"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

44 | ottobre/novembre 2005

titolo

Il guanto di Gilda

Recensione a: Roberto Calasso, La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi, Milano 2005

Daniele Pisani

La follia che viene dalle Ninfe, la raccolta di articoli, saggi e interventi di Roberto Calasso recentemente uscita per Adelphi, ha, pur nella sua eterogeneità, un filo conduttore nella figura della ninfa. Al centro del primo saggio, quello più ampio e che dà il titolo all'intera raccolta, essa balugina, si insinua e riemerge – manifestamente o sotto mentite spoglie – pure tra le righe di molti degli altri saggi.

Ne La sindrome Lolita, Calasso mette in luce come la "ninfetta", protagonista del capolavoro di Nabokov, sia propriamente e intenzionalmente tale: tutto il libro sarebbe così "uno straziato, sontuoso omaggio alle Ninfe offerto da qualcuno che dal loro potere era stato soggiogato". Merito non ultimo di Nabokov sarebbe quello di aver calato quegli esseri sfuggenti che sono le ninfe nel proprio mondo, in quell'America dei tardi anni cinquanta in cui il suo romanzo, oltre che suscitare violente accuse, riscuote un enorme successo: l'arte dello scrittore russo consiste, da questo punto di vista, nel mostrare come – afferma Calasso – le ninfe "possono anche presentarsi sotto la specie di una ragazzina americana con i calzini bianchi".

La consapevolezza della necessità di indagare le reincarnazioni delle – di certe – figure o di motivi classici nella contemporaneità, sorprendendola anche nelle sue manifestazioni più triviali (e, pertanto, meno mediate e più sintomatiche), è già tutta warburghiana. Il presente si pone in tal modo come il luogo di una persistenza; e, se può venir indagato per la sopravvivenza che in esso si attua, costituisce d'altro canto e al tempo stesso il campo di tensione – l'unico veramente disponibile a uno studioso che si ponga come un "sismografo" – per avvertire ed esperire su di sé le scosse veicolate da una tradizione talvolta carsica ma non per questo meno vincolante. Come affermava Edgar Wind, in un passo riportato da Calasso, per Warburg "ogni scossa che egli subiva su se stesso e superava attraverso la riflessione diventava organo della sua conoscenza storica".

Non sorprende allora che la più "grandiosa migrazione degli dèi" contemplata ne La follia che viene dalle Ninfe venga collocata, nelle poche pagine de Il guanto di Gilda, in quella che costituisce forse la massima fucina dell'immaginario del XX secolo, il cinema; e nel mercificato cinema hollywoodiano in particolare. "Se tutta la nostra civiltà sparisse nel nulla e soli restassero i film fatti a Hollywood negli anni Trenta e Quaranta, un alieno visitatore del nostro pianeta potrebbe ricostruire in gran parte il tracciato della mitologia dell'Occidente".

Già Edgar Morin, nel suo magnifico libro I divi (Les stars) del 1957, aveva tratteggiato un'analogia, antropologicamente fondata e niente affatto limitata al piano metaforico, tra le divinità dell'Olimpo e le stelle cinematografiche, ossia – appunto – i "divi". Il cinema, affermava lo studioso francese, è una fucina di miti, di "miti moderni" che come tali occorre tentare di leggere: "Le star sono creature che partecipano contemporaneamente dell'umano e del divino, simili sotto un certo aspetto agli eroi della mitologia o agli dei dell'Olimpo, in quanto suscitano un culto, o addirittura una sorta di religione". Lungi da qualsiasi ingenuità, con il riconoscimento ai divi di uno statuto mitico Morin riusciva a porsi in una posizione privilegiata: quella di chi "prende sul serio le sciocchezze" e a cui è in tal modo concesso di trattare con distacco un soggetto di cui è partecipe, e con cui non nega il coinvolgimento. Prodotti dell'industria cinematografica, alle esigenze commerciali di quest'ultima i divi non possono, secondo Morin, essere ridotti: persino la merce più sofisticata, in altri termini, può farsi ricettacolo di desideri e sogni non necessariamente mercificati, e che forse vengono da lontano. Anche una volta riconosciuto alle star lo statuto di merce, così, non si è ancora nemmeno toccata – e tantomeno esclusa – la possibilità che proprio esse siano tramiti privilegiati di una forma di Nachleben; che, sotto alla superficie patinata, veicolino scosse di particolare intensità, che ancora attendono chi sappia percepirle e tramutarle in conoscenza.

Proprio a questo riguardo Roberto Calasso giunge a formulare un vero e proprio invito: "Le star sono astri – sostiene – come lo erano Andromeda e le Pleiadi e tante altre figure della mitologia classica. Solo se si riconosce questa comune origine astrale e fantasmatica, si potrà poi arrivare a capire quali sono le differenze – e le distanze, anch'esse stellari – fra il Sunset Boulevard e l'Olimpo".

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