"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

55 | marzo 2007

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Ottavia: tragedia per melodramma

Recensione di: Pseudo-Seneca, Ottavia, a cura di Biagio Conte, testo latino a fronte, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2004

Giacomo Dalla Pietà

Questa edizione dell'Octavia ha il pregio di presentare in appendice il testo de L'incoronazione di Poppea, melodramma di Gian Francesco Busenello, musicato (si ritiene) da Claudio Monteverdi nel 1643 e rappresentato per la prima volta al Teatro SS. Giovanni e Paolo di Venezia. Il poeta avverte nella prefazione che l'argomento è tratto dagli Annali di Tacito, ma naturalmente è la tragedia attribuita a Seneca la fonte di ispirazione prevalente, anche se l'impostazione moralistica sottesa alla tragedia è completamente rovesciata.

Nel prologo del melodramma infatti la Fortuna e la Virtù si contendono la supremazia sugli uomini; ma il loro dibattito è troncato dall'arrivo di Amore, che dichiara la propria superiorità su entrambe nel corso delle vicende umane. Si apre quindi il melodramma, in cui, diversamente dalla tragedia, nessun personaggio (da Ottavia a Nerone a Poppea a Otone, etc.) appare come moralmente ineccepibile, con l'eccezione, forse, di Seneca che rappresenta (come nella tragedia ispiratrice) un modello irraggiungibile di virtù e che comunque è esposto alle risa e alle critiche degli altri personaggi del melodramma.

Ottavia stessa, che nella praetexta è dipinta come vittima indifesa della volontà di Nerone, nel melodramma induce Otone, tradito da Poppea, a uccidere quest'ultima (tentativo che poi fallisce). Nessun personaggio resta innocente: tutti soggiacciono alla forza di Amore che interviene talvolta sulla scena a modificare gli eventi per permettere le nozze finali tra Nerone e Poppea. È probabile, come asserisce Conte, che il poeta secentesco abbia voluto sviluppare quello che nel testo latino è un semplice topos, vale a dire il coro anapestico (vv. 806 ss.) che considera quanto l'amore condiziona i destini del mondo: Quid fera frustra bella movetis / Invicta gerit tela cupido.

È questa una chiave di lettura intentata: i critici musicali e letterari hanno in genere ravvisato nel melodramma di Busenello-Monteverdi unicamente l'espressione di un crudo realismo di stampo anticlericale e antimonarchico inserito nell'ambito culturale del tacitismo del secolo XVII. Rientra del resto nelle consuetudini della critica considerare l'Octavia una sorta di melodramma ante litteram per il suo carattere statico, con toni smorzati e privi del dinamismo delle tragedie autenticamente senecane, per i suoi "pezzi chiusi" in anapesti, a cominciare dal lamento iniziale della protagonista. È singolare il fatto che questa "tramelogedia" di argomento storico abbia costituito il modello per il primo esempio di melodramma a soggetto storico (fino ad allora unica fonte di ispirazione era il mito) che la storia della musica ricordi.

Conte fa sue le posizioni di Rolando Ferri, autore della recente edizione pubblicata a Cambridge, secondo cui l'Octavia sarebbe stata composta intorno al 90 d.C. durante il regno di Domiziano. Prova ne sono alcune consonanze linguistiche con le Silvae di Stazio. Alla luce di questi parallelismi, è possibile ipotizzare un rapporto tra l'ignoto autore dell'Octavia e Stazio che dedica a Polla Argentaria, vedova del poeta Lucano nipote di Seneca, una delle sue Silvae. Polla Argentaria raccoglieva intorno a sé un circolo di letterati estimatori di Seneca. È probabile dunque che l'ignoto autore dell'Octavia, in cui Seneca appare ancora in una luce positiva (dell'età flavia sono le polemiche dei letterati ufficiali contro lo stile e la persona di Seneca), sia da ascrivere a questo circolo, e che della tragedia in questione fosse a conoscenza Tacito stesso (di qui le consonanze tra l'Octavia e alcune pagine dei successivi Annales).

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