"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

34 | giugno/luglio 2004

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Antico à la page. Il "camerino d'alabastro" di Antonio Lombardo

Recensione della mostra: Gli Este a Ferrara, Ferrara, Castello Estense, 14 marzo / 13 giugno 2004

Alberto Anselmi, Daniele Pisani

Il 14 marzo scorso il Castello Estense di Ferrara è stato riaperto al pubblico dopo due anni di restauri, nel corso dei quali è stato compiuto il recupero di ulteriori spazi e realizzato il completo riallestimento del percorso espositivo. La riconsegna dell’edificio alla città è stata recepita come l’occasione per riunire una ricca serie di opere e di documenti articolati in due mostre, aperte entrambe fino al 13 giugno. Una, dedicata alla corte ferrarese all’epoca degli Este, si propone di offrire una panoramica sugli interessi e sulle scelte che guadagnarono alla committenza ducale un ruolo di spicco nelle vicende artistiche italiane ed europee tra XV e XVI secolo; l’altra, alla prima strettamente connessa, riporta nel luogo d’origine quel che ancora rimane del celebre "camerino d’alabastro". La straordinaria qualità tecnica e la raffinatissima cultura antiquaria espresse nei fregi che ornavano questo ricercato studiolo, voluto da Ercole I e da suo figlio Alfonso quale summa della scultura contemporanea, valgono da sole la visita al Castello.

La notizia del lauto compenso versato dalla corte estense ad Antonio Lombardo nel febbraio del 1505, pochi giorni dopo l’incoronazione di Alfonso, induce a credere che il progetto di un camerino in marmi mischi e porfidi rari decorato da fregi scultorei, fosse già stato avviato prima della morte di Ercole I, avvenuta il 25 gennaio del medesimo anno. Il rapido trasferimento a Ferrara dello scultore – la cui presenza vi è documentata sin a partire dal 1506 – offrirebbe un’ulteriore conferma a questa ipotesi.

Attiva principalmente a Venezia, la bottega di Pietro Lombardo, presso cui lavoravano i due figli Tullio e Antonio, rappresentava nei primi anni del Cinquecento uno dei vertici di quella cultura antiquaria che tanto fascino doveva esercitare sulla corte estense. Che Ercole, appassionato collezionista di marmi, mecenate di Cesariano (che proprio a Ferrara stava lavorando alla traduzione di Vitruvio) e di Prisciani (a sua volta impegnato a tradurre al duca gli scritti architettonici di Alberti) si fosse rivolto proprio a uno scultore come Antonio non desta, quindi, sorpresa; nemmeno in seguito, d’altronde, la corte ferrarese avrebbe mitigato la propria accentuata passione per un antico al tempo stesso irreprensibile e fantastico.

Come il camerino si dovesse presentare non è noto; se ne conoscono unicamente l’ubicazione ­ all’interno di quella via coperta che, scavalcando il fossato e la piazza, connetteva il Castello al Palazzo – e le dimensioni, tramandate da due stime redatte in occasione della devoluzione del ducato allo scadere del XVI secolo. Si può ipotizzare che il camerino – conformemente a una tradizione ormai piuttosto ben radicata nelle corti italiane – si presentasse come una piccola teca, come uno scrigno completamente rivestito di incrostazioni marmoree, pietre preziose, inserti ornamentali e pannelli narrativi, giustapposti gli uni agli altri in un vano delimitato, in alto, da un soffitto dorato. Nessuna illazione su come le lastre e i fregi fossero disposti risulta oggi lecita; certo è che l’impressione di fasto e ricchezza suscitata dalle sculture, dai porfidi e dai serpentini era tale che in brevissimo tempo la minuscola stanza divenne celebre e celebrata con il nome di "camerino d’alabastro". Auspicio dei curatori, del resto, è che lo studio comparato delle parti scolpite – consentito proprio dalla mostra, in cui sono stati riuniti tutti i fregi oggi a disposizione, altrimenti dispersi tra diverse collezioni – possa finalmente consentire una migliore comprensione della loro disposizione originaria tramite l’indagine indiziaria di eventuali tracce, relative al loro posizionamento, rimaste sul retro o sui bordi. Se, infatti, manca la totalità delle specchiature, di cui si è persa ogni traccia, nessuno dei fregi scultorei sembra essere andato perduto.

