, l'uccidere i propri figli.

L'infanticidio non è il colpo di scena dello spettacolo, pur rappresentandone l'apice tragico. Il titolo dice già quello che vedremo in scena. Una madre che è assassina, i due ruoli si tengono ed è sempre il titolo a indicarlo, in quell'"e". L'assassinio non annienta la condizione di maternità, l'essere madre non esclude l'atto omicida. Il pubblico è suo malgrado costretto da subito a ripensare fatti di attualità recenti, e a chiedersi quale rapporto esista tra le informazioni raccolte attraverso i media e la finzione alla quale si assiste a teatro. Momenti salienti della storia di Maddalena scorrono davanti agli occhi, noi seguiamo il suo percorso.

E la finzione scenica scorre letteralmente: uno schermo chiude la scena e su di esso sono proiettati gli attori che recitano (hanno recitato) su set essenziali, a fondo nero (digitale). L'occhio è continuamente ingannato: la dimensione delle figure proiettate (ovvero l'inquadratura) sembra corrispondere alla grandezza naturale, suggerisce la distanza reale dei corpi (assenti) degli attori, lo spazio che occuperebbero sul palco. Anche la sagoma storta e inquietante di casa che scende a sipario e scandisce i quadri dello spettacolo rispetta la finzione. Lo spazio risulta sfondato non da false prospettive della scenografia o delle quinte, ma dalla prospettiva bidimensionale del film. Rompono significativamente la finzione: la fuga troppo vertiginosa degli oggetti in movimento (come l'automobile); due stacchi nella vita di Maddalena (lo scorrere squallido delle facciate di palazzi da quartiere periferico; le scene del pomeriggio passato con l'amica in centro, con la sequenza di primissimi del volto della protagonista); la terrificante scena a ombre cinesi della violenza che esplode. Ma gli attori sono lì, voci suoni e rumori accadono in quel momento: lo schermo è la loro maschera.

La contaminazione con il video è cifra propria della poetica di Teatrino Clandestino: così, ad esempio, in un gioco a più livelli, era costruita anche la loro Iliade. Ma l'eco nel progetto Madre e Assassina – intrapreso due anni fa – non è quello del cinema muto. La quarta parete (lo schermo) si sfonda dopo l'agghiacciante scena dell'infanticidio: non si tratta di un tardivo e inefficace gesto d'avanguardia; suggerisce piuttosto una feroce metafora della televisione. Tra il pubblico cammina la conduttrice che intervisterà Maddalena e le farà ripercorrere la storia che noi abbiamo appena visto. Mimica da imbonitrice, la strega televisiva ci propone una lucida parodia dei "programmi verità". Sono due donne a confrontarsi, due donne falsamente poste sullo stesso piano: la madre assassina rimane infatti proiezione ed è l'intervistatrice che la incalza di domande a fare da tramite tra lei, con gli abiti insanguinati ancora addosso, e noi. "Sono uscita dalla mia vita e non riesco a trovare un modo per rientrarvi" confessa Maddalena. A questo punto arriva il vero apice dello spettacolo, la domanda, quella che già sappiamo non può e non deve avere risposta: "perché?". Il meccanismo drammaturgico funziona alla perfezione: il teatro smaschera la nostra debolezza, il nostro disperato bisogno di una risposta – scaviamo nel repertorio di scene che ci sono scorse davanti agli occhi, nelle parole dell'intervista, nella memoria mediatica e tentiamo di costruire una risposta che non arriva.

Ora Maddalena Sacer esce dallo schermo – inquietante ambiguità. Lo spettatore deve costringersi a pensare che si tratta di finzione, che il massacro non era reale, che quella è un'attrice (l'attrice che già vedevamo nella dimensione-schermo). Ma ciò che si intravede nella semioscurità del teatro, ciò che si prova, è che la madre e assassina è lì, tra le poltrone, cammina, ci parla, è una donna ed è vera, normale, come è vero il coltello che stringe in pugno.

Allora Maddalena ci spiega calma che lei non esiste più, il suo gesto la supera; solo, non riesce a sopportare che debba tradursi in poesia. Auto-denuncia?
La sua figura è di nuovo proiezione sullo schermo, alza le braccia, sorride. Il pubblico batte le mani alla madre e assassina. Finisce lo spettacolo, sale lo schermo-sipario e dietro di esso lascia svelate le voci e i rumori che ora, solo ora, possiamo vedere e applaudire.

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