"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

55 | marzo 2007

titolo

Quid amabo? Metafisica e oltre

Presentazione della mostra: De Chirico, Padova, Palazzo Zabarella 20 gennaio-27 maggio 2007

Mosè Viero

Nelle sale di Palazzo Zabarella si rincorrono centauri, tritoni, Arianne abbandonate, paesaggi definiti da rovine di templi, guerrieri e trofei evocanti atmosfere da poema epico: uno dei grandi pregi della mostra è considerare tutta l'opera di de Chirico e non solo una sua fase, come spesso succede per questo pittore che ha il 'torto' di mettere spesso in discussione il suo stile e i traguardi da esso raggiunti. Questa visione a volo d'uccello permette di sgombrare il campo da equivoci relativi alla totale incoerenza dell'artista, e di osservare che in realtà tutta la sua produzione è pervasa dai medesimi temi: fra di essi, il richiamo alla classicità è forse uno dei più evidenti.

Si parte dalla prima fase della sua pittura, in cui è dominante il richiamo al Simbolismo germanico, complice anche un periodo di studio a Monaco: le opere presenti in questa prima parte di mostra hanno per protagonisti figure mitologiche trattate in modo tale da evocare atmosfere primitive, una realtà pre-scientifica, oracolare, dominata dal pericolo per le forze sconosciute che dominano il mondo, praticamente opposta all'immagine del mito che davano i contemporanei pittori tardo-accademici.

L'adesione al Simbolismo è però per de Chirico un'avventura che dura pochi mesi: un viaggio in Italia in compagnia del fratello Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea de Chirico) e una serie di letture illuminanti, fra cui quella fondamentale di Nietzsche, convincono il pittore ad abbandonare la sterile evocazione di una realtà 'altra'. Chi cerca il senso delle cose nei fantasmi, si auto-condanna all'insuccesso: la vera sfida che l'artista deve inseguire è quella di indagare il mistero nelle cose stesse. Come il superuomo nietzschiano deve riuscire a dare senso alla realtà senza riferirsi a niente che vada oltre la realtà stessa, così l'artista deve cercare il senso senza cadere nella tentazione di evocare realtà parallele. Nasce da questo assunto la pittura un po' impropriamente detta "metafisica", che altro non è se non una sorta di Simbolismo che rinuncia alla componente narrativa a favore di quella 'atmosferica'. I riferimenti al mito si diradano, e quando sono presenti non sono più semplice rimando a una storia ma gioco metaforico. La figura ammantata di Ulisse rimanda all'idea di viaggio, di circolarità, di eterno ritorno. Arianna abbandonata è contemporaneamente celebrazione della malinconia (lo stato d'animo 'poetico' per eccellenza, secondo Nietzsche) e messa in scena dell'insanabile contrasto tra elemento razionale e logico (il filo) ed elemento irrazionale e passionale (la salvezza a opera di Dioniso). Centauri e tritoni diventano personificazioni della contraddizione insita nella realtà, che si vorrebbe interpretabile con la razionalità mentre si presenta ai nostri occhi come un illogico insieme di commistioni e di lotte tra contrari. Anche quando il pittore sente il bisogno di auto-proiettarsi dentro l'opera attraverso l'inquietante figura del manichino-poeta, ribadisce continuamente l'inevitabile cecità 'omerica' di colui che è ispirato dalle Muse: privo di occhi perché dotato di vista soprannaturale.

Quando de Chirico si rende conto della totale incomprensione che lo circonda nell'ambiente artistico e intellettuale italiano, e quando le critiche si concentrano soprattutto sulla sua scarsa abilità 'tecnica', la sua risposta è il ritorno allo studio dei pittori del Rinascimento, inaugurato da un famoso articolo in cui il pittore si fregia del motto "Pictor Classicus Sum".

Ma il "Ritorno all'Ordine" non significa mai il totale abbandono della Metafisica, che resta come una sorta di background su cui si innestano tutte le varie sperimentazioni di questo inquieto personaggio dell'arte del secolo scorso. La sua esistenza prosegue tra viaggi e ritorni a Parigi, soggiorni in Italia, tentativi spesso poco riusciti di affermarsi nel mercato e di legarsi a qualche corrente o a qualche collega. La classicità torna fino alla fine del suo percorso, sempre come rimando al significato ultimo della Metafisica: un'arte che tentava di far emergere l'enigma insito nella realtà mettendo in scena la sua illogicità e le sue contraddizioni. Un obiettivo che rende abbastanza ridicole alcune accuse che ancora oggi vengono rivolte a de Chirico: la contraddittorietà della sua arte non è un difetto, ma un obiettivo coscientemente inseguito dall'artista. Di fronte a tanti intellettuali che elaborano complessi sistemi di pensiero ma si guardano bene dal metterli in pratica, de Chirico rifulge come ottimo esempio di concretizzazione della "vita filosofica". Una concretizzazione che parte dal mito classico e a esso ritorna, come alla principale fonte di 'metafore visive' dell'intera storia occidentale.

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