Quel che del camerino resta sono, dunque, trentacinque lastre marmoree finemente scolpite da Antonio Lombardo, che con esse raggiunge uno degli apici non solo della propria produzione ma di tutta la scultura antichizzante del primo decennio del Cinquecento. D’altro canto, la bottega dei Lombardo – osserva Matteo Ceriana, curatore della mostra e autore, nel catalogo, di un ottimo saggio ­ garantiva "un lessico antiquario irreprensibile e la diretta contiguità con una cultura umanistica sofisticata", come quelli espressi nella Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, opera che, non a caso, appare in forte consonanza con l’esuberante repertorio d’immagini dispiegato da Antonio nei suoi capricciosi racemi; proprio per questo nelle tavole che accompagnano l’edizione del Polifilo stampata a Venezia nel 1499 presso Aldo Manuzio, si ritrovano un’atmosfera e delle suggestioni quanto mai affini a quelle del camerino. Il linguaggio all’antica proprio dei rilievi ferraresi di Antonio risulta così estraneo a quella "severità mantegnesca, petrosa e intransigente" perseguita da altri contemporanei, e aspira piuttosto a proporre un aggiornamento figurativo in termini antichizzanti di quella medesima sensibilità che nei romanzi cortesi cercava soddisfazione. Del resto, proprio intorno alla corte estense aveva da poco, forse non a caso, orbitato Boiardo; in un curioso rimando di scambi reciproci, d’altro canto, era stato proprio Pietro Lombardo a suggerire all’autore della Hypnerotomachia buona parte dei motivi architettonici.

L’intero apparato scultoreo del camerino, particolarmente quello delle quattro scene principali – La contesa tra Minerva e Nettuno, La fucina di Vulcano, Naiade tra due Tritoni, Il trionfo di Ercole – sembra proporre, come osserva Alessandro Ballarin, una sorta di antologia delle sculture antiche allora à la page, un giardino di statue in miniatura inteso a ricreare, suggerisce Ceriana, "in quel palazzo lontano dall’Urbe e in una città priva di monumentali vestigia antiche, una magnificenza romana". Gli stessi partiti architettonici che inquadrano i rilievi denunciano, tramite il ricorso al lessico ormai ben consolidato dei Lombardo, la volontà di conferire allo studiolo il carattere di un raffinato quanto ricercato "esercizio di stile", in cui sarebbe probabilmente eccessivo voler riconoscere, accanto a una tutto sommato scontata celebrazione della dinastia estense, un programma iconografico di particolare complessità. Si spiega anche con questo l’influsso che, a partire da quel momento, lo stile di Antonio avrebbe esercitato sulla produzione artistica ferrarese, tuttora ben avvertibile, più che nelle poche opere attribuite ad Antonio, come il portale di Palazzo Prosperi-Sacrati, nella ripresa e nella disseminazione di temi e motivi di sua ascendenza per tutta la città.

Un’ultima nota va riservata alla posizione assolutamente originale che il camerino occupava in seno alla città: almeno a partire dal Quattrocento, per una tradizione che si pretendeva risalire fino a Cicerone e a Plinio il Giovane, tali luoghi di studio e raccoglimento risultavano immancabilmente collocati in angoli appartati, tranquillamente affacciati su giardini o verdi campagne, oppure nella parte più privata e riposta del palazzo, spesso accanto alla camera del signore; lo speculum principis di Alfonso, al contrario, si colloca, per una scelta quanto mai eccentrica ed eterodossa, proprio al di sopra del luogo più chiassoso e maleodorante dell’intera città, ossia il mercato del pesce e della carne. Risulta pertanto doveroso spendere qualche parola di lode nei confronti dell’allestimento disegnato da Gae Aulenti, che, forse nell’intento di evocare l’originaria collocazione del camerino, espone le opere di Antonio Lombardo su preziosi banconi di marmo, disposti lungo le pareti di quella che, grazie al rivestimento in pannelli di candido statuario lucido, può ben esser confusa con una macelleria.

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